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14 maggio 2026

Dalle prime canzoni a 14 anni al podio di Sanremo: Sayf si racconta a Forbes

Nelle sue canzoni si fondono sonorità sudamericane e le influenze arabe, tradizione genovese e urban contemporaneo
Dalle prime canzoni a 14 anni al podio di Sanremo: Sayf si racconta a Forbes

Daniel Settembre
Scritto da:
Daniel Settembre

Contenuto tratto dal numero di maggio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

“Ho iniziato a scrivere canzoni intorno ai 14 anni. Non credo ci sia stato un motivo preciso, è avvenuto in modo spontaneo. Penso che ognuno, a un certo punto, segua ciò che sente dentro, quello che lo chiama”. Per Sayf, pseudonimo di Adam Sayf Viacava, la musica è qualcosa di naturale, una seconda pelle. Nato a Genova il 23 marzo 1999 da una famiglia italo-tunisina, ha iniziato presto a rappare, a scrivere canzoni e a suonare la tromba. Dopo anni di gavetta e due mixtape, ha cominciato ad affermarsi nella scena genovese. Tra il 2023 e 2024 le uscite si sono moltiplicate e il suo nome ha iniziato ad attirare l’attenzione anche oltre i confini liguri, portandolo a collaborare con artisti emergenti come Helmi, Ele A, 22simba. Nel 2025 ha pubblicato il primo Ep, Se Dio Vuole (che includeva anche una collaborazione con Rhove), che ha segnato l’inizio di una rapida crescita, tra live sold out, hit da classifica e la nascita del suo Santissima Fest a Genova, già confermato anche per il 2026 al Porto Antico, Arena del Mare.

Le performance live sono diventate il suo marchio di fabbrica. La cura di ogni dettaglio ha trasformato il suo repertorio in un’esperienza unica dal vivo, com’è stato, ad esempio, durante lo speciale live al Jazzmi, con arrangiamenti jazz dei suoi brani realizzati ad hoc. La cifra stilistica di Sayf è la versatilità, l’abile mix tra il rap e il cantautorato, le melodie e le barre, i racconti di strada e quelli d’amore, le sonorità sudamericane e le influenze arabe, la tradizione musicale genovese e l’urban contemporaneo. 

Il 2025 lo ha visto anche protagonista dell’estate con tre brani: Sto bene al mare di Marco Mengoni insieme a Rkomi, Figli dei palazzi feat. Néza e Una can, il suo singolo da solista. Il 7 novembre è tornato con Money, in collaborazione con due pesi massimi della scena rap: Artie 5ive e Guè. L’anno scorso, inoltre, è stato scelto da Spotify per Radar 2025, il programma dedicato agli artisti emergenti da tenere d’occhio, e da Vevo Global per Dscvr Artists to Watch 2026. E infine il successo al Festival di Sanremo con il brano Tu mi piaci tanto, classificatosi al secondo posto e certificato oro. L’8 maggio è la data di uscita del suo primo album ufficiale, intitolato Santissimo, che sarà disponibile in formato fisico e su tutte le piattaforme digitali.

Come hai vissuto l’esperienza di Sanremo?
Penso abbia fatto un po’ crollare la paura nei confronti di esperienze di questo tipo, rendendole più affrontabili e più concrete. Non che prima pensassi non lo fossero, anzi, mi sono sempre avvicinato con uno spirito di gioco e di lavoro. Però viverla davvero cambia la prospettiva. Partecipare a Sanremo mi ha arricchito proprio in questo senso: ha tolto quello ‘spettro’ e mi ha messo davanti a un mondo nuovo. E quando entri in contatto con qualcosa di nuovo, inevitabilmente impari e ti arricchisci.

Come definiresti oggi il tuo suono e cosa pensi ti distingua davvero dagli altri artisti della tua generazione?
Secondo me è sempre difficile definire qualcosa di così poco tangibile come il suono. Se proprio dovessi descriverlo, direi che è libero, in continua evoluzione. Allo stesso modo, non ho una vera esigenza di distinguermi dagli altri artisti della mia generazione, perché ognuno ha il proprio percorso.

C’è anche tanto vissuto personale in quello che canti.
Totalmente. Tutto quello che scrivo e canto è un’interpretazione del mondo visto attraverso i miei occhi, quindi inevitabilmente filtrata dalle mie esperienze. Il modo di pensare di ognuno di noi è forgiato da ciò che ha vissuto, da quello che ha attraversato e osservato nel tempo. Per me funziona allo stesso modo: ogni canzone nasce come la visione di un’emozione o di un momento, sempre legato a ciò che ho vissuto e a quello che, nel tempo, ho imparato a pensare e sentire.

Quando nasce una canzone è un punto di sfogo emotivo o un lavoro di costruzione?
Entrambe le cose. C’è una parte che è intoccabile: il momento in cui butto giù le idee, scrivo frasi, vado in studio e mi diverto. Poi però c’è anche tutto il lavoro di costruzione, che ormai è diventato quasi inconscio. Non lo vivo più come un’imposizione, ma come un processo naturale in cui lo sfogo emotivo diventa automaticamente più comprensibile. Questo vuol dire lavorare sulla struttura, sui tempi e sulla sintesi per riuscire a trovare un equilibrio tra spontaneità e comunicazione chiara.

Ripensando ai tuoi primi lavori, in cosa senti di essere cresciuto di più dal punto di vista artistico?
Penso di essere riuscito, con il tempo e con l’esperienza, a rendere i miei pensieri più digeribili, senza che però perdessero la loro autenticità. 

E dal punto di vista umano? 
Credo di aver lasciato andare una parte di quel caos che avevo all’inizio. Un caos che da un lato rendeva l’espressione pura, ma dall’altro anche più grezza e a volte, probabilmente, difficile da ascoltare. Oggi forse quello slancio è un po’ più mediato: ci sono più canzoni, melodie, e meno di quel delirio compromesso.

Oggi il panorama musicale richiede molta velocità: quanto è difficile restare fedeli a se stessi?
Se noi stessi siamo in continuo cambiamento, forse le uniche vere ancore sono i valori, il modo di pensare. Quelli, secondo me, difficilmente cambiano davvero, indipendentemente da tutto. È chiaro che il ritmo veloce della musica oggi porta anche a trovare un modo di esprimersi che sia comprensibile e accessibile a tutti. Per questo, a volte, la musica viene un po’ semplificata e adattata, ma sempre con lo scopo di comunicare. L’importante, alla fine, è l’intenzione: riuscire a comunicare davvero quello che si vuole.

C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare? 
Penso che i momenti di dubbio, in cui viene voglia di mollare tutto, cambiare strada, arrivino per tutti prima o poi. Forse oggi ancora di più, con le dinamiche che viviamo. 

E cosa ti fa continuare?
Quello che mi fa andare avanti è soprattutto un senso di responsabilità, non tanto nei confronti di chi mi ascolta, quanto verso le persone che ho accanto e verso ciò che mi fa stare bene. Inoltre, fare musica, per me, resta prima di tutto un piacere. L’idea di creare qualcosa che possa rimanere, che abbia un valore nel tempo, e contemporaneamente riuscire a dare stabilità alle persone intorno a me è una spinta forte a continuare.

Che tipo di connessione cerchi con chi ti ascolta?
Penso che la connessione avvenga in modo naturale, che sia una conseguenza. Il mio obiettivo è cercare di essere il più possibile comprensibile o digeribile, ma comunque scrivo per me, faccio musica che prima di tutto deve piacere a me. Poi, spero che possa davvero piacere anche a chi la ascolta, ma non ho aspettative precise. Rispetto a chi si affeziona alla mia musica, mi piace l’idea che ci siano diversi livelli di lettura, che ognuno possa entrare nelle canzoni a modo suo, perdersi nei dettagli, interpretarli e farli diventare anche un po’ propri.

Come vivi le aspettative degli altri?
Le aspettative degli altri appartengono agli altri, non a me. Io cerco di vivere e fare musica indipendentemente da quello che le persone si aspettano o pensano. Spesso non si apprezza davvero la persona, ma l’immagine che ci si è costruiti di lei. Non voglio assecondare questa visione, ma nemmeno posso illudermi di smontarla del tutto: fa parte del modo in cui le persone percepiscono gli altri, soprattutto quando li conoscono solo in parte. A un certo punto entra in gioco anche il lavoro, e si cade inevitabilmente in dinamiche di aspettative, ma non sono cose che mi toccano in profondità. L’unica vera aspettativa che sento è quella legata alla responsabilità verso la mia situazione, verso le persone a cui voglio bene e verso l’obiettivo di fare le cose al meglio, senza sprecare quello che, in fondo, considero un regalo. 

Come ti confronti con il successo?
Lo vedo come un momento. Oggi sono qui perché magari qualcuno mi ha visto in televisione, ma tra un anno in quello spazio ci sarà qualcun altro. Sta a noi capire quanta attenzione vogliamo continuare a convogliare e quanto, invece, lasciare andare.

Ci sono artisti o generi che ti hanno formato di più?
Direi moltissimi generi, perché la musica mi piace davvero tutta. Spesso faccio riferimento alla bossa nova, al reggae, alla cumbia, alla samba. Sono mondi che ho ascoltato parecchio e che, in qualche modo, hanno influenzato la mia vibe, il mio modo di vivere la musica e anche la vita. Però non c’è solo quello: c’è anche quella leggerezza, e al tempo stesso una fame, che hanno artisti come Notorious B.I.G.. Alla fine è un mix di influenze diverse, che convivono e si contaminano.

C’è qualcosa che senti di non aver ancora espresso nella tua musica?
È un pensiero che avevo già espresso tempo fa: sogno di scrivere, un giorno, una canzone come Canzone del maggio di Fabrizio De André o L’italiano di Toto Cutugno. Sento che ci sono ancora temi, soprattutto sociali, che non sono riuscito ad affrontare come vorrei.

Per i prossimi mesi cosa ci dobbiamo aspettare?
L’8 maggio è la data di uscita di Santissimo, il mio primo album ufficiale. È un progetto a cui tengo molto, perché raccoglie e rappresenta tutte le sfumature della mia musica fino a oggi, dal racconto personale alla contaminazione tra generi e influenze diverse che arricchiscono il mio stile. Poi ci sarà il tour, che partirà quest’estate sui palchi dei principali festival e continuerà in autunno nei club. Sarà un modo per portare questo progetto dal vivo e farlo crescere ancora di più nel contatto diretto con il pubblico. Sono molto contento che tornerà anche la Santissima Fest, che l’anno scorso ha avuto una risposta fortissima e che quest’anno si terrà in una dimensione ancora più grande, al Porto Antico di Genova il 18 luglio.

A parte la musica, c’è un sogno imprenditoriale nel cassetto?
Credo in una creatività in continua espansione, che non si accontenta e che cerca di abbracciare orizzonti sempre più ampi. Quindi forse la mia visione è quella di un percorso in divenire, in cui si amplia sempre di più il perimetro del mio agire, non tanto in una direzione precisa, quanto come naturale esigenza di esplorare e aprirsi a mondi diversi. Mi piacerebbe, con il tempo, costruire qualcosa che vada oltre la musica, che abbia un valore per me e per le persone che ho accanto, e che in qualche modo riesca anche a fare del bene. Sarebbe bello riuscire a comunicare lo stesso messaggio anche attraverso linguaggi diversi, restando però sempre fedele a quello che sono.

Se potessi parlare al te stesso di qualche anno fa, cosa gli diresti?
Da un lato non gli direi niente, perché è giusto vivere ogni età per quello che è, senza anticipare troppo. Dall’altro, forse, gli direi di non avere fretta. Non che io non l’abbia avuta, però certe cose, nel loro essere grezze, nel loro caos, non sono replicabili più avanti. Quindi, probabilmente, gli direi di viverle ancora di più in quel momento, senza cercare di correre oltre.

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