
Articolo tratto dall’allegato Forbes 100 Responsibility 2025
Ogni cittadino europeo acquista quasi ventisei chili di prodotti tessili all’anno e ne getta via undici. Numeri che raccontano una filiera sovraccarica e un modello produttivo che tende all’eccesso. Dentro questo scenario, Miomojo ha scelto di seguire una direzione opposta: meno quantità, più qualità, più coerenza. Il brand bergamasco fondato da Claudia Pievani è oggi una delle rarissime B Corp nel fashion globale.
Una posizione scomoda, per certi versi, perché costringe a dimostrare ogni giorno che la sostenibilità non è un’etichetta, ma un metodo. Le borse e gli accessori dell’azienda nascono da materiali innovativi, vegani e rigorosamente made in Italy. Ma la cifra più distintiva di Miomojo non è il prodotto: è il tentativo di ridefinire la moda come gesto di consapevolezza, come invito a “scegliere meno, scegliere meglio”.
L’idea di Claudia Pievani ha radici lontane. Pievani è cresciuta in Lombardia, ha studiato in Germania, ha conseguito un Mba alla Sda Bocconi e lavorato come export manager. Poi la svolta, guidata da un sentimento semplice e persistente: l’empatia verso gli animali. È vegetariana da quando aveva dieci anni. “Anche i polipi mi facevano pena”, racconta, spiegando come la cattura avvenga con coni-trappola che imitano tane naturali. “Un inganno. E gli animali non ingannano mai: noi sì, e non certo per sopravvivere”.
Oggi Miomojo collabora con organizzazioni come Sea Shepherd, Animals Asia, Mercy for Animals, Four Paws. E lavora anche sul fronte sociale, assumendo persone con sindrome di down in collaborazione con Apid. È un ecosistema di relazioni che mentre costruisce prodotti, costruisce senso. Ne abbiamo parlato con Claudia Pievani, fondatrice di Miomojo. Miomojo nasce “non per moda, ma per coscienza”.
Quando ha capito che la sua sensibilità poteva diventare un progetto imprenditoriale?
Miomojo è nata quando ho capito che non potevo più accettare la distanza tra ciò in cui credevo e ciò che facevo ogni giorno. Lavorando nella moda, ammiravo la creatività del settore, ma non trovavo una bellezza davvero “pulita”, libera da sofferenza. La mia sensibilità verso gli animali, che per anni avevo considerato quasi una dimensione privata, è diventata invece la chiave per immaginare un altro modo di fare impresa. A un certo punto mi è stato chiaro che non aveva senso aspettare che qualcun altro creasse il modello che cercavo. Se ciò che desideri non esiste, devi assumerti la responsabilità di costruirlo. Miomojo non è un compromesso tra etica ed estetica: è un luogo in cui le due cose coincidono. L’etica non limita la creatività: oggi ne è una delle espressioni più avanzate.
Cosa significa essere una delle rare B Corp del fashion?
Significa ricordarsi ogni giorno che il profitto è un risultato, non lo scopo. Il nostro “perché” è creare bellezza senza danno. Il nostro attivismo è “gentile”: non punta il dito, punta lo sguardo oltre. Dimostra che l’etica può e deve diventare desiderabile e che l’innovazione è più potente quando sostituisce la crudeltà. Solo allora la bellezza diventa completa. Lavorate con materiali come le pelli di mela, di uva, il micelio.
Qual è la prossima frontiera della sostenibilità?
La prossima frontiera non è semplicemente un nuovo materiale, ma un nuovo paradigma: superfici che non estraggono risorse, ma contribuiscono a rigenerarle. Biotecnologia e natura stanno aprendo possibilità straordinarie: dal micelio coltivato in laboratorio agli scarti agricoli trasformati in materiali evoluti, fino a fibre capaci non solo di sostituire la pelle animale, ma di superarla in performance e tracciabilità.
In Miomojo la ricerca nasce sempre dalla stessa domanda: possiamo fare meglio?
Non ci interessa l’innovazione come esercizio tecnologico, ma come risposta concreta a un impatto da ridurre. Quando un materiale rispetta animali, persone e pianeta, allora inizia il vero lavoro: collaborare con gli artigiani italiani per trasformarlo in oggetti che durino, che abbiano forma, identità, cultura. Credo che il lusso del futuro sarà definito proprio da questo: da ciò che non distrugge, da ciò che restituisce valore invece di sottrarlo. Una bellezza che non pesa sul mondo, ma lo alleggerisce.
Collaborate con Sea Shepherd, Animals Asia, Mercy for Animals, Four Paws. Come scegliete i progetti da sostenere?
Sosteniamo chi protegge chi non ha voce. Ogni partner lavora in un ambito diverso, ma tutti hanno un coraggio raro. Abbiamo iniziato con Animals Asia: vedere gli orsi della luna ricominciare a vivere dopo decenni in gabbie minuscole è qualcosa che non ti lascia uguale. Ti ricorda che la sostenibilità non è un concetto: è impatto reale, misurabile, quotidiano. È vite che cambiano. La stessa concretezza l’abbiamo ritrovata in ogni collaborazione: la protezione degli animali non è un concetto — è un’azione quotidiana che lascia tracce. Per esempio con Sea Shepherd abbiamo usato nylon recuperato dalle reti fantasma del Mediterraneo, e il ricavato sostiene un progetto di tutela dei polipi. Una volta siamo saliti anche a bordo: un’esperienza potentissima. Tutte queste realtà ci ricordano che non siamo soli su questo pianeta e che senza gli animali gli ecosistemi crollano e la nostra stessa esistenza non è possibile. Proteggerli non è idealismo: è lucidità verso il futuro che condividiamo.
Parlate di sostenibilità ambientale, ma anche sociale. Cosa significa per voi “inclusione”?
Non puoi parlare di sostenibilità se, allo stesso tempo, lasci indietro qualcuno. Per noi l’inclusione è parte integrante di questo percorso: non un progetto parallelo, ma un principio di base. La collaborazione con l’Associazione Italiana Persone Down ci ha mostrato quanto valore nasca quando la diversità non viene semplicemente accolta, ma considerata una risorsa. Inserire una giovane collaboratrice con sindrome di Down in azienda ha arricchito tutti, ricordandoci che l’inclusione funziona quando è naturale e reciproca. Allo stesso tempo, guardiamo anche al contesto globale: con Oxfam sosteniamo iniziative che proteggono comunità vulnerabili e diritti fondamentali. Perché la sostenibilità non riguarda solo l’ambiente, ma le persone — quelle vicine a noi e quelle che vivono dall’altra parte del mondo. Una vera trasformazione deve abbracciare entrambe le dimensioni.
“Scegliere meno, scegliere meglio”: come si educa il consumatore senza moralismo?
Non credo nel moralismo: credo nella forza dell’esempio. Le persone cercano qualità autentica, coerenza, prodotti che incarnano valori reali. Vogliono una bellezza che non porti con sé costi invisibili. I consumatori consapevoli oggi vogliono sapere davvero da cosa è fatto un prodotto, quali scelte comporta, qual è la sua storia e che tipo di impatto lascia dietro di sé. Mostrare un altro modo di scegliere — più intenzionale, più consapevole, più libero — è infinitamente più efficace di qualsiasi ammonimento. Quando un brand agisce con trasparenza, ricerca e responsabilità, chi compra non avverte pressione: avverte possibilità. E le possibilità aprono strade che la retorica chiude. Sono convinta che i brand del futuro saranno quelli capaci di lasciarsi alle spalle modelli superati, che continuano ad aggravare la crisi climatica e la perdita di biodiversità. Le alternative esistono già: la trasformazione nasce dal coraggio di adottarle. Un prodotto nato da questa visione non persuade: risuona.
Immaginiamo di essere nel 2030: che ruolo vorrebbe avesse Miomojo nella moda del futuro?
Vorrei che nel 2030 Miomojo fosse riconosciuta come uno dei precursori di un nuovo modo di intendere la moda: una moda che non si misura più in stagioni e collezioni, ma in impatto positivo e responsabilità reale. Fin dall’inizio abbiamo scelto di non replicare i modelli esistenti, ma di costruirne uno più lento, più consapevole, più gentile, anche quando questa scelta sembrava controcorrente. Credo che questa coerenza, questa fedeltà a una visione quando ancora non era mainstream, definisca ciò che significa essere un precursore. Immagino un futuro in cui i materiali cruelty-free non siano un’alternativa ma come la scelta più logica e più avanzata dal punto di vista etico, di impatto ambientale e qualitativo; in cui trasparenza e responsabilità non siano una promessa, ma una pratica; in cui la bellezza non derivi più dalla sottrazione, ma dalla cura. Il mio sogno è che nel 2030, guardando indietro, si possa dire che Miomojo ha avuto il coraggio di aprire una strada prima che diventasse evidente — e che proprio per questo abbia contribuito a rendere la moda più lucida, più umana, più vicina al futuro che tutti desideriamo. Credo che la prossima evoluzione della moda passerà da ciò che io chiamo augmented ethics: un’etica potenziata dall’intelligenza — tecnologica e umana — in cui la tracciabilità è totale, l’impatto è misurabile, e ogni scelta progettuale diventa più consapevole. La moda del 2030 sarà più lenta, più intelligente, più gentile. E chi saprà anticiparla – non inseguirla — ne definirà la direzione.
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