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Cultura

L’estate in un bar di provincia per capire i trionfi di Salvini e 5 Stelle

Luigi Ghirri, “Nogara – Bar della stazione”.

Anche questa estate tornerò in Sardegna, dalla mia famiglia. Anno dopo anno, col tempo che passa, un pensiero sgradevole è diventato parte del processo di imbarco: lo faccio sempre meno volentieri. La scelta di andare a trovare i propri genitori durante i mesi estivi (nel mio caso anche mia sorella, che non vedo mai) è comune a moltissimi italiani, quelli che lavorano lontano da casa, magari a Londra o Milano, oppure studiano da fuorisede a Torino o Bologna. Eppure, per tanti le vacanze in famiglia nascondono un dilemma che suona come una specie di ricatto: tornare dove si è nati significa anche respirarne di nuovo il clima culturale, che talvolta è troppo distante da ciò che si è diventati; l’alternativa difficilmente praticabile è non tornare mai o quasi, rinunciando a passare del tempo con le persone a cui si vuole bene. Ma qual è la vera causa di questo dilemma?

Abbandonare una grande città a luglio e agosto, diretti verso un paesino o una città di poche migliaia di anime, significa anche prepararsi a uno scarto antropologico notevole. Spesso gli abituati a un clima cittadino più aperto e cosmopolita dimenticano che la realtà del resto del Paese (la maggioranza del Paese) è molto diversa: piccoli bar in piazzette assolate, gli stessi gruppi di amici da una vita, abitudini consolidate nel tempo, diversi tassi di occupazione giovanile, sagre, iniziative locali… e, per conseguenza più o meno diretta di tutto questo, idee politiche differenti.

Ora, con Lega e M5S al governo, con la questione dei porti chiusi, tornare a casa è un’esperienza ancora più segnante: è su temi come l’immigrazione che quello che spesso viene definito “Paese reale” risulta più lontano dalla sensibilità di chi vive in posti come Milano o Bologna. Ho vissuto in tre città negli ultimi anni, e in tutti i casi l’estate metteva a nudo le provenienze degli abitanti: centri storici svuotati da migliaia di capi chini diretti alla stazione e all’aeroporto più vicini. Certo, c’è anche chi in città ci è nato, ma i nonni, gli zii, stanno altrove, nel paesino, che sia la campagna abruzzese, la provincia veneta, quella campana o qualche altra città oltre il mare, Catania o Palermo. Nel mio caso, “casa” è Cagliari, una città insulare ancora più lontana – metaforicamente e geograficamente – dalla vita e i costumi delle grandi città del nord. Quando ci torno, sento nell’aria il profumo dei miei anni da isolano, vedo tratti e lineamenti familiari: tutto è riconoscibile e intimo, eccetto alcuni dei discorsi che intercetto.

Davanti a un qualsiasi commento razzista in famiglia tocca scegliere se fare buon viso a cattivo gioco, oppure imbarcarsi in una discussione in cui sarà difficile prevalere. Perché la provincia italiana è così arrabbiata? Com’è successo che il luogo in cui siamo stati bambini, e poi adolescenti, e poi quasi adulti, ora ci appare così diverso? La cultura di provenienza ti rincorre per sempre: è come uno zaino pieno di pietre che pesa, ma che fai di tutto per non abbandonare perché ad alcune di quelle pietre sei affezionato. Ogni periodo di vacanza la stessa storia: tornare a casa spinge la coscienza di migliaia di persone a un sentimento bipolare, diviso tra piacere e rabbia, tra volontà e rifiuto.

Ogni estate migliaia di persone tornano nella bolla culturale in cui sono cresciuti, nel paese dei genitori, nella casa dei nonni, nel quartiere a cinque minuti di macchina da dove hanno fatto il liceo. Comincia a succedere proprio ora, con l’estate finalmente bollente e coi primi biglietti prenotati: un piccolo grande esodo silenzioso, una processione del ritorno alle origini. Altro che élite, altro che salotti e incomunicabilità tra ceti sociali: i nostri centri città sono tutti fatti di persone che la provincia la conoscono in prima persona. E questa migrazione formato vacanza è un’ottima occasione per riconoscere dove il populismo attecchisce di più, per capire come e perché.

Tornare a casa, per me, è sempre un modo di rendermi conto che il qualunquismo, i pregiudizi, il nazionalismo e il razzismo non sono concetti astratti, ma idee coltivate ogni giorno da persone in carne e ossa che così tante volte sono i nostri stessi familiari, le persone con cui siamo cresciuti, i vicini di casa, i compagni della squadra di calcio, quelli con cui abbiamo fatto le scuole medie, l’amico impiegato e quello che faceva il pr in discoteca. Andando a lavorare o studiare fuori ce ne siamo allontanati, ma loro sono rimasti fondamentalmente gli stessi: hanno continuato a orbitare su traiettorie diverse dalla nostra, che noi col tempo abbiamo dimenticato (o finto di dimenticare), e hanno vissuto vite uguali ma diverse: spesso non hanno avuto le stesse opportunità; il loro risentimento e la loro sfiducia verso le istituzioni (politiche e non) sono cresciuti insieme alle loro delusioni. Queste persone, giovani o vecchie, specializzate o con studi ridotti all’osso, cercano la loro occasione in una terra che spesso non riesce a dargliela: è così che i proclami dei capipopolo attecchiscono, trovando un terreno fertile per la loro narrazione manichea. “Ci vogliono sostituire con gli immigrati!”, ho sentito lamentare una volta a un conoscente che credevo insospettabile.

Una piazza di Cagliari.

Chi abbandona la città per tornare a casa oggi ha la possibilità inestimabile di conoscere il più importante dei fenomeni politici degli ultimi anni: quello che ha spinto per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, e che è solo lì, nelle campagne inglesi: non ce n’è (quasi) traccia a Londra. Così come è nella grande periferia degli Stati Uniti che Trump ha trionfato. La nostra provincia è meravigliosa, coi suoi paesaggi, le sue cascine e le sue spiagge da estate italiana, i suoi scorci da film di Guadagnino, il suo fascino minore. Ma è anche un laboratorio di sospetto e campanilismi, di orgoglio tradizionalista e di conservatorismo. Sarà la grande percentuale di anziani? Sarà che la tradizione e il folclore abbondano più nella cittadina che in città? Quello che importa davvero è ciò che si dice ai tavolini dei bar: l’ago della bilancia è il pressapochismo del discorso sui migranti fatto dal nostro vicino d’ombrellone. A me è capitato di intercettare un “bisognerebbe affondarli” – e il riferimento, ovviamente, era ai barconi di immigrati; il soggetto parlante, invece, un sessantenne dall’apparenza placida e bonaria, uno di quei conoscenti alla lontana che ti sembra di conoscere da sempre, quelli che quand’eri piccolo si fermavano a salutarti e dirti quant’eri cresciuto.

Per quanto il mio entusiasmo legato al ritorno estivo sia diventato fragile, non è solo l’amore che mi lega a mia sorella e ai miei genitori a spingermi a prenotare questo volo per la Sardegna. So di avere un’occasione preziosa per sapere come va il mondo al di fuori delle frequentazioni che mi sono costruito. E tutto sommato è così per tutti: chi torna a nord ne può approfittare per capire il leghismo e chi va a sud per capire la rabbia che ha spinto i Cinque Stelle fino al 30 per cento dei consensi. Questo piccolo esodo è un’esperienza collettiva, una messa in pratica di una fantastica abitudine democratica alla curiosità e al compromesso: alla cassa del supermercato una signora con due figli al seguito si lamentava di presunti favori statali fatti ai migranti africani. In realtà – avrei voluto obiettare, ma ovviamente non l’ho fatto – non c’è niente di vero, sono bufale utili a sentirsi benefattori e giustificare il proprio sentimento di preoccupazione e disprezzo. Eppure, qui come altrove, la suggestione è diventata realtà, e una miriade di suggestioni sono diventate una forza di governo.

Mi imbarco per andare a casa mia con lo spirito sincero dell’osservatore, quello che credo dovremmo mettere in campo tutti noi arruolati nell’esercito del “torno sempre per le vacanze”. Metto la tolleranza in valigia insieme al deodorante e alle magliette piegate strette: se a un pranzo in famiglia sarà – come è molto spesso – “colpa degli immigrati” manterrò la calma, mi chiederò come, esattamente, i mali di una terra che non cresce sono diventati diretta conseguenza di un gruppo statisticamente irrilevante di poveri che passano una frontiera. E così farò davanti a ogni probabile sparata sui musulmani, sulle “invasioni” e sul mondo che va inesorabilmente in malora. Proverò a ricordare che c’è una contropartita, un lato positivo in quel mal di pancia. Capiterà anche, talvolta, che quella voglia di capire rimanga chiusa in valigia, e così sulla conoscenza distaccata prevarrà un senso di fastidio. Dopotutto è facilissimo ricadere nella trappola degli scontri verbali: è l’epoca che stiamo vivendo. Se fallisco, però, riproverò la prossima estate.

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