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Cultura 26 maggio, 2019 @ 8:00

Milano – Buenos Aires, un viaggio in grande stile passando per Miami

di Alessandro Turci

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Scrive poesie. A volte di politica estera, di stile, di viaggi. Per Panorama, Icon, il Foglio, Aspenia. chiudi

 Viaggiare mi ricorda quello che diceva Julio Cortázar dei suoi amatissimi concerti sinfonici: ogni volta andrò sentendo meno e ricordando di più.

Racconto quasi panamericano il nostro, da Buenos Aires a Miami – tra Hotel boutique e chef, arredi e fascino – che abbraccia la vita reale perché l’arte del viaggio ammette tutti i lussi tranne uno, quello dell’inconsapevolezza.

Arriviamo per cena al magnifico Palacio Duhau, sede del Park Hyatt nel quartiere di Recoleta, mentre l’Argentina vive una nuova crisi finanziaria. Forse per anestetizzare i chiaroscuri di questa società, una volta entrati nell’atmosfera e nelle sale magnifiche del Palazzo, andiamo all’Oak Bar, dove un barman giovanissimo ed entusiasta, Leandro, racconta e offre le sue ultime creazioni.

Il Champs Élysées, elegante e malizioso come il Cointreau che lo compone, e poi, strepitoso nel nome e nell’intensità, il Mercenario.

Per il primo Leandro si è ispirato, nel gusto e nel colore, all’artefice del Palazzo, Luis Antonio Duhau, un argentino di origini francesi che amava camminare per la celebre avenue parigina in cerca di suggestioni e che infine le trovò innamorandosi dello Stile Luigi XVI. Verso il 1930 decise allora di farsi costruire un suntuoso palazzo in Avenida Alvear sul modello del francese Château du Marais.

D’altronde l’Argentina è terra di frontiera e di avventurieri, e il Mercenario è il drink che meglio la rappresenta, nel bicchiere aromatizzato coi chiodi di garofano, e accompagnato magari da un sigaro della collezione dell’Oak Bar. Ordinarne uno prima di cena significa prenotarne idealmente uno anche per l’after dinner, perché non si rimanga col dubbio, molto da mercenario, se era meglio gustarlo prima o dopo. Meglio entrambi.

Ma noi, nell’emisfero australe, come ci siamo arrivati?

Per degli europei la filologia direbbe nave… ma American Airlines ha deciso di portarci così lontano via Miami, e l’idea seduce. Prima di tutto perché a bordo ci sanno fare. L’America ti ospita nelle sue poltrone di Business Class con la cordialità tipica del suo popolo. Christian, lo steward responsabile di cabina, in perfetto italiano, offre un quotidiano nazionale, ma quando gli chiedo anche il New York Times mi sorprende con una sfumatura degna del mio libraio di fiducia. Mi offre sia l’edizione internazionale sia quella americana, perché, dice con assoluto aplomb, oggi ci sono differenze significative.

Un invito alla lettura di rara sensibilità, reso più dolce dal bourbon che scelgo per le noccioline, ma avrei potuto optare anche per un single malt. Intanto ho scelto il main course. Ormai sono senza difese, so bene che l’etichetta vorrebbe che in volo ci si limitasse a bere analcolici e assaggiare appena qualcosa, ma non è l’America (e come metti piede su un volo AA sei già negli States) il posto per snobismi europeizzanti. Easy and tasty, mi arrendo alle portate.

In volo c’è chi dorme nelle poltrone trasformate in letto, c’è qui guarda un film (almeno cinque titoli di quelli presenti agli ultimi Oscar) ma io ho ricreato – complici luci soffuse, cuscino e trapunta sulle gambe – un piccolo studio a diecimila metri: ho i miei giornali, i classici argentini (i Borges, i Cortázar, i Rubén Dario, peraltro nicaraguense…) e adesso anche un buon caffè per trascorrere le ore che mi separano dalla Florida.

In volo con noi c’è Christian Vieri. Le cronache ci dicono che vive a Miami e quale sia la sua compagnia aerea d’elezione per questo pendolarismo da jet set è presto detto. Facendo un’enorme cortesia a lui, a noi e crediamo anche a voi (e a una certa idea di giornalismo…), evitiamo di fargli domande.

Atterraggio smooth, alle tre del pomeriggio. Puntuale come il clima tropicale, che s’intuisce dalla vivida luce delle vetrate della sala d’aspetto più esclusiva d’America.  La Flagship Lounge a Miami dopo dieci ore di volo è come venire adagiati da una comoda poltrona in un salotto privato, composto di tanti salottini, dove si parla a bassa voce e si attende il volo in coincidenza con l’unico dubbio, ben si capisce amletico, se (dopo la doccia) optare per il buffet salato o quello dolce, e consapevoli di dover salvare le forme di fronte al bar con la sua selezione di bianchi francesi e californiani, di rossi d’identica provenienza e una collezione di bourbon dalla quale ci può distrarre solo tutto l’occorrente per preparare il nostro cocktail preferito. Nell’incertezza, nulla di più buono e cool di un bicchier d’acqua fresca e di un sorriso dello staff, ingrediente che non manca mai.

Il secondo volo ci porta a Buenos Aires, dopo averci fatto dormire in un letto a dieci mila metri d’altitudine e averci dato la scelta (desidera essere svegliato per la colazione?) di un Continental breakfast impeccabile. C’è, sui nuovi Boeing 777-300 configurati da American Airlines, questo mix di spazio a volontà e privacy, che non lascia percepire il tempo trascorso a bordo.

E qui termina il flashback del viaggio d’andata, mentre il Mercenario scalda le vene – Hennessy vs, Coffee Liquor, Chocolate, Angostura, Duhau Patrisserie’s Caramel Bombon la ricetta – e dentro Palacio Duhau inizia un viaggio nel viaggio, quello gastronomico.

Il maître di sala viene a prenderci all’Oak Bar per portarci al primo dei due ristoranti di questo Park Hyatt iconico. Si cena al Gioia…

(to be continued)