L’Argentina è di nuovo in crisi. Ecco perché il Paese rischia l’avvitamento

bandiera argentina riflessa in specchio rotto
(Getty Images)
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bandiera argentina riflessa in specchio rotto
(Getty Images)

Buenos Aires è di nuovo scossa dal caos finanziario. Stando a quello che gli addetti ai lavori leggono sul mercato dei credit default swap – le assicurazioni contro il rischio di fallimento – le possibilità implicite che il debito sovrano argentino faccia fronte a un default nel giro dei prossimi cinque anni sono schizzate sopra il 60 per cento. Tre volte in più rispetto a un anno fa. La situazione è così grave che uno scenario ritenuto impensabile sembra oggi più che possibile: il ritorno di Cristina Fernández de Kirchner alla presidenza del Paese.

Le riforme liberiste di Mauricio Macri, inizialmente concertate col Fondo Monetario Internazionale, sembrano aver condotto il Paese di nuovo sul lastrico. Secondo le statistiche ufficiali, l’inflazione è al 55 per cento, la povertà è passata in un anno dal 25 al 32 per cento; è disoccupato un argentino su 10; il Pil è in recessione del 6,2 per cento. Ma è soprattutto il peso, la moneta argentina, a patire:  i risparmiatori argentini considerano il dollaro quasi come l’unico rifugio sicuro, e lo spread tra i Treasury americani e gli omologhi titoli argentini è ai massimi dal 2014.

E così la scorsa settimana il governo ha deciso di optare per un diverso modus operandi: l’Argentina tornerà a difendere il peso, con l’avallo del Fondo Monetario Internazionale. La Banca centrale di Buenos Aires ha introdotto infatti modifiche al mercato dei cambi e potrà effettuare vendite in dollari anche se il cambio si dovesse trovare sotto 51,448 pesos contro il dollaro. Il tentativo di frenare l’apprezzamento della valuta statunitense sembra aver sortito già qualche effetto, e all’apertura dei mercati lunedì il dollaro è sceso del 2,3 per cento, a 45,81 pesos – che è comunque tre volte i livelli degli esordi di Macrì.

Parallelamente a questa mossa, che punta a immettere nuovi dollari delle riserve sul mercato dei cambi, lunedì l’istituto centrale ha disposto anche un ulteriore aumento del tasso ufficiale di sconto a 73,19 punti percentuali dai 71,86 punti di inizio giornata. La cura da cavallo prevede che la Banca possa operare sul mercato anche attraverso l’uso delle riserve, sempre con l’obiettivo di frenare l’inflazione. Nell’ipotesi di un futuro sfondamento di questo limite, la Banca autorizzerà l’autorità monetaria ad aumentare la quantità di dollari vendibili quotidianamente da 150 a 250 milioni.

Sembra un lontano ricordo la strategia dell’estate scorsa, quando la Banca centrale aveva alzato i tassi d’interessi fino al 60 per cento – record mondiale – per provare a frenare la caduta del peso, ma era solo riuscito far precipitare l’Argentina nell’ennesima recessione. Il cambio di passo segue la decisione del Governo di congelare il prezzo di 60 beni essenziali, tra cui gas ed elettricità, anche questa con l’approvazione pietosa del Fmi. In pratica, si torna alle politiche del tanto bistrattato populismo peronista.

Parliamo dei 12 anni trascorsi tra il primo mandato di Nestor Kirchner, dal 2003 al 2007, seguito dai due mandati della moglie Cristina, dal 2007 al 2015. Il suo successore, l’ex ingegnere e dirigente sportivo Macri, si era presentato al mondo come un pragmatico liberista di destra, prestato al salvataggio di un’economia fiaccata da misure demagogiche, conti truccati e interventismo sui cambi. Non ha funzionato.

Macrì incarna il fallimento della politica del cambio flessibile, cioè lasciato al mercato, che molti analisti mainstream gli avevano suggerito fin dall’insediamento. In verità, dal Sudamerica sta per arrivare un’ennesima lezione agli economisti dogmatici di ogni parrocchia: se è vero che avere un basso rapporto debito/Pil non aiuta sempre a difendersi dalla speculazione – quello argentino era di circa il 56 per cento quando è iniziata la fuga di capitali l’anno scorso – è vero pure che nemmeno la sovranità monetaria e un cambio flessibile possono bastare.

“L’Argentina è un Paese che deve importare i beni essenziali pagandoli in dollari”, spiega l’analista finanziario Alessandro Guerani. “Quindi o esporta abbastanza per avere quei dollari, o qualcuno glieli deve prestare: e in quel caso il debito pubblico o la moneta sovrana servono a poco. La lira turca, ad esempio, l’hanno tirata su prima delle elezioni, bruciando riserve valutarie in dollari, e ora che sono al lumicino si preparano ad un altro crollo”.

In Argentina, le elezioni presidenziali e legislative cadono a fine ottobre, e la stabilità nel mercato dei cambi serve come il pane a Macri, ma gli investitori lo vedono già mezzo spacciato: “La ‘Macrisi’ porterà volatilità, opportunità per gli speculatori e sofferenza per la gente comune”, ha spiegato Fernando Pertini, del fondo d’investimenti Millenia Costa Rica. “E dubito che questa gente che sta soffrendo continuerà a votarlo”.

“Se Cristina vince, ci aspetta il default”, ha ammonito un investitore anonimo al sito Axios. “Date le condizioni dell’economia in questo momento, la sua elezione farà semplicemente crollare il mercato”. Più il ritorno di Kirchner si avvicina, e più i fondi esteri rischiano di abbandonare il paese, trascinando giù con loro la moneta e i titoli di Stato, mettendo ancora di più nei guai l’attuale presidente. Gli ultimi sondaggi non gli danno molte chances. Una spirale negativa, dunque, che solo un miracolo potrà fermare da qui all’autunno.