
Appena una settimana fa, Aziz Ansari a 34 anni era diventato il primo americano di origine asiatica a vincere il Golden Globe riservato al Miglior attore di una serie tv comedy. Celebrità internazionale acclamata per il successo del suo Master of None, Ansari negli ultimi anni è entrato felicemente nel ruolo della star generazionale, vestendo i panni del Millennial timido, impacciato, irrisolto e in balìa di un mondo vagamente inospitale, che non capisce del tutto. Questo mondo, però, tra le altre cose crea i suoi idoli e li distrugge a una velocità inedita, tanto che oggi – sette giorni dopo – stiamo discutendo di un’accusa di molestie a suo carico. Finché il molestatore aveva il volto attempato e grezzo del sessantacinquenne Weinstein, la rivoluzione anti-patriarcato aveva un target definito anche in senso anagrafico: ma cosa succede quando a venire detronizzato è il trentenne simbolo del “modern romance” (come da titolo del suo libro sul tema delle relazioni sentimentali contemporanee, finito nei bestseller del New York Times), uno dei volti più affermati della sensibilità culturale inclusiva e gender equal? Cosa capita, insomma, quando una rivoluzione non solo fa vittime fra i nemici del popolo, ma inizia a togliere di mezzo i suoi stessi rivoluzionari?
Molte delle risposte si trovano direttamente nel pezzo d’accusa, uscito nel weekend sull’impalpabile Babe, un sito di approfondimenti figlio della nuova ondata femminista: si intitola “I went on a date with Aziz Ansari. It turned into the worst night of my life” (“sono uscita con Aziz Ansari. Si è rivelata essere la peggior serata della mia vita”). Condensandola in poche righe, la vicenda racconta di un incontro a una festa dello scorso settembre tra Ansari e Grace – il nome è di fantasia – fotografa ventiduenne di Brooklyn. I due flirtano, si scambiano i numeri di telefono, il giorno dopo continuano in forma testuale sugli schermi del loro smartphone, decidono di vedersi a cena in un ristorante di Manhattan e poi passeggiano fino al lussuoso appartamento di Ansari a Tribeca. Qui le strade, metaforicamente, si dividono: Grace, che aveva provato con gli amici diversi look in vista della grande serata con la star maschile più tenera di Hollywood, vorrebbe qualcosa; Aziz vuole fare sesso, e lo mette in chiaro fin da subito con un atteggiamento definito “aggressivo” dalla sua ospite, la quale si trova progressivamente sempre più a disagio (“non era ciò che mi aspettavo. Avevo visto alcuni dei suoi show e letto estratti del suo libro e non pensavo affatto a una brutta serata, né tantomeno a una di violenza e dolore”, scrive Babe: la fiction è diventata una realtà inaspettata, deludente e oggi quindi da denunciare).
Per un uomo è difficile immaginare ciò che una donna prova, pensa e percepisce in circostanze così delicate, e farlo spesso è un esercizio sgradevole. Tuttavia, in questa vicenda rimangono alcuni indicatori: Grace non si allontana da casa del comico indiano-americano (“credo perché ero sbalordita e sotto shock”); nel suo racconto si parla genericamente di “segnali verbali e non verbali per indicare quanto mi sentissi a disagio”, si adduce il ritrarsi, il mormorare qualcosa; poi si racconta di un momento chiarificatore seguito da un rapporto orale consensuale. Come conferma lo stesso articolo, “è impossibile per Grace dire se Ansari non abbia notato la sua reticenza o l’abbia consapevolmente ignorata”. Quel che le è stato possibile, però, è costringere il famoso di turno a difendersi da un’accusa – aleggiante e mai davvero formalizzata – gravemente infamante, di quelle che da qualche tempo pongono fine anche alle carriere più solide. Tutto, nel resoconto pubblicato e diffuso al resto del mondo, punta alla character assassination: persino il vino bianco anziché rosso (il preferito di Grace, quest’ultimo) ordinato a cena da Ansari diventa uno scivolo verso l’apposizione sul suo nome della peggiore delle etichette; la sua risposta ufficiale del comico, arrivata ad articolo già pubblicato, anziché essere posta a inizio articolo – come prassi giornalistica vorrebbe – è sepolta sotto un mare di testo.





