Come il Coronavirus trasformerà le grandi città nei prossimi mesi

La Lexington Avenue di New York nei giorni del Coronavirus (Cindy Ord/Getty Images)
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La Lexington Avenue di New York nei giorni del Coronavirus (Cindy Ord/Getty Images)

Non si contano, in questi giorni di pandemia, le previsioni degli esperti su come il coronavirus finirà col cambiare le nostre città. Quelle più densamente popolate, soprattutto: al momento sono epicentri della malattia in mezzo Occidente, ma potrebbero diventare dei veri e propri territori pionieristici, in cui nuove sperimentazioni dello stare assieme avranno luogo, per poi durare decenni.

Il marchio sulle metropoli il virus lo ha già lasciato, con file chilometriche per fare la spesa che rimandano a film distopici, metropolitane fantasma, fabbriche chiuse per intere settimane e scaffali vuoti che ricordano certi razionamenti durante i regimi socialisti, con il rumore degli elicotteri in cielo e i megafoni della polizia a redarguire qualche passeggiatore ribelle. Ma la sensazione, diffusa in molti, è che abbassata questa famigerata curva del contagio si potrà tornare a una parvenza di normalità, con tutta una caotica mescolanza umana pronta a festeggiare.

Se è vero quanto dice il World Economic Forum, e cioè che l’urbanizzazione dei paesi in via di sviluppo, l’iper-connessione delle economie e i cambiamenti climatici renderanno catastrofi sanitarie come quella del Covid-19 sempre più frequenti, è probabile che già da adesso le autorità, i designer urbani e la politica si stiano scervellando per reimmaginare le città, e il modo in cui farcele abitare. Un ripensamento, questo, per renderci meno fragili nel caso in cui una situazione come quella attuale si dovesse ripresentare in futuro.

Tanto per iniziare, tra i requisiti della casa dove vivere e dell’ufficio dove lavorare, al primo posto potrebbe finirci la capacità degli stessi di proteggerci da eventuali infezioni. E, probabilmente, il livello di promiscuità con gli estranei che implicherebbe il passarci le nostre giornate.

Il sito Axios ha intervistato Whitney Gray, vice presidente dell’International Well Building Institute, che come suggerisce la stessa parola mira a definire le condizioni per “star bene” in un edificio, rilanciando un proprio bollino di qualità. Partendo dal presupposto che anche prima del Covid trascorrevamo circa il 90 per cento del nostro tempo al chiuso, Grey ha spiegato che i costruttori edilizi dovranno impegnarsi, in un tempo non lontano, a migliorare la ventilazione e la filtrazione dell’aria, in modo che i virus di domani abbiano meno possibilità di trasmettersi nei luoghi abitati.

Certo è un tentativo ambizioso, quello di innalzare gli standard di igiene e “distanziamento sociale” negli edifici preesistenti. Poiché in molte città occidentali già avere un tetto sotto cui dormire potrebbe definirsi “benessere”, e le idee per autotutelarsi dai virus potrebbero essere concretizzate soltanto dai più benestanti. Considerando che molti condomini di lusso, negli Stati Uniti ma non solo, prevedono spazi in comune come terrazzi, palestre, solarium e piscine, i ricchi potrebbero scegliere direttamente di vendere tutto e dirigersi verso la suburra di lusso, provocando una crisi nell’edilizia luxury e un abbassamento negli affitti della media borghesia. I poveri, però, potrebbero essere i più colpiti dal calo degli stipendi e dalla disoccupazione, col risultato di non avere né gli strumenti né i mezzi per pensare alla sanificazione delle proprie case.

Per evitare discriminazioni di status, allora, la politica e l’economia dovranno pensare a quali mutazioni apportare ai luoghi pubblici più frequentati, come le stazioni, che potrebbero essere progettate in modo tale da evitare il sovraffollamento: ad esempio, pensando a varchi o scale separati per il traffico di entrata e di uscita. A detta di Brooks Rainwater, direttore della National League of Cities, del Center for City Solutions, il distanziamento sociale porterà a una rapida transizione verso marciapiedi più ampi, oppure strade chiuse per dare alle persone più spazio per muoversi.

Già da ora la città di New York City, la più colpita al mondo dal coronavirus con quasi 100mila contagi, sta chiudendo alcune strade ai veicoli in modo da dare più spazio ai pedoni, ed evitare che si affollino i parchi. Anche la città di Philadelphia sta optando per la stessa soluzione. Non tutte queste idee dureranno a lungo, ma alcune potrebbero rinnovare l’interesse dei cittadini per le piste ciclabili, o per trovare soluzioni alternative ai mezzi di mobilità privati. Modificare in pianta stabile i marciapiedi o ricavare dal nulla intere zone pedonali, invece, sarà più complicato.

Dal punto di vista dei trasporti, è probabile che per parecchio tempo le persone si sentiranno più sicure nell’intimità e nell’igiene delle proprie auto, o a bordo delle proprie motociclette, piuttosto che in metropolitane o autobus affollati. Secondo David Zipper, giornalista di CityLab, la paura di sedere su superfici infettate da estranei limiterà a lungo il ritorno alle app di car pooling o agli e-scooter. In un post su LinkedIn, Zipper fa notare che in Cina il traffico automobilistico è tornato ai livelli pre-pandemia, ma gli spostamenti dei pendolari su rotaia sono ad appena il 50 per cento.

L’esitazione potrebbe durare anni, anche negli Stati Uniti, condizionando il sogno di una rete ferroviaria nazionale più estesa ed ecologica, indipendentemente dal pedigree ambientalista di chi vincerà le presidenziali di novembre. Le implicazioni sono ovviamente anche sociali: chi se lo potrà permettere sceglierà un mezzo di trasporto individuale, mentre tutti gli altri dovranno farsi coraggio e scegliere i trasporti pubblici, sperando che non ci siano nuove ondate di contagio.

Negli aeroporti, il controllo della temperatura o altre restrizioni sanitarie diventeranno la norma, come scrivono Richard Florida e Steven Pedigo della Brookings Institution: ci potremo abituare anche a un moltiplicarsi di indicazioni e barriere temporanee per spingere le persone a rispettare la fila, o a dirigersi verso la propria meta senza bighellonare in giro.

Il coronavirus ha costretto milioni di persone a lavorare da casa, col risultato che innumerevoli aziende hanno dovuto modificare radicalmente le proprie convinzioni, e aprirsi a nuove prospettive di comunicazione tra dipendenti. Negli Stati Uniti il lavoro da casa era già in timida ascesa negli anni precedenti alla crisi, passando dal tre per cento del 2000 al 5,2 per cento – pari a otto milioni di lavoratori – nel 2017, ma la diffusione di questa pratica al tempo dei lockdown potrebbe convertire anche i datori di lavoro più recalcitranti. Se non altro, perché molti quadri dirigenziali potrebbero avere interesse a evitare mezzi pubblici e a evitare le sedi aziendali, o a pagare supplementi per la propria sicurezza ai dipendenti costretti ai mezzi pubblici. Il lavoro a distanza potrebbe diventare, semplicemente, una questione di sopravvivenza per diverse aziende private.

Negli uffici pubblici, invece, le operazioni a distanza e la digitalizzazione della burocrazia potrebbero ricevere un’ulteriore spinta, per incentivare gli utenti a non muoversi da casa, mentre le riunioni delle giunte locali potrebbero svolgersi sempre più in piattaforme virtuali. Col tempo, si potrebbe scoprire che continuare a lavorare in questo modo può avere ricadute positive per l’ambiente, o per il benessere psicofisico delle persone, secondo What Works Cities, un’iniziativa statunitense per connettere le più diverse comunità urbane durante la crisi pandemica.

Nelle città cambierà, com’è ovvio, anche il nostro modo di fare shopping, mangiare e incontrarci. Se, a emergenza finita, la voglia di uscire di casa non mancherà, ciò che cercheremo nelle nostre esperienze fuori dalle mura domestiche potrebbe cambiare. Le app che recensiscono ristoranti, itinerari turistici o concerti potrebbero dare maggior risalto e parametri relativi alla pulizia, oppure alla vicinanza con degli sconosciuti.

Questa anche l’opinione di Carl Bialik, data science editor di Yelp: “Fino a questo momento, le persone volevano soltanto un tavolo al ristorante senza preoccuparsi di chi gli stava intorno – ha spiegato – ora ci sarà maggiore attenzione su come i locali si adeguano agli standard sanitari, e sarà più rilevante che mai”. In molti casi, il Covid-19 velocizzerà tendenze che erano già avviate da tempo, e le novità non sembreranno in fondo così nuove.

In altri casi, le trasformazioni saranno più profonde, e le differenze tra chi si adatta e chi rimpiange il vecchio mondo si faranno sentire.