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Cultura 30 gennaio, 2019 @ 10:30

Mr. Robert Redford e i migliori anni della nostra vita

di Alessandro Turci

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Scrive poesie. A volte di politica estera, di stile, di viaggi. Per Panorama, Icon, il Foglio, Aspenia. chiudi
primo piano di robert redford
Robert Redford (Grant Lamos IV/Getty Images)

Ellenizzare i barbari, atticizzare Roma.

Era l’ideale dell’Imperatore Adriano, ed è un po’ quello che ha tentato di fare Robert Redford con noi, cioè col suo pubblico. Eroe leale, buonista ante litteram, mecenate col Sundance Film Festival, attivista dal cuore dell’Impero (americano).

Bello controvoglia, elegante anche in t-shirt, cowboy e avvocato, uomo di praterie e giornalista d’inchiesta, agente segreto e gentleman bandito, Redford ha chiuso la carriera pochi mesi fa scegliendo l’Italia come anteprima per il suo ultimo film: Old Man & the Gun.

Redford è stato un Instant Classic, piaceva contemporaneamente alle mamme e alle figlie, ma anche ai mariti. Nell’ultimo film è un maestro di evasioni dal carcere, forse perché l’evasione – da regole e stereotipi – è uno dei messaggi chiave della sua arte. Sapere quando andarsene per non rovinare il bello che è stato.

Nei suoi film lascia grandi amori per salvaguardarli e in Spy Game lascia Langley con un trench doppio petto e una Porsche vintage (è una 964), perché ci son cose nella vita che si fanno senza carta bollata. Senza paracadute. Come il Submariner Red che porta da sempre al polso, icona di un’icona, e che oggi si compra, se si ha il fegato di farlo, con una stretta di mano al posto di un certificato. E’ la regola non scritta dei gentiluomini di ventura.

Per il Submariner di Redford vale il proverbio di sempre: buy the seller, not the watch. Ma non compratelo da un bravo ragazzo, perderebbe tutto il suo fascino. Con questo stesso spirito noi abbiamo comprato i biglietti per i suoi film, anche nei peggiori cinema di provincia; era la fiducia nelle idee, fiducia nel prossimo e in una società migliore e più giusta. Ellenizzare Washington, sussurrare ai cavalli e agli spettatori che eleganza e buone maniere sono pezzi di alta sartoria.

A cut above, come dicono gli americani, Redford è “una spanna sopra” per il suo stile innato (d’altronde Il Migliore, in inglese, è The Natural) e perché ci ha permesso d’indagare le ombre d’America assolvendoci dal leggere tutto Gore Vidal. A Redford perdoniamo la retorica come si perdona a un vecchio amico, migliore di noi, di passare all’acqua a fine serata.

Ci ha dato tanto, ci ha dato tutto, mostrando una personalità coerente con un’idea e non il contrario; più aristotelico che platonico dunque, ha atticizzato Hollywood dando al cinema indipendente il rango che gli spettava. E la grande industria ha dovuto aprire le porte a gente che non veniva considerata idonea al botteghino e oggi invece coniuga arte e incassi. Ora che l’era Netflix non farà prigionieri, non facciamoci illusioni su questo, il suo impegno per un cinema libero farà scuola.

Ricevere un premio al Sundance vale ormai più di un Oscar; in questo festival che porta il nome di un suo personaggio, Sundance Kid, di mestiere bandito, e ricorda a tutti che un uomo nasce e muore libero, e la sua reputazione, bene immateriale, è il solo patrimonio tramandabile.

“Not looking back” ha detto ritirando l’Oscar alla carriera. Come eravamo è, in fondo, molto meno importante di come saremo. Si chiama altruismo. Thanks Mr. Robert Redford, a cut above.