Under 30

Queste due ragazze under 30 aiutano i brand di moda a sposare l’economia circolare

Secondo la Commissione Europea, nel Vecchio Continente vengono generati ogni anno 5,2 milioni di tonnellate di rifiuti di abbigliamento e calzature, circa 12 kg pro capite, di cui l’88% non viene raccolto separatamente e riciclato.

Quando Chiara Airoldi e Olimpia Santella si sono conosciute, nel 2021, vivevano in due città diverse (la prima ad Amsterdam e la seconda a Londra), ma complice un convegno online legato all’economia circolare nella moda hanno subito legato, scambiandosi idee prima su Linkedin, poi di persona. “Eravamo entrambe molto interessate a studiare nuove modalità di consumo più etiche”, raccontano. Abbiamo iniziato a fare brainstorming con un’analisi di mercato molto approfondita, confrontandoci con alcune aziende del settore moda”.

Nel giugno 2022 è nata a Milano Cloov, startup di fashion-tech il cui software permette a brand e multibrand di moda di lanciare in pochi mesi una piattaforma rental e di vendita second hand, con un servizio end-to-end.

Cloov

Cosa propone Cloov

“Proponiamo tre livelli di servizio: il primo riguarda la creazione di una piattaforma personalizzabile. Grazie al nostro software proprietario, in pochi mesi siamo in grado di lanciare sul mercato un e-commerce in cui i nostri partner possono comporre un’offerta modulabile. Il secondo riguarda la gestione di questi store: preparazione ed evasione degli ordini, caricamento delle anagrafiche, amministrazione dei pagamenti, customer service, fatturazione al cliente. Il terzo è infine la gestione della logistica (quality control, sanificazione, lavaggio ed eventuali riparazioni)”.

Uno dei vantaggi di Cloov riguarda poi la trasparenza dei dati, che vanno dalle analitiche di performance alle marginalità. “Forniamo dati preziosi sui singoli prodotti che il partner può elaborare in ottica esg, e che possono essere utilizzati, ad esempio, per misurare il risparmio di CO₂ e di acqua”. C’è infine la fidelizzazione del cliente: il brand ha accesso al database dei clienti rental e second hand, e può utilizzare questi dati per portare i nuovi clienti sullo store principale. Cloov aiuta quindi i brand a introdurre nuove strategie di circolarità e allungare la vita dei capi, contrastando il fast fashion.

Il percorso delle co-founder

Dopo aver maturato esperienze professionali diverse, Olimpia nell’m&a e investment banking a Londra, mentre Chiara in ambito strategy & planning, in Cloov ricoprono oggi il ruolo, rispettivamente, di ceo e chief operating officer. “Abbiamo deciso di fondare Cloov dopo aver identificato due grandi problemi nel mondo della moda. Il primo riguarda la necessità di gestire in modo sostenibile e profittevole lo stock, in particolare i capi invenduti, resi e fallati. Oggi, infatti, il modo principale che i brand hanno per smaltire questo stock è ricorrere a canali off-price e outlet che, tuttavia, ledono le marginalità e la brand reputation. C’è poi l’attrazione e la fidelizzazione di gen Z e Millennial, più attenti alla sostenibilità, ma anche sensibili al prezzo”.

L’idea della piattaforma è arrivata quindi guardando i tanti settori che applicano la sharing economy: “In America, come in Uk, il rental è già una realtà diffusa. Il nome Cloov, invece, è la sintesi di due parole: clothing e cloud. Clothing per indicare i vestiti, cloud perché rimanda a tutto quello che è condiviso”.

L’aumento di capitale da 400mila euro

Da poco la startup ha chiuso un aumento di capitale da 400mila euro che le consentirà di aggiungere nuove funzionalità al software proprietario, consolidarsi sul mercato italiano ed estendere il proprio servizio in Europa. Tra i sostenitori ci sono Giuseppe Stigliano, ceo di Spring Studios, e realtà industriali come Axxelera, veicolo di investimento del gruppo Innovando. “A cavallo tra il 2024 e 2025 vogliamo concretizzare lo sviluppo all’estero, sia per portare i brand italiani su altri mercati, sia per servire direttamente brand di altri Paesi come Germania, Spagna e Nord Europa”.

Le partnership

Da inizio anno, la startup ha  stretto poi accordi con diversi partner tra cui Atelier Emé, parte del gruppo Calzedonia. “Nel corso dell’anno, sono previsti altri lanci con marchi italiani e stiamo lavorando per arrivare tra gli 8 e i 10 brand entro fine anno”, dicono le fondatrici.

“Da oltre un anno, ci stiamo dedicando poi a un altro progetto: la brevettazione di un dispositivo per certificare e verificare l’autenticità dei capi di abbigliamento e degli accessori. Questa innovazione sarà particolarmente dirompente nell’industria della moda perché darà ai consumatori e ai produttori un controllo completo sulla provenienza e sull’autenticità dei prodotti”.

Il tutto in ottica di contrastare il fenomeno del greenwashing ovvero l’ambientalismo di facciata, sul quale si è da poco espresso anche il Parlamento europeo con una direttiva proposta per affrontare il fenomeno delle pratiche commerciali ingannevoli.

“L’Unione Europea sta cercando di responsabilizzare le imprese anche tramite altre politiche, ad esempio la responsabilità estesa del produttore, che obbliga le aziende che producono, importano o immettono beni sul mercato a una corretta gestione del fine vita del prodotto”.

A che punto sono le aziende italiane di moda?

Ma intanto, a che punto è la moda italiana con la circolarità?

“Siamo rimaste positivamente colpite a livello commerciale: quando abbiamo parlato con i brand non ci aspettavamo un’apertura tale verso il rental e il second hand. Possiamo vedere due driver principali in questo fenomeno: da una parte la pressione della regolamentazione europea, dall’altra le preferenze del consumatore, sempre più consapevole. Si dice che la sostenibilità ‘costa’ ed è in questo contesto che si inserisce il nostro approccio innovativo: strutturare partnership win-win, senza appesantire i brand con costi di avviamento di progetto e accompagnarli nel loro percorso di circolarità in modo scalabile”.

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