
Portrait of happy young bride in off shoulder wedding dress holding wineglass at vineyard
Ogni anno l’8 marzo viene accompagnato da mimose, auguri e celebrazioni rassicuranti. E ogni anno il rischio è lo stesso: trasformare una giornata nata da rivendicazioni sociali e politiche in un rituale simbolico che assolve le coscienze senza cambiare le strutture. Nel settore del vino, dove la presenza femminile è oggi ampia e visibile, questo equivoco è particolarmente evidente. Perché la vera domanda non è quante donne lavorino nel vino, ma quante decidano davvero.
I dati europei aiutano a riportare la discussione su un piano concreto. Secondo Eurostat, nel 2023 le donne rappresentavano il 46,4% degli occupati nell’Unione Europea, ma solo il 34,8% delle posizioni manageriali. In Italia il divario è ancora più marcato: le donne occupano circa il 28% dei ruoli manageriali (EIGE – Gender Equality Index Factsheet Italia 2025). La distanza dalla parità non riguarda quindi l’accesso al lavoro, bensì l’accesso al comando. Non è un problema di partecipazione, ma di distribuzione del potere.
Il Gender Equality Index dell’Eige assegna all’Italia un punteggio complessivo di 61,9 su 100, sotto la media europea (63,4). Il dato più significativo riguarda il dominio definito “Power”, cioè la presenza nei luoghi decisionali economici e istituzionali, dove il punteggio resta fermo a 47,9. È qui che la parità rallenta. È qui che si misura la distanza reale tra narrativa e realtà.
Nel vino questa dinamica assume una forma molto riconoscibile. Le donne sono fortemente rappresentate nelle funzioni relazionali — comunicazione, hospitality, formazione, marketing — cioè nei ruoli che costruiscono reputazione e relazione con il consumatore. Tuttavia, restano minoritarie nelle posizioni che controllano leve strategiche: direzione commerciale internazionale, gestione di budget e marginalità, guida tecnica della produzione, governance consortile e proprietà aziendale.
Uno studio di Wine Australia (Women in the Australian Wine Sector Report, 2023), spesso utilizzato come benchmark internazionale per la filiera, mostra con chiarezza questa segregazione funzionale: le donne rappresentano circa il 58% dei ruoli marketing, ma solo il 33,7% dei ceo, il 21,5% dei viticultori e appena il 16,7% dei winemaker. Anche se i contesti nazionali differiscono, il pattern è sorprendentemente simile in molti paesi produttori: presenza elevata dove il lavoro è relazionale, presenza ridotta dove si esercita autorità tecnica o economica.
A questa asimmetria si aggiunge un fattore spesso ignorato nelle analisi di settore: il tempo. In Italia, secondo EIGE (2025), il 65% delle donne svolge quotidianamente lavoro domestico e di cura, contro il 28% degli uomini. In un comparto costruito su viaggi continui, fiere internazionali, vendemmie e networking serale, la gestione del tempo diventa un elemento strutturale di selezione della leadership. Non si tratta di ambizione individuale, ma di architettura sociale.
Il World Economic Forum, nel Global Gender Gap Report 2025, stima che a livello globale sia stato colmato solo il 68,8% del divario di genere, con la dimensione economica ferma attorno al 61% e quella relativa al potere politico ed economico appena oltre il 22%. In altre parole, la parità avanza lentamente proprio dove conta di più: nelle posizioni decisionali.
Anche il tema della credibilità professionale resta centrale. Studi europei sul settore vino, come l’indagine “Mujeres del Vino” condotta in Spagna su oltre 400 professioniste, mostrano che l’80% percepisce una reale disparità di opportunità, mentre circa una donna su quattro dichiara di aver subito forme di molestia o svalutazione professionale lungo la carriera. Numeri che spiegano perché molte traiettorie si interrompano prima di raggiungere i livelli apicali.
In questo contesto, la presenza di figure femminili ai massimi livelli di qualificazione come il Master of Wine assume un valore che va oltre il risultato individuale. Quando una donna raggiunge un titolo di autorevolezza globale in un ambito ancora numericamente dominato dagli uomini, diventa un precedente culturale prima ancora che professionale. Significa rendere visibile una possibilità concreta e ridefinire l’immaginario del settore. Non si tratta di rappresentanza simbolica, ma di ridefinizione degli standard di leadership.
Ed è proprio qui che l’8 marzo dovrebbe cambiare significato. Regalare fiori o fare auguri rischia di trasformare una giornata nata da rivendicazioni sociali in un rituale consolatorio. La parità non è una celebrazione, è un processo misurabile. Richiede dati, trasparenza e responsabilità. Richiede chiedersi quanti panel tecnici siano realmente equilibrati, quante donne guidino strategie commerciali, quante siedano nei consigli decisionali delle denominazioni, quante abbiano accesso al capitale e alla proprietà.
Il vino ama raccontarsi come custode di tradizione e territorio. È una narrazione potente, fondata su concetti come identità, comunità, trasmissione del sapere e relazione intergenerazionale. Tuttavia, proprio perché il vino si presenta come espressione culturale prima ancora che prodotto agricolo o industriale, oggi si trova davanti a una responsabilità nuova: trasformare questa eredità in un modello contemporaneo di sostenibilità sociale.
Negli ultimi anni la sostenibilità nel vino è stata associata quasi esclusivamente alla dimensione ambientale — biologico, biodinamico, riduzione degli input chimici, gestione dell’acqua, impronta carbonica. Tutti passaggi fondamentali, ma incompleti. Un territorio non è sostenibile solo quando il suolo è sano; lo diventa quando anche le relazioni economiche e professionali che lo attraversano sono eque, accessibili e capaci di generare opportunità diffuse.
La filiera del vino è, per sua natura, una comunità complessa: aziende familiari, consorzi, distributori, ristorazione, comunicazione, formazione. In questo ecosistema la sostenibilità sociale significa interrogarsi su chi ha accesso alla leadership, su come vengono distribuite responsabilità e risorse, su quali modelli di carriera siano realmente compatibili con la vita delle persone. Significa chiedersi se il ricambio generazionale includa davvero nuove competenze e nuovi punti di vista oppure se continui a replicare equilibri storici.
L’equità delle opportunità diventa quindi una questione strategica, non etica in senso astratto. Un settore che riesce ad ampliare la diversità dei propri decisori aumenta la capacità di leggere mercati complessi, intercettare nuovi consumatori e adattarsi a un contesto globale in rapido cambiamento. La sostenibilità sociale non è un costo reputazionale, ma un investimento competitivo.
In questo senso il vino possiede un vantaggio unico rispetto ad altri comparti: la sua dimensione territoriale favorisce il dialogo diretto tra persone, istituzioni e imprese. Le denominazioni, i consorzi e le reti produttive possono diventare laboratori concreti di innovazione sociale, introducendo pratiche di governance più inclusive, maggiore trasparenza nei percorsi di crescita professionale e modelli di lavoro capaci di conciliare qualità produttiva e qualità della vita.
Parlare di sostenibilità senza includere l’equità significa quindi fermarsi alla superficie del concetto. Un vigneto può essere perfettamente equilibrato dal punto di vista agronomico, ma se il sistema che lo circonda continua a limitare l’accesso al potere decisionale o a escludere parte del talento disponibile, quella sostenibilità resta incompleta. Il futuro del vino non dipenderà solo da come coltiviamo la terra, ma anche da come coltiviamo le persone che la rendono viva.
Forse il vero senso dell’8 marzo sta proprio qui: sospendere la celebrazione e aprire il confronto. Riunirsi, misurare i progressi, identificare gli ostacoli ancora presenti e assumere impegni verificabili. Perché la parità non si costruisce con gesti simbolici, ma con scelte strutturali. E il giorno in cui non servirà più parlarne sarà l’unico momento in cui potremo davvero festeggiare.
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