Seguici su
Life 9 Gennaio, 2020 @ 4:12

Trentodoc, i numeri di un successo in espansione

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
chiudi

Articolo di Antonio Leggieri tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes. Abbonati

Un nuovo trend si consolida negli stili di vita e nelle abitudini di giovani manager, startupper e professionisti. Nei brindisi, negli aperitivi d’affari, nei calici dedicati agli obiettivi raggiunti, declina il mito dello Champagne per dare spazio alle bollicine italiane. Più contemporanee, soprendenti e perfino creative. Una storia tuttavia che, nel caso del Trentodoc, parte da lontano. Erano i primi anni del ’900 quando un giovane Giulio Ferrari – di ritorno a Trento dopo alcuni viaggi-studio in Francia – decide di avviare una piccola ma pregiata produzione di metodo classico. Il resto è storia; da quella più lontana nel tempo – nel 1906 le bollicine Ferrari si aggiudicano la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Milano – a quella più moderna: il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata “Trento” nel 1993, la prima in Italia riservata a un metodo classico.

Oggi, il compito di rafforzare l’identità collettiva di questi vini e valorizzare il loro legame con il territorio è affidato a Trentodoc, consorzio che unisce 54 produttori: una realtà in cui ogni casa di spumanti persegue la sua personale filosofia, conferendo alle proprie bollicine sfumature eclettiche, adatte sia agli appuntamenti di business che ai momenti di puro svago. Senza mai dimenticare l’“etichetta”: come tutti i marchi che si rispettino, anche Trentodoc ha alcune esclusività imprescindibili. Il territorio innanzitutto, 800 ettari sparsi in 74 comuni viticoli, compresi tra le pendici delle Dolomiti e il lago di Garda. E poi le vigne: prevalentemente coltivate a pergola trentina, piantate tra i 200 e gli 800 metri di altitudine, con un clima segnato da notevoli escursioni termiche fra giorno e notte. Uno studio, frutto di una ricerca della Fondazione Mach di San Michele all’Adige in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura e con l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, ha rivelato che sono proprio questi sbalzi di temperatura a generare un’altissima, insolita (anche per i rossi più corposi e complessi) quantità di composti volatili nel Trentodoc; composti che, a loro volta, generano naturalmente aromi che conferiscono freschezza e persistenza. Ne è nata una vera e propria carta di identità, che certifica il legame tra le bollicine trentine e il territorio di montagna.

Il disciplinare non si esaurisce qui. Per la produzione possono essere utilizzati solo i vitigni Chardonnay, che conferiscono forte carica aromatica, il Pinot nero, vigna antica che dona eleganza e corposità, il Pinot bianco, celebre per le sue note fruttate e infine il Pinot meunier, utilizzato più di rado. Il vino base della vendemmia, eseguita rigorosamente a mano, è poi affidato a una maturazione in bottiglia che può durare dai 15 mesi per il Brut ai 36 per la riserva, ben pochi se paragonati ai 10 anni richiesti per l’affinazione degli spumanti più elaborati. Come accade per altri celebri prodotti del made in Italy caseario, anche le bottiglie di Trentodoc hanno bisogno di costanti cambiamenti nella loro “postura di riposo”, così da sviluppare un preciso perlage. Dopo essere state disposte a testa in giù sui pupitres, le classiche due tavole a V, le bottiglie sono pronte per il remuage, la periodica rotazione per muoverne il contenuto. I residui sono rimossi à la volée, al volo, o à la glace, facendo saltare il tappo. La sboccatura è il momento ideale per instillare nella bottiglia un mix segreto a base di vino di pregio e zucchero: è il liqueur d’éxpedition, miscela segreta che corrisponde al personalissimo tocco dell’enologo. Tecniche, stile e ingredienti del territorio che decretano il successo del “Trentino sparkling”. Anche all’estero.

 

Intervista a Enrico zanoni, presidente Trentodoc

Come procedono le attività del Consorzio?

Registriamo un costante trend di crescita: l’anno scorso il venduto ha superato i 9 milioni di bottiglie l’anno per un fatturato che si aggira sui 110 milioni di euro. Rispetto al 2017 c’è stato un incremento del 7%, nonostante la difficoltà di alcuni produttori a soddisfare tutta la domanda.

Quali sono le attuali sfide e opportunità del mercato?

Il mercato domestico rappresenta per noi una grande, enorme opportunità. Questo perché all’interno del segmento della spumantistica si sta rafforzando sempre più l’apprezzamento per il metodo classico, quindi anche verso il marchio Trentodoc. Oggi stiamo dunque beneficiando di una crescente domanda e di un miglioramento della nostra quota di mercato, grazie anche a una reputazione supportata da una serie di riconoscimenti. Le sfide sono perlopiù sul mercato internazionale: abbiamo sviluppato un progetto per fare breccia sul difficile mercato americano e stiamo valutando altri progetti di internazionalizzazione su quello svizzero e giapponese. Si tratta di iniziative i cui risultati saranno valutati nel lungo periodo.

Cosa ne pensa del paragone costante tra lo spumante italiano e lo Champagne?

È un confronto che non faccio. Mi piace pensare alla nostra realtà come espressione dell’eccellenza spumantistica italiana piuttosto che un’alternativa allo Champagne.

Vuoi ricevere le notizie di Forbes direttamente nel tuo Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!