L’uscita dalla crisi secondo Fabio Natalucci, deputy director del FMI

Fabio Natalucci, deputy director del Fondo Monetario Internazionale e responsabile del Global Financial Stability Report
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Fabio Natalucci, deputy director del Fondo Monetario Internazionale e responsabile del Global Financial Stability Report

Fabio M. Natalucci è un connazionale italiano che, dopo un PhD alla New York University, si è fatto strada fino ai vertici della finanza globale. Attualmente dirigente al Fondo Monetario Internazionale (FMI), è stato per anni alla Federal Reserve a Washington e nel 2016-17 al Tesoro americano, dove ha aiutato con la transizione tra le amministrazioni di Obama e Trump. È responsabile del Global Financial Stability Report (GFSR), monitor del FMI sui rischi per la stabilità finanziaria globale. I messaggi principali dell’edizione di aprile 2020 sono riassunti nel blog e nel podcast del Fondo. Oggi, Fabio Natalucci condivide con i lettori di Forbes il suo punto di vista sulla crisi attuale: come vi siamo arrivati? Come ne usciremo e cosa possiamo aspettarci dal futuro?

 

Il Fondo Monetario Internazionale ha appena rilasciato il primo capitolo del GFSR, da te coordinato.

Abbiamo pubblicato il report durante il primo Spring Meeting virtuale del FMI. Protagonista è COVID-19 e il suo impatto sui mercati finanziari. Considerate le circostanze, abbiamo voluto pubblicare subito una prima analisi – il capitolo uno. Quattro altri capitoli arriveranno a maggio 2020.

I messaggi del primo capitolo sono allarmanti. Qualche buona notizia nei prossimi capitoli?

L’obiettivo del GFSR è sottolineare le vulnerabilità del sistema finanziario globale: è difficile dare notizie confortanti nel mezzo di una pandemia… Un assaggio dei prossimi capitoli è già contenuto nel primo. I nuovi capitoli analizzano più a fondo i rischi nei mercati del credito, Paesi emergenti, profittabilità delle banche e in ultimo green finance e rischio climatico.

La crisi è ancora in corso. Alla fine dell’emergenza, la pandemia sanitaria lascerà il posto ad una “pandemia finanziaria”?

Potrebbe, se le condizioni nei mercati finanziari dovessero peggiorare ulteriormente e i cosiddetti amplificatori entrare in gioco. L’obiettivo è che il settore finanziario contribuisca alla ripresa assorbendo lo shock, senza amplificarlo. Se osserviamo come hanno reagito i mercati da metà gennaio a fine marzo, gli indici di borsa sono scesi più della metà rispetto al 2008-09. Tuttavia, il crollo è avvenuto in circa due mesi anziché uno anno e mezzo o due. Questa velocità record sta mettendo il sistema finanziario sotto stress, nonostante le condizioni dei mercati globali siano migliorate nell’ultimo mese grazie ad una decisa risposta monetaria e fiscale in buona parte del mondo.

Hai citato la crisi finanziaria del 2007-08. È un punto di riferimento importante?

L’esperienza del passato può insegnarci qualcosa riguardo il presente. Tuttavia, la crisi finanziaria globale del 2007-8 ha avuto origine interamente nel sistema finanziario: si è scatenata dalla propensione al rischio delle banche e si è propagata tramite altri intermediari e mercati finanziari. Le politiche delle banche centrali erano volte ad evitare che problemi di liquidità si trasformassero in problemi di solvibilità. Oggi è un fattore esogeno, COVID-19, a causare l’emergenza. C’è un’insolita interazione tra epidemiologia, economia e finanza che abbiamo appena iniziato a capire. Le economie sono ferme, quindi abbiamo già un problema di solvibilità. Le banche centrali possono offrire soluzioni ponte, ma non possono da sole risolvere i problemi di solvibilità. Per questo sono le politiche fiscali ad avere un ruolo cruciale, oggi più che dieci anni fa. Mantenendo famiglie e imprese solvibili, il sistema finanziario può continuare a funzionare senza auspicabilmente diventare un amplificatore dello shock.

Cosa abbiamo imparato dall’esperienza passata?

Dopo la crisi del 2007-8, la comunità internazionale ha messo a punto un’agenda per rafforzare le banche, il centro del sistema finanziario. Più capitale (e di migliore qualità), maggiori riserve liquide, piani per gestire le crisi bancarie. Tuttavia, il rischio non è scomparso. Si è trasferito dal centro alla periferia del sistema finanziario. Oggi c’è molta più attività nel cosiddetto shadow banking, operato da intermediari finanziari diversi dalle banche. La preoccupazione è che, se questi intermediari dovessero crescere di dimensione, complessità e portata, potrebbero diventare loro stessi gli amplificatori di uno shock.

Come possono gli intermediari finanziari non bancari amplificare uno shock?

I regolatori finanziari hanno meno visibilità all’interno della periferia del sistema che al centro. Ci sono meno dati disponibili e a volte onestamente manca la comprensione da parte delle autorità, essendo questi i segmenti più dinamici e innovativi dei mercati finanziari. Il rischio è che oggi lo shock possa propagarsi dalla periferia del sistema finanziario fino alle banche. Molto è cambiato dal 2009: struttura dei mercati e tecnologia si sono evolute, creando nuovi potenziali canali di trasmissione. Dobbiamo essere umili per imparare dal passato, ma anche osare di guardare al futuro con nuove lenti di lettura.

Quindi cosa dovremmo fare, andando avanti?

Monitorare più attentamente gli intermediari non bancari alla periferia del sistema finanziario. Questi oggi giocano un ruolo molto più importante di dieci anni fa. Fondi di private equity e private debt, fondi speculativi, compagnie di assicurazione, fondi pensione hanno profili di rischio molto diversi. Dobbiamo valutare i rischi attraverso l’intero ecosistema, con strumenti specifici e appropriati.

Disponiamo già di questi strumenti?

Alcuni, ma forse non abbastanza. Lo impareremo da questa crisi. Sicuramente servirà un framework migliore che tenga conto della natura globale dei mercati finanziari. Il fulcro della questione sta nel decidere se ampliare il perimetro della regolamentazione e supervisione per includere gli intermediari non bancari. Prima però bisogna capire meglio come questi operano e che uso fanno delle nuove tecnologie.

La tecnologia di oggi è significativamente diversa dal 2008. Ci sta aiutando ad affrontare la crisi?

La tecnologia ha cambiato la struttura e la velocità di reazione dei mercati. Ad esempio, in passato serviva un dealer per acquistare o vendere un bond. Oggi, si può fare da una piattaforma online. Il concetto di liquidità degli strumenti finanziari si è evoluto: gli utilizzatori finali possono concludere scambi bypassando banche e dealer. Questo permette loro di riallocare i rischi più velocemente. Maggiore centralizzazione (CCPs) risultante dalle riforme post-2008 ed elettronificazione hanno rafforzato i mercati. Tuttavia, nell’ultimo mese è stata l’azione delle banche centrali a diffondere ottimismo.

Il report sottolinea il ruolo fondamentale di banche centrali e governi. Cosa possono fare organizzazioni internazionali come il FMI?

Il FMI ha circa mille miliardi di dollari da mettere a disposizione dei 189 Paesi membri. Gli strumenti a disposizione del Fondo vanno dal rapido disborso di risorse alla concessione di linee di credito di emergenza, specialmente utili a supportare i Paesi più poveri e vulnerabili. Questi hanno sistemi sanitari più fragili e spesso non sono in grado di applicare politiche di contenimento. Perciò è importante che il FMI fornisca un supporto diretto e condivida linee guida di policy, come nel caso del GFSR.

Ora vorremmo sapere qualcosa sull’uomo che è dietro al GFSR. Qual è il tuo ruolo al FMI?

Sono nella divisione Capital Markets del FMI dal 2017, dopo avere trascorso quindici anni alla Federal Reserve a Washington e un anno al Dipartimento del Tesoro americano. La maggioranza del mio team è a Washington e abbiamo collaboratori a New York, Londra, Hong Kong e Singapore per una copertura 24/7 dei mercati finanziari. Monitoriamo giornalmente cosa accade nei mercati, facciamo call di aggiornamento ogni mattina, produciamo report interni e rispondiamo alle domande sui mercati finanziari che ci arrivano dai Paesi membri.

Cosa è più sfidante del tuo lavoro e cosa ti appassiona di più?

In queste circostanze, la sfida è trovare il giusto equilibrio per evidenziare le vulnerabilità senza accelerare o addirittura innescare una crisi. Sappiamo che la nostra opinione può influenzare i mercati e non vogliamo essere i catalizzatori di un aggiustamento dei prezzi. Ciò che mi dà più soddisfazione nel mio lavoro è parlare con gli attori del mercato finanziario. I dati non colgono interamente ciò che passa nella mente degli investitori. Viaggiare e confrontarsi con questi ultimi diventa fondamentale per comprendere cosa succederà in futuro, identificando le vulnerabilità prima che diventino una reale minaccia. Interpretare i comportamenti degli investitori in finanza è diventato tanto importante quanto capire i modelli matematici, specialmente durante le crisi. Ad esempio, ho imparato più sul Fintech facendo acquisti in Cina durante il mio ultimo viaggio che leggendo articoli di ricerca!

Sei partito da una piccola città italiana e sei arrivato al vertice della finanza mondiale. Come ci sei riuscito?

Sono cresciuto a Spoleto, in Umbria, nonostante viva negli Stati Uniti dal 1996. Sono sempre stato appassionato di storia ed economia e interessato al comportamento dei mercati. Ho sempre trovato affascinante capire perché alcune cose funzionassero diversamente da un luogo all’altro. Amo studiare il comportamento economico delle persone e il mio lavoro mi permette di farlo. In questo periodo di isolamento sociale, viaggiare mi manca molto più che fare compere o andare al ristorante.

Qualche consiglio per i connazionali che volessero seguire il tuo esempio?

Non abbiate paura di fare e farvi domande, siate curiosi di capire perché le cose funzionano in un certo modo e – quando sarà di nuovo sicuro– viaggiate più che potete.