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Style 29 Gennaio, 2020 @ 12:12

La nuova collezione Tweed di Chanel comprende un collier da quasi 4 milioni

di Mara Cella

Mi occupo di moda, lifestyle e imprenditorialità.Leggi di più dell'autore
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Tweed di Chanel, la nuova collezione di alta gioielleria
Courtesy Chanel

Dall’armadio maschile a divenire trama preziosa.

Per la prima volta in assoluto Patrice LeguéreauDirector of Jewelry Creation Studio di Chanel ha dedicato una collezione di alta gioielleria al Tweed: un tessuto-simbolo.

Originariamente prodotto in Scozia, il termine tweed deriva proprio dalla parola scozzese “tweel” ovvero tessuto spigato e probabilmente fa riferimento anche al fiume Tweed che scorre lungo la costa fra Inghilterra e Scozia.

Questo iconico tessuto, è sinonimo di eleganza maschile, ed è poi divenuto anche elemento inconfondibile dello stile Chanel. Non tutti sanno che la rivoluzionaria Coco è stata la prima fashion designer  – negli anni ’20, dunque per esser precisi, un secolo fa – ad utilizzare il tweed anche per le collezioni femminili. Da allora questo tessuto reinventato e reinterpretato fa parte del vocabolario della Maison e per certi versi riassume i codici stilistici Chanel stagione dopo stagione.

Durante la sua relazione amorosa con il Duca di Westminster, che conobbe a metà degli anni ’20, Gabrielle Chanel sviluppò il suo amore per questo peculiare tessuto di lana: ne amava morbidezza e versatilità, da allora è diventato essenziale per il suo guardaroba, quasi un amore a prima vista. Mademoiselle Chanel diceva addirittura di saper riconoscere il tweed che era stato specificamente risciacquato nelle acque del fiume Tweed. Così questo elemento preso in prestito dall’abbigliamento maschile diviene protagonista delle collezioni Chanel pensate per una donna come Coco – che viaggiava, guidava e praticava sport. Di sicuro la lana cardata morbida e confortevole ben si presta a molteplici funzioni d’uso; allo stesso modo le irregolarità e l’aspetto naturale del tweed hanno saputo conquistare Coco Chanel e il suo essere una donna imprenditrice, audace e visionaria, che potremmo definire antesignana di una moda gender free.

Ebbene nel 2020 dalla lontana Scozia al laboratorio di Place Vendôme a Parigi, il tweed diviene tessuto prezioso che esprime tutta la forza, la competenza e creatività di CHANEL che ha appena svelato una collezione di alta gioielleria per la prima volta interamente dedicata a questo tessutoUn vero e proprio viaggio inaspettato alla scoperta di opere d’arte orafa che riproducono la trama, gli intrecci, le geometrie, il dritto e rovescio dei fili di lana e delle antiche lavorazioni artigianali. Con questa stessa sartorialità alla recente settimana parigina della Haute Couture ha letteralmente trionfato la collezione Tweed de Chanel:  45 pezzi dove l’oro e i diamanti sono stati resi morbidi come l’inimitabile tessuto di lana scozzese intrecciato a mano.

Ma come è possibile che un tessuto di metallo e pietre possa essere intriso di un ritmo e un respiro tale? La sapienza dei maestri d’arte Chanel ha sviluppato speciali tecniche di lavorazione e articolazione, che hanno dato vitalità e reso soave l’oro massiccio, onorando la bellissima irregolarità del tweed che ha tanto entusiasmato Gabrielle Chanel.

Diamanti, perle, zaffiri, spinelle, onice sono stratificati e intrecciati su diversi fili, dando vita a collane, anelli e bracciali con splendidi effetti strutturati.  Le linee essenziali di ogni creazione sottolineano il potere grafico di trame eccezionali, modellate esclusivamente a mano. Vari i temi di ispirazione della collezione ma su tutti spicca il Tweed Couture. Una parure dove il collier – naturalmente un pezzo unico – è composto da ben 980 articolazioni. E considerando che  ciascuna di queste richiede un’ora di lavoro, sono ben 980 ore di lavoro per un vero e proprio capolavoro d’arte gioielliera. In platino, oro rosa, diamanti zaffiri rosa e spinelle rosse oltre ad un diamante taglio cuscino di 10.20 carati. Un’idea creativa geniale – un peculiare incontro di moda, arte e savoire faire – che si è tradotta in un gioiello unico, di certo un investimento speciale. Valore? Circa 3,9 milioni di euro.

Style 17 Dicembre, 2019 @ 9:16

La designer milanese che ha esaltato il lato pop del gioiello

di Alice Rosati

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Bea Bongiasca nella sua boutique monomarca

Milanese doc, ha appena aperto la sua prima boutique in Brera. Uno spazio tutto rosa per provare e vivere il tocco pop delle sue creazioni preziose, che hanno conquistato anche l’America

Con i suoi gioielli a tinte pop ha svecchiato le classiche “sciure” milanesi. Beatrice Bongiasca, milanese doc anche lei, classe 1990, si è laureata con lode in Jewellery Design alla Central Saint Martins di Londra, e nel 2014 ha fondato il suo brand Bea Bongiasca. “Ci è voluto un anno di lavoro intenso prima di presentare ufficialmente la prima collezione No Rice, No Life”, racconta. Magra, bionda, ha studiato all’estero, vive in Brera e ha fondato un brand di gioielli: Bea ha tutte le caratteristiche della perfetta Milanese imbellita, ma con un plus: uno stile tutto suo, molto più colorato e non convenzionale, che dà voce ai suoi numerosi viaggi.

Nonostante nel 2017 fosse già stata inserita proprio da Forbes nella seconda classifica annuale dei “30 Under 30 Europe” per le categorie Arts & Dorm Room Founders, Bea rimane con i piedi per terra, conscia del suo successo internazionale, ma desiderosa di fare le cose bene, con i giusti tempi e la cura adeguata a un progetto che è un vero e proprio gioiello.

Divertendosi e facendo divertire con le sue creazioni, intrise di Oriente e Occidente, ha conquistato il mercato americano duplicando il fatturato, e ha aperto la sua prima boutique monomarca in via Solferino 25 a Milano. Un traguardo importante, dopo il successo del Pop-Up Store a La Rinascente, in una location legata ai suoi ricordi di infanzia. Bea in Brera ci è cresciuta, e il rosa, il colore scelto per gli interni della boutique, è lo stesso della sua camera da letto, entrambi disegnati da Massimiliano Locatelli dello studio Locatelli &Partners. Al suo primo negozio ha dedicato un anello inedito, in edizione limitata: è il best seller della collezione You’re So Vine, rivisitato per l’occasione con un fiore viola in ametista che riprende le cementine tipiche della pavimentazione dello store.

Gli interni della boutique monomarca di Bea Bongiasca

Sei passata dall’online al negozio fisico, una dinamica inversa rispetto a quello che succedeva una volta…
“Aprire il negozio è sempre stato il mio obiettivo, e infatti non ho avuto tempo di realizzare che finalmente è successo. Non mi sono ancora posta un nuovo traguardo, voglio prima curare bene i dettagli qui, poi vedremo”.

La boutique di Bea Bongiasca in via Solferino a Milano

Quanto è importante Instagram per avere successo?
“Ho un profilo Instagram che seguo al meglio, ma non devo la mia carriera professionale a questo social network. Non ha avuto la funzione di passaparola, è arrivato dopo. Credo che i follower rappresentino la seconda fase di un brand: solo quando si è già conosciuti, allora anche le interazioni aumentano”.

Qual è il fil rouge che unisce la creazione dei tuoi gioielli?
“E’ senza dubbio il colore, l’essere pop. Con i miei gioielli voglio trasmettere divertimento e leggerezza. Mi piace l’idea di svecchiare i classici, aggiungendo un tocco di allegria”.

Qual è il valore aggiunto dei tuoi gioielli?
Il fatto di usare solo oro 9 carati è una scelta. Sono un marchio giovane, ci sarà sicuramente tempo per l’oro 18 carati. Il valore dei miei gioielli è tutto nel design”.

Qual è la ragazza tipo che indossa gioielli Bea Bongiasca?
“Sono trasversali, non hanno una fascia di età specifica. Il colore riesce a mettere d’accordo gusti e stili. Le mie clienti sono tutte persone cui piace la leggerezza, che si riconoscono in uno stile pop, e non eccessivamente serioso. E poi i gioielli sono molto più liberi della moda, si può giocare e osare, sono l’accessorio audace capace di smorzare un intero look”.

Com’è lo stile della Milanese doc?
“Credo che lo stile della perfetta ragazza milanese si è evoluto. È meno classico, meno da sciura. Ci sono più stili che convivono, più designer, più mix di brand alti e bassi”.