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Strategia

La retribuzione media cresce. Ma i lavoratori non la ritengono adeguata: 4 su 10 pronti a cambiare azienda

Aumenta la soddisfazione dei lavoratori, ma sono ancora tanti gli “scontenti” della loro vita lavorativa, della situazione economica e della bassa prospettiva di carriera, quindi pronti a cambiare azienda.

È quanto emerge dal report annuale Salary Guide 2024 presentato da Hays Italia che ha l’obiettivo di monitorare i principali trend del mercato del lavoro in Italia per l’anno 2023 e le aspettative per il 2024. Lo studio ha coinvolto un campione di 1.348 professionisti, prevalentemente middle e top management, e 828 aziende.

Secondo lo studio, quasi quattro dipendenti su dieci sarebbero pronti a cambiare azienda. Nella scelta di nuovo lavoro, oltre alla retribuzione, risultano sempre più importanti fattori come la crescita professionale (per il 51%), il work life balance (49%), i benefit (47%) e i ruoli o progetti interessanti (41%).

Nel 2024, il lavoro agile, soprattutto l’ibrido, si conferma una realtà consolidata, tanto che molti si licenzierebbero in caso venisse eliminato, mentre sull’intelligenza artificiale sono tanti i timori, ma le imprese e i lavoratori sono pronti ad accettare la sfida.

Crescono le difficoltà a reperire candidati per le imprese

Nel 2023 circa due lavoratori su dieci hanno cambiato azienda e il tasso di occupazione, secondo l’Istat, ha raggiunto circa il 66,6%. Le imprese si sono però trovate a dover fronteggiare una serie di criticità, tra cui la generale carenza di candidati nel mercato (per il 40%), ed in particolare di professionisti qualificati (53%), con una maggiore difficoltà per i livelli intermedi.

In questi anni manager e imprenditori hanno capito l’importanza delle “persone” come fulcro dello sviluppo della propria organizzazione. Non a caso, tra le priorità di investimento in ambito HR per il 2024 si evidenziano i programmi di formazione per i dipendenti (47%) e la definizione di misure per cercare di trattenere i talenti (41%), preferiti ad altri aspetti come la digitalizzazione e l’automazione dei processi.

E sul fronte occupazionale? Nonostante il 2023 sia stato un anno complesso, ben sei 6 aziende su 10 hanno dichiarato di aver aumentato il proprio organico. Un trend che prosegue anche nel 2024, con l’88% che intende assumere, soprattutto figure con contratto a tempo indeterminato (76%), ma anche lavoratori somministrati o freelance per la gestione di progetti temporanei.

Sicuramente c’è la volontà da parte di chi guida l’impresa di adottare misure per superare l’attuale skills mismatch esistente, affidandosi a società esperte nel recruitment (39%), rafforzando il proprio employer branding (39%) e investendo nella formazione e riqualificazione dell’organico (36%; upskilling e reskilling).

Le aspettative di carriera troppo basse per i lavoratori

Nel 2023 è aumentata di molto la soddisfazione dei lavoratori nei confronti del loro impiego attuale, passando dal 47% del 2022 a ben il 61% (i più felici sono le figure “senior”). E questo nonostante non si intravedano, a livello generale, grosse opportunità di avanzamento di carriera nell’azienda attuale (47%) e non si aspettino nel 2024 promozioni (70%) e aumenti di stipendio (65%), pur ritenendo di avere le competenze necessarie per svolgere il ruolo.

Secondo lo studio, quasi quattro professionisti su dieci sarebbero pronti a cambiare società mantenendo lo stesso ruolo o settore. Tra le principali motivazioni, emergono la mancanza di opportunità di sviluppo professionale, la retribuzione troppo bassa, l’assenza di un percorso di carriera e lo scarso equilibrio tra vita privata e lavoro.

Aziende pronte ad aumentare gli stipendi, ma contenuti

La retribuzione si conferma ancor auna volta un elemento cruciale per influenzare la scelta dei lavoratori. Secondo il report, lo stipendio medio nel 2023 (Ral), se si considerano le figure di middle e top management, è di circa 54.000 euro, in crescita del 2% sul 2022.  Dall’analisi emerge una netta differenza tra junior/specialist (34.000 euro), senior specialist/coordinator (49.000  euro), manager (68000  euro), director (75.000 euro) e c-level (94.500 euro).

Nonostante questo e pur aumentando il livello di soddisfazione retributiva (dal 45% del 2022 all’attuale 57%), oltre quattro professionisti su dieci (43%) continuano a essere insoddisfatti della propria situazione economica e più della metà (55%) pensa che il suo stipendio non sia adeguato alle attuali responsabilità.

Nel 2023, infatti, ben la metà del campione non ha ricevuto alcun aumento retributivo (per il 7% è addirittura diminuito). E anche per il futuro, quasi due terzi dei lavoratori (64%) pensa che non riceverà aumenti, anche perché la maggior parte non si aspetta una promozione.

Tuttavia, il 59% delle aziende sembra disposta a rivedere verso l’alto i livelli retributivi nel corso dei prossimi mesi, anche se contenuti (la maggior parte entro il 5%).

Come attrarre i lavoratori nelle aziende?

I benefit rappresentano un aspetto importante sia per i lavoratori (47%), che valutano principalmente questo elemento quando considerano un nuovo lavoro, sia nella strategia di molte aziende (46%) come strumento per il recruitment e la retention dei propri collaboratori.

Attualmente quasi tre quarti dei professionisti hanno dichiarato di ricevere dei benefit aziendali che riguardano i classici pc, telefono, buoni pasto, assicurazione sanitaria o copertura medica privata e lavoro flessibile, ma quelli più apprezzati in assoluto sono l’auto aziendale (56%) e lo smart working (51%).

Come per i benefit, anche il lavoro flessibile è uno degli aspetti a cui i lavoratori non vogliono più rinunciare per un migliore equilibro tra lavoro e vita privata, classificandosi al secondo posto tra i benefit più apprezzati (51%). Rispetto al 2022, nel 2023 la situazione resta stabile: solo il 32% è “obbligato” dalle aziende a lavorare esclusivamente in ufficio, mentre la modalità ibrida da 2 a 4 giorni in ufficio (51%) è quella più diffusa.

Tuttavia, emergono differenze in base alle dimensioni dell’azienda: se a livello generale lo smart working è concesso dal 68% delle imprese, nelle Pmi il dato scende al 63%, mentre arriva al 76% nelle grandi realtà.

Molti dipendenti sono comunque soddisfatti di questa situazione (63%) e per il 2024 le imprese non hanno intenzione di modificare il modello lavorativo (83%). Il rischio di un rientro obbligato in ufficio è rappresentato dall’allontanamento dei lavoratori dall’azienda (tre dipendenti su dieci secondo l’analisi dell’anno scorso).

Imprese e lavoratori pronti ad accettare la sfida dell’IA

Il 20% circa dei professionisti afferma di utilizzare attualmente tecnologie o strumenti di Ia Generativa sul posto di lavoro, soprattutto i giovani. C’è ancora una certa diffidenza con il campione equamente diviso tra chi si ritiene preoccupato (47%) e chi invece non lo è per nulla (53%). Per oltre un terzo dei dipendenti, l’IA eliminerà più opportunità di lavoro di quante ne creerà.

Nonostante questo, la maggior parte dei dipendenti (76%) è pronta ad accettare la sfida di un eventuale cambiamento della professione in seguito ai nuovi sviluppi di questa tecnologia, così come l’85% è disponibile a partecipare a programmi di aggiornamento e riqualificazione professionale.

Le diverse visioni generazionali  nella stessa azienda

Per manager, imprenditori e HR è importante quindi gestire i team multigenerazionali all’interno dell’azienda in modo adeguato, affinché le competenze e le esperienze di ciascuno possa trasformarsi in un vantaggio competitivo per l’azienda stessa.

Basta guardare alle differenze tra baby boomer e la Gen Z. I primi si ritengono più soddisfatti del proprio lavoro e della propria retribuzione, nonostante pensino che, al contrario dei lavoratori più giovani, non ci sarà nel 2024 per loro grandi possibilità di crescita professionale.

Se  nel momento di cercare una nuova opportunità lavorativa, i baby boomers guardano all’equilibrio casa-lavoro, oltre alla retribuzione, la Gen Z resta concentrata sulla crescita professionale.

L’avvento di strumenti di IA sul posto di lavoro è più apprezzato dai professionisti più junior rispetto ai colleghi più senior, probabilmente meno avvezzi alla tecnologia digitale.

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