Articolo tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
“Vogliamo che i giovani lombardi sentano l’impresa come un’opportunità concreta. La vera sfida è culturale: creare un ecosistema in cui mettersi in proprio non sia l’eccezione, ma una strada naturale”. Così Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia. Da qui prende avvio una riflessione sulla cultura d’impresa in Lombardia, tema sempre più centrale in una fase storica in cui innovazione, nuove professioni e mobilità internazionale stanno ridefinendo il rapporto tra giovani e lavoro. Se da un lato emergono opportunità inedite, dall’altro permangono ostacoli culturali e strutturali: una formazione spesso percepita come troppo teorica, la paura di fallire e la difficoltà di orientarsi tra gli strumenti di supporto disponibili.
Parliamo di cultura d’impresa: oggi in Lombardia si fa abbastanza per insegnarla davvero ai giovani, oppure siamo ancora troppo legati a un approccio teorico e poco concreto?
I giovani oggi conoscono la funzionalità dei prodotti che utilizzano, ma non ne conoscono le modalità di progettazione e fabbricazione. Far conoscere loro questi aspetti li avvicina alla cultura d’impresa, perché ne accende la creatività e può portarli a scoprire una vocazione. Ciò che manca è offrire loro la possibilità concreta di misurarsi con una sfida imprenditoriale; è necessario farlo anche attraverso il racconto delle sfide vinte, cioè dei tanti successi imprenditoriali lombardi, che non sono solo economici, ma anche sociali e culturali.
Se un giovane oggi volesse aprire una partita Iva in Lombardia, qual è il primo ostacolo che incontrerebbe?
Una ricerca evidenzia che l’ostacolo più difficile da superare è la paura: la paura di essere lasciati soli o di fallire. Oggi disponiamo di molti strumenti di supporto che in passato non esistevano, ma probabilmente dobbiamo migliorare il modo in cui li comunichiamo. Molti successi lombardi sono passati anche attraverso obiettivi inizialmente non raggiunti: il passo falso fa parte di un percorso che può portare a una piena soddisfazione economica e professionale, contribuendo al tempo stesso alla crescita della propria comunità attraverso l’impresa.
Molti talenti scelgono l’estero per fare impresa: cosa può offrire la Lombardia in più, oggi, per convincerli a restare o tornare?
La mia opinione è diversa rispetto a quelle più diffuse: oggi la mobilità è molto più semplice rispetto al passato, anche grazie a un bilinguismo ormai naturale. Le nuove generazioni si sentono europee, hanno già superato i confini nazionali. In Lombardia, però, devono trovare spazio. Noi offriamo loro un ambiente ideale in cui giocarsi le proprie sfide individuali e vogliamo continuare a essere la ‘casa delle idee’.
La partita Iva viene spesso percepita come precarietà: quali misure state mettendo in campo per trasformarla in una scelta stabile e sostenibile?
La partita Iva è una scelta, anche di espressione e di libertà. Ciò che serve è tutelare il lavoro autonomo in modo equo rispetto alle altre tipologie di lavoro. È utile e necessario avviare una riflessione sulle iniquità generate dai diversi trattamenti tra lavoratori pubblici, privati e autonomi.
Freelance, creator, professionisti digitali: il lavoro autonomo sta cambiando forma. Le politiche regionali stanno davvero tenendo il passo o rischiano di essere già superate?
L’evoluzione del mercato la fa il mercato: nascono nuove professioni e quelle esistenti si trasformano. L’obiettivo della Regione è accompagnare e accelerare i percorsi che le aziende si sono date, senza sostituirsi a esse.
Guardando avanti: quale deve essere, secondo lei, il ruolo dei giovani imprenditori per mantenere la Lombardia tra i principali motori economici d’Europa?
Sarà fondamentale il nostro ruolo nel lasciarli agire e nel sostenerli. I giovani potranno regalarci grandi soddisfazioni; a noi spetta il compito di aggiornare e migliorare l’ambiente in cui opereranno. Le Zone di innovazione e sviluppo vanno in questa direzione.
Dall’indagine dell’Istituto Piepoli sulla cultura d’impresa emerge che la scuola è percepita come troppo teorica e poco collegata al mondo del lavoro. Come può la Regione intervenire per colmare questo divario?
La Regione mette a disposizione percorsi formativi tecnici molto partecipati, nei quali spesso i docenti sono le stesse aziende. In questo modo si avvicinano concretamente domanda e offerta di lavoro, formando giovani con competenze realmente richieste. La filiera della pubblica istruzione statale, a mio avviso, necessita di una profonda revisione: è troppo rigida e distante dal mondo del lavoro.
È ottimista o pessimista riguardo al futuro dei giovani e della Lombardia, influenzato dalle scelte delle nuove generazioni?
Se sapremo offrire ai giovani lo spazio e il supporto necessari per mettersi in gioco, grazie al loro contributo e all’esempio di chi li ha preceduti, la Lombardia continuerà a essere una terra di imprese e di invenzioni.