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Contenuto tratto dal numero di agosto 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
“Mi dispiace, ma è la verità: voi europei siete completamente fregati”. La voce è di uno degli insider della passata amministrazione americana, quella di Joe Biden, che verso l’Europa nutriva ancora una certa simpatia. Con il senno di poi, parecchia simpatia. Chris McGuire si occupava, per la Casa Bianca, di tecnologia di frontiera: chip, intelligenza artificiale, cloud – insomma, le cose con cui oggi si domina il mondo. Il ragionamento di McGuire è questo: siamo in un’epoca di competizione tra grandi potenze, cioè di rapporti di forza abbastanza brutali, e l’Europa sarà costretta a rimanere vicina all’America; un’America sgradevole, ovvio, ma pur sempre meno ostile di Cina e Russia.
Perché l’Europa non può cercarsi una sua strada? Secondo McGuire e una schiera di altri analisti, la risposta è una cruda questione di numeri. Per avere successo nell’intelligenza artificiale bisogna mobilitare capitali, infrastrutture, risorse di calcolo, poi sviluppare modelli e applicazioni. L’America è dotata in misura impressionante di tutti e cinque questi elementi. Oltre a controllare i modelli più avanzati, possiede una potenza di calcolo stimata fino a 15 volte superiore a quella europea e ha in programma di acquisirne molta di più. In poche parole, la presa della tecnologia Usa – se possibile – rischia di diventare più stretta, e la dipendenza dell’Europa più pesante.
Uno sguardo ai budget software europei spiega perché siamo così preoccupati. L’infrastruttura digitale e i dati aziendali poggiano largamente su server statunitensi. Cosa significa? Il governo federale tedesco versa quasi mezzo miliardo di euro l’anno in licenze a Microsoft. Le grandi imprese francesi, secondo una stima dell’associazione Cigref (Club informatique des grandes entreprises françaises), acquistano ogni anno oltre 50 miliardi di dollari in software e servizi cloud dai giganti americani. E le importazioni dell’eurozona di servizi legati alla proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno superato i 200 miliardi di dollari. Secondo i report di Synergy Research, tre colossi americani – Microsoft, Amazon, Google – controllano circa il 70% del mercato cloud in Europa: i servizi che permettono di usare potenza di calcolo, archiviazione e software tramite internet, senza doverli possedere o gestire fisicamente. Quando un europeo chiede qualcosa a ChatGPT, la risposta è con ogni probabilità elaborata da Azure, il cloud di Microsoft; quando guarda Netflix, glielo serve Amazon. Ma non è solo svago: sui sistemi delle big tech americane girano i bilanci delle aziende, la posta dei dipendenti, i registri delle amministrazioni pubbliche – dati spesso fisicamente archiviati in Europa, che tuttavia restano a portata di mano di società soggette alla legge americana. Secondo il Cloud Act statunitense, le autorità americane possono richiedere i dati alle aziende tecnologiche anche quando sono ospitati da una sussidiaria all’estero.
È una questione di controllo e, nell’era Trump, anche di fiducia. In passato, evidentemente, ci siamo fidati parecchio e abbiamo appaltato agli Usa difesa e sistemi tecnologici. Ma oggi? Molti dicono che qualcosa si è rotto definitivamente con la minaccia di Trump di annettere la Groenlandia, cioè un territorio che fa parte della Danimarca, paese membro dell’Alleanza Atlantica. Il timore è il cosiddetto ‘kill-switch’, l’interruttore che spegne i servizi – servizi su cui si reggono le nostre società. L’America potrebbe davvero premerlo? Per gran parte degli analisti resta uno scenario improbabile: “Fumettistico”, lo definisce un funzionario dell’Unione europea sentito dall’Economist. Ma la dipendenza è reale.
L’Europa sta pensando di affrontare il problema con un approccio a più livelli. I dati più sensibili dovrebbero essere custoditi in territorio europeo in data center ad altissima sicurezza. Mentre componenti meno delicate, meno strategiche, continuerebbero a essere ospitate nelle strutture delle big tech americane. È un po’ questo il senso dell’ultima legge in materia proposta (il 3 giugno) dalla Commissione europea. Si punta a far crescere i nostri data center e la produzione di chip e a spingere le pubbliche amministrazioni a comprare europeo. Ci vorranno compattezza politica, tempo, denaro. Un ecosistema tech è molto complesso da tirare su, e la supremazia americana renderà l’operazione più difficile. Ma c’è una bella differenza tra un’impresa ardua e l’essere “completamente fregati”. Nel mezzo si aprono indubbie possibilità per chi sarà abile a infilarsi.
In Francia, ad aprile, una chance è stata data a Linux, un sistema open source originario dell’Europa, a cui si agganceranno progressivamente, al posto di Microsoft, i computer governativi. La Germania probabilmente affiderà ad aziende nazionali la creazione di un cloud per i dati amministrativi, mentre i suoi servizi segreti hanno optato per ArgonOS, la piattaforma di analisi dati della francese ChapsVision, lasciando quindi Palantir, super efficiente, ma percepita come troppo vicina all’ideologia Maga trumpiana. In realtà, non è vero che i Maga vogliono mollare completamente l’Europa: anzi, per certi versi ne sono ossessionati. Ma il bullismo di Trump è ormai malvisto anche da tanti politici ed elettori europei di destra che si definiscono sovranisti. Ecco perché Giorgia Meloni non è andata fino in fondo nella trattativa con Elon Musk per i servizi di connessione dei satelliti Starlink.
Per la tecnologia europea è un’occasione speciale. In tempi normali non ci sarebbe tutta questa spinta a rafforzarla, senza Putin e Trump che premono da una parte e dall’altra. Basti pensare a ChapsVision, appunto. L’ha fondata nel 2019 Olivier Dellenbach, ingegnere uscito dall’École Polytechnique. Si era indignato, raccontano, quando la Francia, dopo gli attentati del 2015, aveva dovuto affidare i dati del proprio antiterrorismo a un’azienda americana. È cresciuta a colpi di acquisizioni, 29 in cinque anni. Il risultato è ArgonOS, una piattaforma che incrocia masse di dati: intercettazioni, fonti aperte, documenti, video. I ricavi sono ancora briciole rispetto a quelli di Palantir, ma potrebbero accelerare proprio grazie alla tossicità del gruppo di Peter Thiel e Alex Karp. Un tempo il pazzoide era solo Thiel, ma anche Karp si è messo a parlare da invasato di destra: si vanta che i suoi software espellono i migranti e uccidono “i nemici dell’America”. Il che nuoce chiaramente agli affari.
Le porte si chiudono. A Londra, il sindaco ha bloccato un contratto da 50 milioni di sterline con la polizia metropolitana, il fondo pensione olandese Abp ha venduto azioni Palantir, e nell’ultimo anno l’azienda ha perso decine di ingegneri esperti, passati alla concorrenza, come racconta un’inchiesta del Financial Times. L’ultimo colpo è arrivato dalla Francia, dove il servizio di intelligence interna, cliente dal 2016, ha lasciato Palantir per ChapsVision. “Una scelta di vera autonomia strategica”, il commento del primo ministro Sébastien Lecornu. E in questo caso l’affermazione di Lecornu è quasi del tutto vera. Secondo i comunicati, ChapsVision ha scelto un cloud europeo (Scaleway) per lo sviluppo di ArgonOS. Anche se, volendo far le pulci, la macchina si fermerebbe senza i chip di Nvidia, un produttore americano.
L’altra startup di cui si parla moltissimo è Helsing, che sta diventando rapidamente un campione europeo. Fondata in Germania nel 2021, come Palantir e ChapsVision sviluppa software di intelligenza artificiale che fondono miriadi di dati da radar e satelliti in un unico quadro operativo. In più costruisce droni d’attacco, che volano anche senza Gps, già impiegati a migliaia in Ucraina. Dopo l’ultimo round di finanziamento, a luglio, ha toccato una valutazione di 18 miliardi di dollari (circa 15,7 miliardi di euro) che ne fa la startup di maggiore valore dell’Europa continentale. Ci hanno investito pure Goldman Sachs e JPMorgan, tra i nomi più pesanti della finanza americana. Non basterà a colmare il divario, certo. McGuire dice che siamo fregati. O forse soltanto in ritardo.
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