
Nella recente serie televisiva di Netflix, Mindhunter, alla fine degli anni ’70 un giovane negoziatore (Holden Ford) e un più esperto agente dell’Fbi (Bill Tench) uniscono le loro forze per dedicarsi a un filone di studi pioneristico: la profilazione criminale di un nuovo tipo di assassino, il serial killer, da portare a termine mettendosi nei panni dei peggiori assassini d’America. Il duo, coadiuvato dalla professoressa Wendy Carr, inizia così a visitare le principali prigioni statunitensi, sperando di poter, un giorno, essere ammesso nella cella di sicurezza di Charles Manson.
La finzione scenica di Mindhunter è anche quanto di più vicino si possa trovare a uno studio condotto da Arielle Baskin-Sommers dell’Università di Yale, i cui risultati sono appena stati pubblicati sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences. Baskin-Sommers e il suo team di ricercatrici hanno approfondito il punto di vista dei soggetti psicopatici: com’è noto, chi è affetto da psicopatia ha dei problemi a comprendere le emozioni altrui (motivo per cui gli assassini si dimostrano spesso così crudeli e privi di empatia), ma c’è dell’altro.
Il gruppo di ricerca ha allestito una serie di laboratori improvvisati nel perimetro delle prigioni del Connecticut, composto da una sedia, una scrivania e un computer con un test visuale per il detenuto: un avatar di un altro prigioniero – riconoscibile per la consueta divisa arancione – guardava a destra o a sinistra, e aveva o due puntini sul muro davanti a lui, o un puntino sulla parete dietro di lui e l’altro su quella davanti. Ai 106 partecipanti è stato chiesto di dire quanti puntini potevano vedere, e quanti invece poteva vederne il personaggio del render. In condizioni normali, la mente umana adulta è allenata fin dall’infanzia a prendere la prospettiva altrui, tanto da causare ciò che la psicologia definisce interferenza allocentrica: a causa di quest’ultimo fenomeno, quando il totale dei puntini che vediamo in prima persona differisce da quello visibile dall’avatar, ci mettiamo un secondo in più a dare la risposta corretta, incapaci di scindere istantaneamente la nostra prospettiva da quella della figura.





