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Investimenti 13 agosto, 2019 @ 11:30

L’Argentina crolla: queste le società italiane più esposte

di Forbes.it

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la casa rosada in argentina
La Casa Rosada, sede centrale del potere esecutivo argentino (Shutterstock)

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Non capita tutti i giorni di assistere al tracrollo di un indice di Borsa del 38%. E infatti non accadeva da decenni. Quello di ieri della Borsa di Buenos Aires (-37,93%) è stato il secondo maggiore calo a livello mondiale negli ultimi 70 anni.

Il risultato delle primarie per le presidenziali che hanno visto la sconfitta del presidente argentino, il liberale Mauricio Macri (33,27% dei consensi, contro il 48,86% del rivale peronista Alberto Fernandez), lascia infatti intravvedere l’avvio di una nuova stagione di controlli dei capitali per il Paese latino-americano. Scenario che potrebbe far propendere gli investitori internazionali a ritirare i propri capitali dal Paese.

Tutto è condizionato all’andamento delle elezioni del prossimo 27 ottobre, ma tanto è bastato a far schizzare oltre il 70% le probabilità di un default del Paese nel corso dei prossimi 5 anni (in precedenza tali possibilità si attestavano al 50%).

Gli analisti di Equita, uno dei principali broker italiani, nella loro nota giornaliera si sono interrogati su quali siano le società italiane maggiormente esposte, in termini di fatturato, al mercato argentino. E che potrebbero pertanto subire contraccolpi a causa dell’instabilità del Paese.

Ecco l’elenco stilato dagli analisti:
– Tenaris (10-12% del fatturato di gruppo, stima)
– Enel: circa 3% dell’Ebitda
– Guala: circa 4% del fatturato
– Settore auto: Sogefi-Carraro <5% del fatturato, CNH 4%, Pirelli c2%, Fca 1%
– Masi: circa 5% del fatturato.

Cultura 22 giugno, 2019 @ 1:00

Il lusso rurale dell’Argentina che non conosci

di Alessandro Turci

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Scrive poesie. A volte di politica estera, di stile, di viaggi. Per Panorama, Icon, il Foglio, Aspenia. chiudi
montagne cielo nuvole
Hornacal

Ci sono destinazioni alle quali il concetto di lusso va stretto. Come si fa a dare un prezzo a paesaggi vergini, al silenzio, a un viaggio nel tempo?

L’Argentina andina risponde a questa mitologia. Non sarete in molti a dire d’esserci stati e anche questo, in un turismo mondiale con mete iper inflazionate e mainstream, è un lusso. Parliamo del mitico Norte argentino, dove Bolivia e Cile sono più vicini di Buenos Aires e dove la modernità, dei tunnel ad esempio, non è ancora arrivata, obbligando il viaggiatore a percorrere i passi d’altura a cielo aperto – sulle strade sterrate e impervie della Ruta 40 – che trasmettono, una volta superati e giunti nella provincia di Jujuy, il brivido consolante della piccola impresa.

Viaggiamo verso la Quebrada di Humahuaca sino all’Hornocal, santuario di roccia e folgorante bellezza per nulla pubblicizzato. Se volete un paradiso lontano dal turismo di massa, questo è il posto giusto perché i primi a rispettarlo sono proprio le popolazioni locali. E non si deve confondere l’Hornocal con la Montagna dei sette colori, bellissima ma molto più vicina a Purmamarca e accessibile; no l’Hornocal si trova… e come spiegarlo? Andateci e cercatelo: c’è più gusto.

Di ritorno a Purmamarca, troviamo un piccolo hotel rifugio. Il suo nome, Huaira Huasi, è in lingua indigena e significa Casa del Vento. E’ il buen retiro che abbiamo sempre sognato, venir quassù e trovar riparo nella calda accoglienza di queste stanze dove ogni pietra, mobile, stoffa è autoctona. Fuori piove (la pioggia acceca i vetri, direbbe Borges) ed è una vera rarità per la gente andina, che infatti non sembra farci troppo caso e aspetta il ritorno del sole come una certezza sacra.

Maria Emilia ha creato l’Huaira Huasi a sua immagine e somiglianza, un luogo fuori dal mondo ma nato dalla consapevolezza di chi il mondo, e le sue frenesie, le conosce bene e ormai le evita. Ecco perché con lei è bello concedersi una di quelle conversazioni un po’ esistenzialiste, tomando mate, che fanno degli oltre 4 mila metri delle Ande argentine un posto molto à la page, ma per voi soli. A Salta invece, capitale dell’omonima provincia, il Legado Mitico permette di vivere nelle atmosfere di epoche passate. Arredo, lane andine, una biblioteca di svariati volumi d’equitazione e di viaggio, sono gli ingranaggi di una macchina del tempo. Il meglio dell’antiquariato e delle boutique del centro città è riassunto in questo hotel museo ma pulsante di vita e reso più affascinante ancora da un bicchiere di bianco Torrontés, eccellente.

Il consiglio di viaggio è cenare a Cachi, nel tepore boutique del ristorante Catalino all’interno dell’Hotel El Cortijo. Qui i Sorrentinos, i ravioli tipicamente argentini a dispetto di un nome italianissimo, non portano solo un’assonanza mediterranea, ma propongono un pomodoro dal gusto così intenso, che ci obbliga a interrogare chi serve a tavola. Scopriamo che sono pomodori locali, come tutto quello che arriva dalla cucina. Forse le Ande sono l’ultima regione incontaminata dell’Argentina moderna, dove la frontiera delle colture chimiche ha ormai preso il sopravvento. Anche lo chef è locale, e ha studiato in questo microcosmo: un pregiato cortile argentino sulle Ande, che a ben guardare è una piccola fortezza contro le assurdità dell’agricoltura intensiva. Quindi ammettiamolo: anche un semplice pomodoro, se sano, è un lusso senza prezzo.

Chissà perché lodiamo la campagna ma finiamo sempre per tornare in città. Noi un motivo l’abbiamo, salutare Buenos Aires in grande stile e prepararci per Miami…

(to be continued)

Trending 2 maggio, 2019 @ 8:30

L’Argentina è di nuovo in crisi. Ecco perché il Paese rischia l’avvitamento

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
bandiera argentina riflessa in specchio rotto
(Getty Images)

Buenos Aires è di nuovo scossa dal caos finanziario. Stando a quello che gli addetti ai lavori leggono sul mercato dei credit default swap – le assicurazioni contro il rischio di fallimento – le possibilità implicite che il debito sovrano argentino faccia fronte a un default nel giro dei prossimi cinque anni sono schizzate sopra il 60 per cento. Tre volte in più rispetto a un anno fa. La situazione è così grave che uno scenario ritenuto impensabile sembra oggi più che possibile: il ritorno di Cristina Fernández de Kirchner alla presidenza del Paese.

Le riforme liberiste di Mauricio Macri, inizialmente concertate col Fondo Monetario Internazionale, sembrano aver condotto il Paese di nuovo sul lastrico. Secondo le statistiche ufficiali, l’inflazione è al 55 per cento, la povertà è passata in un anno dal 25 al 32 per cento; è disoccupato un argentino su 10; il Pil è in recessione del 6,2 per cento. Ma è soprattutto il peso, la moneta argentina, a patire:  i risparmiatori argentini considerano il dollaro quasi come l’unico rifugio sicuro, e lo spread tra i Treasury americani e gli omologhi titoli argentini è ai massimi dal 2014.

E così la scorsa settimana il governo ha deciso di optare per un diverso modus operandi: l’Argentina tornerà a difendere il peso, con l’avallo del Fondo Monetario Internazionale. La Banca centrale di Buenos Aires ha introdotto infatti modifiche al mercato dei cambi e potrà effettuare vendite in dollari anche se il cambio si dovesse trovare sotto 51,448 pesos contro il dollaro. Il tentativo di frenare l’apprezzamento della valuta statunitense sembra aver sortito già qualche effetto, e all’apertura dei mercati lunedì il dollaro è sceso del 2,3 per cento, a 45,81 pesos – che è comunque tre volte i livelli degli esordi di Macrì.

Parallelamente a questa mossa, che punta a immettere nuovi dollari delle riserve sul mercato dei cambi, lunedì l’istituto centrale ha disposto anche un ulteriore aumento del tasso ufficiale di sconto a 73,19 punti percentuali dai 71,86 punti di inizio giornata. La cura da cavallo prevede che la Banca possa operare sul mercato anche attraverso l’uso delle riserve, sempre con l’obiettivo di frenare l’inflazione. Nell’ipotesi di un futuro sfondamento di questo limite, la Banca autorizzerà l’autorità monetaria ad aumentare la quantità di dollari vendibili quotidianamente da 150 a 250 milioni.

Sembra un lontano ricordo la strategia dell’estate scorsa, quando la Banca centrale aveva alzato i tassi d’interessi fino al 60 per cento – record mondiale – per provare a frenare la caduta del peso, ma era solo riuscito far precipitare l’Argentina nell’ennesima recessione. Il cambio di passo segue la decisione del Governo di congelare il prezzo di 60 beni essenziali, tra cui gas ed elettricità, anche questa con l’approvazione pietosa del Fmi. In pratica, si torna alle politiche del tanto bistrattato populismo peronista.

Parliamo dei 12 anni trascorsi tra il primo mandato di Nestor Kirchner, dal 2003 al 2007, seguito dai due mandati della moglie Cristina, dal 2007 al 2015. Il suo successore, l’ex ingegnere e dirigente sportivo Macri, si era presentato al mondo come un pragmatico liberista di destra, prestato al salvataggio di un’economia fiaccata da misure demagogiche, conti truccati e interventismo sui cambi. Non ha funzionato.

Macrì incarna il fallimento della politica del cambio flessibile, cioè lasciato al mercato, che molti analisti mainstream gli avevano suggerito fin dall’insediamento. In verità, dal Sudamerica sta per arrivare un’ennesima lezione agli economisti dogmatici di ogni parrocchia: se è vero che avere un basso rapporto debito/Pil non aiuta sempre a difendersi dalla speculazione – quello argentino era di circa il 56 per cento quando è iniziata la fuga di capitali l’anno scorso – è vero pure che nemmeno la sovranità monetaria e un cambio flessibile possono bastare.

“L’Argentina è un Paese che deve importare i beni essenziali pagandoli in dollari”, spiega l’analista finanziario Alessandro Guerani. “Quindi o esporta abbastanza per avere quei dollari, o qualcuno glieli deve prestare: e in quel caso il debito pubblico o la moneta sovrana servono a poco. La lira turca, ad esempio, l’hanno tirata su prima delle elezioni, bruciando riserve valutarie in dollari, e ora che sono al lumicino si preparano ad un altro crollo”.

In Argentina, le elezioni presidenziali e legislative cadono a fine ottobre, e la stabilità nel mercato dei cambi serve come il pane a Macri, ma gli investitori lo vedono già mezzo spacciato: “La ‘Macrisi’ porterà volatilità, opportunità per gli speculatori e sofferenza per la gente comune”, ha spiegato Fernando Pertini, del fondo d’investimenti Millenia Costa Rica. “E dubito che questa gente che sta soffrendo continuerà a votarlo”.

“Se Cristina vince, ci aspetta il default”, ha ammonito un investitore anonimo al sito Axios. “Date le condizioni dell’economia in questo momento, la sua elezione farà semplicemente crollare il mercato”. Più il ritorno di Kirchner si avvicina, e più i fondi esteri rischiano di abbandonare il paese, trascinando giù con loro la moneta e i titoli di Stato, mettendo ancora di più nei guai l’attuale presidente. Gli ultimi sondaggi non gli danno molte chances. Una spirale negativa, dunque, che solo un miracolo potrà fermare da qui all’autunno.