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Cultura 4 Luglio, 2019 @ 4:00

Buenos Aires, Miami, Milano. Panamericana alternativa

di Alessandro Turci

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sedie alberi
Hub-Porteño

Di nuovo a Buenos Aires: siamo nel pieno autunno dorato dell’emisfero australe. Il sole sfiora il parquet nella suite del Hub Porteño, il nostro hotel in una delle vie più belle della capitale, la Rodriguez Peña. Tornano in mente i versi autunnali di Ruben Dario: quando va il mio pensiero verso te, si profuma (cuando mi pensiamento va hacia ti, se perfuma).

L’Hub Porteno si basa su un concetto più facile a dirsi che a farsi. Ma le ragazze che curano l’hotel, Lujan, Barbara e Catalina ci sono riuscite perfettamente. Farti sentire in albergo come nel tuo appartamento (ideale). Infatti le camere non hanno numero e ti accolgono come se fossero la tua dimora privata. Un luogo che il tuo angelo custode ha pensato, disegnato e arredato per te.

Il legno lapacho e i tessuti pregiati (le lane, i metalli argentini) scandiscono le ore e le tonalità della giornata, anche negli spazi comuni, dove ti sorprendi a leggere un libro, o solamente a sfogliarlo (un’arte anche questa, mi riprometto di scriverne un giorno) mentre sorseggi il Mate, oppure un Malbec di Mendoza. Proprio comme chez toi, l’ Hub Porteño è uno di quei luoghi privilegiati dove puoi decidere di uscire in città o restare in camera (perché no nella terrazza privata della Grand Suite?), in ogni caso farai la scelta giusta.

Leaving Buenos Aires never easy, mentre in volo American Airlines offre wi-fi gratuito (per accedere dai propri dispositivi elettronici alla piattaforma di intrattenimento a bordo), il paradiso per qualsiasi manager o social influencer, ma confesso di essere all’antica e mi piace che l’aereo sia ancora un luogo dove il mio smartphone resta a riposo.

Il problema di Miami Beach, inutile negarlo, è l’ormai dilagante attitudine #miamibitch. Disinvoltura che riguarda donne e uomini ma dalla quale si può cercare riparo nel quartiere di Little Havana, nel Life House Little Havana Hotel. Boutique, ottone e legno (color Havana, appunto), speakers Marshall in ogni stanza e prodotti da bagno dell’acclamato laboratorio newyorkese Le Labo (so you can smell like you’re paying a lot more for your room than you really are).

D’altronde i proprietari – giovani, svegli, eco-friendly – sono newyorkesi con tanta voglia di cose ben fatte e di riscoprire il significato di un quartiere non solo cubano, ma anche punto di riferimento per tutti i latini in cerca di fortuna senza essere ancora in possesso della lingua inglese che oramai a Miami, si può dire, è la seconda lingua.

Nell’hotel dove prima c’era il parcheggio ora c’è un giardino, per passare le serate ascoltando artisti emergenti, molto lontani dal divertimento forzato di Miami Beach, fondato sulla liturgia della santa trinità cafona: selfie, sgommate e dubbio gusto musicale.

Hotel smart che si prenota con una app e nell’app offre una chat per superare anche il concetto di recensione: chiunque entri a far parte della community troverà sul suo telefono non solo la chiave digitale per la propria stanza, ma anche i pareri degli altri ospiti.

“Parcela” è invece il nome del Caffè interno: una parola che a Cuba significa orto urbano e qui vuol dire prodotti dal piccolo vivaio che sorge sul retro e tazze di caffè altrettanto curato e aromatico.

Non amo arrivare in aeroporto all’ultimo momento. Per fortuna hanno inventato le lounge e American Airlines, con la sua Admiral Flagship Lounge, permette al viaggio di iniziare bene. Molto bene. Con una doccia ad esempio e poi una scelta di piccoli assaggi (per chi ama i piccoli assaggi, chi invece volesse fare un pranzo matrimoniale deve solo accomodarsi) e ottimi vini che, ogni volta, non mi permettono di passare alla selezione di whisky. Sarebbe un omaggio a Hemingway, che non lontano da qui, a Key West, consolidava il proprio mito e la fama di gran bevitore.

Qui tutto è ovattato, perché ognuno rispetta il viaggio dell’altro, ed è affascinante incantarsi a guardare il timetable delle partenze: un caleidoscopio del mondo disegnato da AA dove Milano incrocia New York, Buenos Aires è accanto a Londra, poi la costa orientale e l’Asia e infine, in coincidenza, l’Africa.

Ma è tempo di andare al gate. In questo viaggio ho volato con tre aeromobili diversi e differenti configurazioni di Business Class, e mi chiedo quale preferisco. L’instant classic dei Boeing 767 o gli strepitosi ambienti dei nuovissimi 777? Tutti, come diceva Oscar Wilde: “I’m a man of simple tastes. I’m always satisfied with the best.”

Cultura 13 Giugno, 2019 @ 10:00

Viaggio a Buenos Aires tra i tesori di Palacio Duhau e i gioielli di Evita

di Alessandro Turci

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palazzo verde
Palacio Duhau

Park Hyatt vuol dire farsi sedurre dal richiamo irresistibile di un castello francese nel cuore di Buenos Aires, e dai due ristoranti che l’hotel ospita. Il Palacio Duhau è infatti un mondo a parte. Se non fossimo accompagnati verso il suo ristorante italiano, la bellezza degli ambienti – il Piano Nobile, il Paseo de las artes, i salotti – c’indurrebbero a perderci o, meglio, a nasconderci.

Ma la sala da pranzo del Gioia – tinte in rosso, argenteria impeccabile – è l’invito a una cena italiana fatta di equilibrio, gusto, raffinatezza e dolce far niente. D’accordo, ma per il palato? Burrata perfetta con crudo riserva, polpo e filetto, Malbec di Patagonia e coccole finali con cantucci serviti in silver plated. Con nonchalance il giorno dopo torniamo a pranzo all’Hotel, d’altronde sembrava scortese trascurare l’altro ristorante.

carne vino
Palacio Duhau

Al Duhau Restaurante y Vinoteca ci servono la miglior carne di tutta Buenos Aires. Accompagnano le portate vini argentini morbidi e favolosi, che esaltano l’esperienza in terrazza all’aperto. Antipasti come opere d’arte (uova, fantasia dell’orto, queso alla griglia), poi i cinque tagli regali della carne (tre Aberdeen Angus & Kobe, due Wagyu) mentre lieve, lievissimo, si avverte lontano il brusio della città. Contrasto acuto e intrigante, per chi non s’accontenta delle apparenze, stemperato momentaneamente dal dolce finale: crema su île flottante.

Quando lo chef viene a salutarci, conferma una verità che avevamo già ascoltato e che fa riflettere. In Argentina la soia (transgenica…) ha sostituito i pascoli di vacche. Lascia quasi sgomenti ascoltarlo sottolineare come tutti i prodotti organici della sua cucina vengano da piccoli allevatori e piccoli produttori indipendenti. L’Argentina, quest’immenso allevamento naturale della miglior carne al mondo e questo granaio inesauribile, costretta – dall’assalto incontrollato dell’agrochimica – a una logica difensiva da piccola isola.

Ma è questo il Paese nel quale stiamo viaggiando: la contraddizione tra un passato culturalmente “veterano” (come sempre accade in nazioni costruite con l’emigrazione) e una terra sconfinata pressoché vergine; e ancora il conflitto tra il grande latifondo e il popolo, nel quale la politica non riesce, oggi come ieri, a far sintesi. Terra di caudilli e rivoluzionari, nazione fatta dagli italiani e da criolli orgogliosi del proprio criollismo, qui nell’elegante quartiere della Recoleta l’ottone è il colore degli androni, tutti con un portinaio (in genere andino) a vegliare nella penombra l’uscita, o il rientro, d’inquilini benestanti, invecchiati e cortesi, per la passeggiata pomeridiana.

volto matita disegno
Marcelo Toledo

Davanti al famoso e omonimo cimitero alcuni turisti scattano foto con la stessa espressione che avrebbero a Parigi o a Seul. E’ un turismo incomprensibile che, ahimè, si spiega benissimo (temo sia il Bestiario di Julio Cortázar a rovescio, cioè la massificazione del turismo) e in gran parte diretto alla tomba di Eva Duarte. Evita e il peronismo sono ancora oggi la calamita simbolica della politica argentina: tutto (dai Kirchner a Macri) avviene in funzione neo o anti peronista.

Terra di miti: in taxi raggiungiamo San Telmo dove la galleria d’arte di Marcelo Toledo espone un mosaico di “Che Guevara Made in China”, di grande impatto e superba maestria. Marcelo ci parla anche di un’altra mostra, gioielli di sua creazione ispirata ai vestiti di Evita. Argento e mito, gloria e oblio, l’Argentina è una terra che non ama il compromesso e infatti il suo ballo iconico, il tango, è lo schiaffo immorale e perenne dei bassifondi alla classe media benpensante.

Torniamo “a Palazzo”; il car valet recupera la nostra auto. Lasciare Buenos Aires ha il sapore di una milonga malinconica, ma è tempo di partire; ci aspetta il Norte…

(to be continued)

Cultura 26 Maggio, 2019 @ 8:00

Milano – Buenos Aires, un viaggio in grande stile passando per Miami

di Alessandro Turci

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 Viaggiare mi ricorda quello che diceva Julio Cortázar dei suoi amatissimi concerti sinfonici: ogni volta andrò sentendo meno e ricordando di più.

Racconto quasi panamericano il nostro, da Buenos Aires a Miami – tra Hotel boutique e chef, arredi e fascino – che abbraccia la vita reale perché l’arte del viaggio ammette tutti i lussi tranne uno, quello dell’inconsapevolezza.

Arriviamo per cena al magnifico Palacio Duhau, sede del Park Hyatt nel quartiere di Recoleta, mentre l’Argentina vive una nuova crisi finanziaria. Forse per anestetizzare i chiaroscuri di questa società, una volta entrati nell’atmosfera e nelle sale magnifiche del Palazzo, andiamo all’Oak Bar, dove un barman giovanissimo ed entusiasta, Leandro, racconta e offre le sue ultime creazioni.

Il Champs Élysées, elegante e malizioso come il Cointreau che lo compone, e poi, strepitoso nel nome e nell’intensità, il Mercenario.

Per il primo Leandro si è ispirato, nel gusto e nel colore, all’artefice del Palazzo, Luis Antonio Duhau, un argentino di origini francesi che amava camminare per la celebre avenue parigina in cerca di suggestioni e che infine le trovò innamorandosi dello Stile Luigi XVI. Verso il 1930 decise allora di farsi costruire un suntuoso palazzo in Avenida Alvear sul modello del francese Château du Marais.

D’altronde l’Argentina è terra di frontiera e di avventurieri, e il Mercenario è il drink che meglio la rappresenta, nel bicchiere aromatizzato coi chiodi di garofano, e accompagnato magari da un sigaro della collezione dell’Oak Bar. Ordinarne uno prima di cena significa prenotarne idealmente uno anche per l’after dinner, perché non si rimanga col dubbio, molto da mercenario, se era meglio gustarlo prima o dopo. Meglio entrambi.

Ma noi, nell’emisfero australe, come ci siamo arrivati?

Per degli europei la filologia direbbe nave… ma American Airlines ha deciso di portarci così lontano via Miami, e l’idea seduce. Prima di tutto perché a bordo ci sanno fare. L’America ti ospita nelle sue poltrone di Business Class con la cordialità tipica del suo popolo. Christian, lo steward responsabile di cabina, in perfetto italiano, offre un quotidiano nazionale, ma quando gli chiedo anche il New York Times mi sorprende con una sfumatura degna del mio libraio di fiducia. Mi offre sia l’edizione internazionale sia quella americana, perché, dice con assoluto aplomb, oggi ci sono differenze significative.

Un invito alla lettura di rara sensibilità, reso più dolce dal bourbon che scelgo per le noccioline, ma avrei potuto optare anche per un single malt. Intanto ho scelto il main course. Ormai sono senza difese, so bene che l’etichetta vorrebbe che in volo ci si limitasse a bere analcolici e assaggiare appena qualcosa, ma non è l’America (e come metti piede su un volo AA sei già negli States) il posto per snobismi europeizzanti. Easy and tasty, mi arrendo alle portate.

In volo c’è chi dorme nelle poltrone trasformate in letto, c’è qui guarda un film (almeno cinque titoli di quelli presenti agli ultimi Oscar) ma io ho ricreato – complici luci soffuse, cuscino e trapunta sulle gambe – un piccolo studio a diecimila metri: ho i miei giornali, i classici argentini (i Borges, i Cortázar, i Rubén Dario, peraltro nicaraguense…) e adesso anche un buon caffè per trascorrere le ore che mi separano dalla Florida.

In volo con noi c’è Christian Vieri. Le cronache ci dicono che vive a Miami e quale sia la sua compagnia aerea d’elezione per questo pendolarismo da jet set è presto detto. Facendo un’enorme cortesia a lui, a noi e crediamo anche a voi (e a una certa idea di giornalismo…), evitiamo di fargli domande.

Atterraggio smooth, alle tre del pomeriggio. Puntuale come il clima tropicale, che s’intuisce dalla vivida luce delle vetrate della sala d’aspetto più esclusiva d’America.  La Flagship Lounge a Miami dopo dieci ore di volo è come venire adagiati da una comoda poltrona in un salotto privato, composto di tanti salottini, dove si parla a bassa voce e si attende il volo in coincidenza con l’unico dubbio, ben si capisce amletico, se (dopo la doccia) optare per il buffet salato o quello dolce, e consapevoli di dover salvare le forme di fronte al bar con la sua selezione di bianchi francesi e californiani, di rossi d’identica provenienza e una collezione di bourbon dalla quale ci può distrarre solo tutto l’occorrente per preparare il nostro cocktail preferito. Nell’incertezza, nulla di più buono e cool di un bicchier d’acqua fresca e di un sorriso dello staff, ingrediente che non manca mai.

Il secondo volo ci porta a Buenos Aires, dopo averci fatto dormire in un letto a dieci mila metri d’altitudine e averci dato la scelta (desidera essere svegliato per la colazione?) di un Continental breakfast impeccabile. C’è, sui nuovi Boeing 777-300 configurati da American Airlines, questo mix di spazio a volontà e privacy, che non lascia percepire il tempo trascorso a bordo.

E qui termina il flashback del viaggio d’andata, mentre il Mercenario scalda le vene – Hennessy vs, Coffee Liquor, Chocolate, Angostura, Duhau Patrisserie’s Caramel Bombon la ricetta – e dentro Palacio Duhau inizia un viaggio nel viaggio, quello gastronomico.

Il maître di sala viene a prenderci all’Oak Bar per portarci al primo dei due ristoranti di questo Park Hyatt iconico. Si cena al Gioia…

(to be continued)