
Lo scorso 8 marzo il Vaticano ha ospitato un evento senza precedenti nella sua storia millenaria: una hackathon. VHacks, una manifestazione di tre giorni tenutasi nello Stato sovrano più piccolo del mondo, ha riunito 120 studenti di 60 università mondiali, divisi da fedi religiose differenti ma uniti da un obiettivo comune: “Usare l’innovazione tecnologica per vincere le barriere sociali e abbracciare valori comuni”, come si legge sul sito dell’iniziativa. I temi attorno a cui orbitava l’evento erano quelli cari all’attuale Pontefice: la crisi internazionale dei migranti, l’inclusione delle fasce più deboli della popolazione mondiale e il dialogo interreligioso. Dal podio dell’evento Michael Czerny, che guida la sezione del neonato Dicastero pontificio per il Servizio dello sviluppo umano integrale – che si occupa essenzialmente di profughi e migranti – ha dichiarato: “I possessori o regolatori della tecnologia di norma non farebbero attenzione alla Chiesa: grazie a Papa Francesco, ora l’hanno notata”.
Che VHacks non sia un caso isolato, o una semplice trovata estemporanea? In fondo Papa Francesco stesso, nella sua enciclica Laudato Si, sottolineava l’importanza delle nuove tecnologie e la loro capacità di plasmare il mondo. E, nonostante alcune prese di posizione critiche, la curia romana non fa mistero di avere un occhio attento a ciò che succede in Silicon Valley. Per usare le parole di Czerny: “La prima hackathon vaticana è stata una grande opportunità per allargare il terreno comune su cui la Chiesa e l’alta tecnologia possono incontrarsi, non soltanto per collaborare ma anche per essere vicendevolmente onesti – e, se necessario, critici”. Intervistato dall’Atlantic, il docente specializzato in etica tecnologica all’Università di Santa Clara Brian Green ha detto:
In linea generale, l’attitudine della Chiesa verso la tecnologia è stata molto positiva in passato. Ma quando quest’ultima è diventata troppo potente, la prima ha sentito il bisogno di dire no ad alcune cose. Ogni gruppo che non riesce ad assorbire la tecnologia, oggi, è nei guai: se la Chiesa non riesce a occuparsene in maniera produttiva, rimarrà indietro. Per questo motivo, ha bisogno di riesumare la sua tradizione di ottimismo tecnologico.






