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27 gennaio 2026

Barbara Fabbroni: “La violenza va capita, non spettacolarizzata”

La giornalista, psicoterapeuta e criminologa racconta il progetto Crime Caffè: Oltre il buio e il suo approccio alla narrazione della violenza
Barbara Fabbroni: “La violenza va capita, non spettacolarizzata”

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Articolo tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Giornalista, psicoterapeuta e criminologa, Barbara Fabbroni è oggi una delle voci più autorevoli della psicologia e della criminologia italiane. Autrice di saggi e romanzi, premiata con il Premio Armando Curcio Editore, ha costruito una scrittura capace di unire rigore scientifico e profondità narrativa, leggendo l’animo umano nelle sue zone più complesse. In questa intervista racconta il suo approccio alla parola, il dialogo continuo tra scienza e narrazione e la nascita di Crime Caffè: Oltre il buio, il progetto con cui invita il pubblico a guardare la violenza con maggiore consapevolezza.

Cosa rappresenta per lei il Premio Armando Curcio Editore e in che modo riconosce il suo approccio alla scrittura?

Il Premio Armando Curcio Editore rappresenta, per me, un riconoscimento che va oltre la scrittura in sé: è un atto di ascolto e di incontro. La mia scrittura nasce dal bisogno di tenere insieme ciò che spesso viene separato: la profondità psicologica e la responsabilità del racconto, l’emozione e il rigore, la ferita e il senso. Il premio riconosce proprio questo attraversamento: una scrittura che non si limita a narrare, ma che interroga, scava, espone senza compiacere. Per me è un sigillo di fiducia sul modo in cui scelgo di raccontare l’umano: senza scorciatoie, senza addolcimenti, ma con una profonda cura per chi legge. È la conferma che la complessità, se trattata con onestà, può ancora trovare spazio e dignità nel panorama culturale contemporaneo.

Il suo lavoro unisce psicologia, criminologia e narrazione. Come integra nella pratica queste competenze quando costruisce una storia?

Quando costruisco una storia non parto mai dall’evento, ma dall’essere umano. Prima ancora della trama, mi interessa il battito emotivo dei personaggi: le loro crepe, i silenzi, le contraddizioni. La psicologia mi insegna ad ascoltare ciò che non viene detto, la criminologia mi offre la mappa dei comportamenti, delle dinamiche, delle derive, la narrazione dà voce a tutto ciò, trasformandolo in esperienza condivisa. Integrare queste competenze significa non usare la scienza come gabbia, né la letteratura come fuga. È un dialogo continuo: il rigore mi ancora alla realtà, la scrittura mi consente di renderla comprensibile, umana, attraversabile. In questo spazio di incontro nasce il racconto che mi interessa davvero: quello che non spiega tutto, ma illumina abbastanza da permettere a chi legge di vedere.

Nei suoi romanzi il confine tra realtà psicologica e finzione è spesso molto sottile. Come bilancia rigore scientifico e libertà creativa?

Il confine è sottile perché la mente umana lo è. La verità psicologica non è mai lineare, e la finzione, quando è onesta, può avvicinarsi molto a ciò che accade davvero dentro le persone. Il rigore scientifico per me non è un limite, ma una radice: mi assicura che i personaggi reagiscano in modo autentico, che le dinamiche siano plausibili, che le ferite abbiano una logica emotiva. La libertà creativa, invece, è il respiro. È ciò che mi permette di entrare nelle zone grigie, di esplorare l’ambivalenza, di raccontare ciò che la statistica non può misurare. Il bilanciamento avviene lì, in quella terra di mezzo in cui la scienza fornisce la struttura e la scrittura dà anima. Se il lettore riconosce qualcosa di sé, se si sente attraversato dalla storia, allora il confine ha retto.

Come è nato Crime Caffè: Oltre il buio e quale bisogno vuole intercettare rispetto al tema della violenza?

Crime Caffè: Oltre il buio è nato da una necessità profonda: restituire senso a ciò che spesso viene consumato come spettacolo. La violenza è ovunque, ma raramente viene compresa. È raccontata, commentata, giudicata, ma non attraversata con consapevolezza per coglierne le angolazioni che spesso restano celate. Il progetto è nato dal bisogno di rallentare, di sedersi – letteralmente – e di guardare insieme ciò che fa paura, senza sensazionalismo, ma con consapevolezza e professionalità. Vuole intercettare il bisogno di comprensione autentica. Crime Caffè non chiede di assistere, ma di partecipare: trasforma il racconto in dialogo, il caso in riflessione, la cronaca in coscienza collettiva. È uno spazio in cui la violenza non è fine a se stessa, ma diventa occasione di prevenzione, riconoscimento, responsabilità.

Il primo incontro ad Arezzo ha avuto un forte riscontro. Quali elementi, secondo lei, hanno contribuito al successo dell’iniziativa?

Credo che il successo sia nato dall’importanza dell’incontro autentico. Non c’era una distanza tra chi parlava e chi ascoltava: c’era una condivisione reale. Abbiamo creato uno spazio sicuro, senza giudizio, in cui le persone hanno potuto sentire, riconoscersi, pensare. Il linguaggio accessibile ma profondo, l’assenza di sensazionalismo, la possibilità di dialogo: tutto questo ha permesso al pubblico di restare, di non fuggire dall’emozione. E poi c’è stato il rispetto. Rispetto per le storie raccontate e per chi le ascoltava. Quando le persone si sentono considerate, non come spettatori ma come coscienze attive, rispondono.

Crime Caffè mette insieme formazione, cultura e testimonianza. Quali strumenti ritiene più efficaci per far crescere consapevolezza nelle persone?

Lo strumento più potente resta la narrazione consapevole. Una storia raccontata bene apre più porte di mille statistiche. Accanto a questo, la formazione offre le chiavi di lettura: aiuta a riconoscere segnali, dinamiche, responsabilità. La testimonianza, infine, restituisce carne e voce a ciò che altrimenti resterebbe astratto. La consapevolezza cresce quando mente ed emozione camminano insieme. Quando non ci si limita a sapere, ma si sente, e quando ciò che si sente trova parole per essere compreso.

Il progetto diventerà itinerante. Su quali città o territori vuole puntare e perché?

Voglio portare Crime Caffè nei luoghi che hanno fame di dialogo. Città, teatri, scuole, piazze, contesti culturali che desiderano strumenti e confronto. Non inseguo solo grandi centri, ma comunità pronte ad accogliere un progetto che chiede partecipazione attiva. Ogni territorio ha una storia diversa con il tema della violenza, e Crime Caffè si modella su ciò che incontra. È un progetto vivo, che ascolta prima di parlare.

Lei lavora da anni tra scrittura, divulgazione e consulenza psicologica. Quali sfide vede oggi nel raccontare temi complessi come la violenza in modo rigoroso ma accessibile?

La sfida più grande è resistere alla semplificazione. Viviamo in un tempo che chiede risposte rapide a problemi profondi, ma la violenza non si lascia ridurre a slogan. Raccontarla in modo rigoroso ma accessibile significa trovare un linguaggio che non tradisca la complessità, ma non escluda. Significa educare senza moralizzare, spiegare senza banalizzare, emozionare senza spettacolarizzare. È una responsabilità etica, prima ancora che professionale. E credo che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di narrazioni che non alimentino il buio, ma aiutino a riconoscerlo, per poterlo attraversare. 

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