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Leader 28 Settembre, 2020 @ 2:07

Da Brescia a Hollywood, Francesco Vezzoli racconta il suo viaggio tra media e arte

di Glenda Cinquegrana

Staff

PhD in Economia della Cultura, gallerista, consulente d’azienda e art advisor.Leggi di più dell'autore
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Francesco Vezzoli
Francesco Vezzoli (Vittorio Zunino Celotto / Gettyimages)

Francesco Vezzoli è uno degli artisti italiani più noti al mondo. Ha esposto a livello internazionale al Guggenheim Museum di New York, il MoCa di Los Angeles, il Garage for Contemporary Art di Mosca, per citare solo alcuni dei musei con cui ha lavorato. Regista, performer, si distingue per una ricerca che è capace di mischiare l’alto di una raffinata cultura cinematografica con il basso della cultura popolare.

Abbiamo intervistato Francesco Vezzoli nell’ambito della puntata 71 di Forbes Leader puntata. Ecco di seguito la sintesi dell’intervista.

Come si fa a partire da Brescia e ad arrivare ad Hollywood? Quali sono gli ingredienti del tuo successo?

Credo che l’ingrediente più autentico fosse l’amore per il cinema. Molti personaggi dell’industria di Hollywood hanno accettato inaspettatamente di partecipare al mio lavoro perché hanno trovato in me un apprezzamento genuino per il cinema e uno studio appassionato di quel linguaggio.

Se dovessi dare dei consigli agli artisti della generazione Z su come realizzare i propri sogni professionali, che cosa diresti?

Ogni tanto ricevo richieste di persone che vogliono farmi vedere il loro lavoro e li ricevo nel mio studio. A questi artisti chiedo di raccontarmi il loro lavoro, ovvero che cosa fanno, perché lo fanno, e chi pensano sia il destinatario. Lo faccio perché spesso trovo ragazzi culturalmente molto preparati persi nel confronto con l’industria dell’arte.

Una volta hai detto che ami lavorare in gruppo. Come è organizzato il tuo studio? Qual è il tuo processo di lavoro?

Il mio processo di lavoro è un misto di furto, ispirazione, divertimento. Ho un gruppo di amici con i quali costruiamo idee e sviluppiamo i progetti. Questa modalità evita di rendermi intrappolato in quelle dinamiche imprenditoriali che rischierebbero di appesantire troppo le logiche produttive che sono alla base del lavoro creativo.

Hai collaborato con artiste del calibro di Cindy Sherman, muse del cinema come Catherine Deneuve e Anita Ekberg, popstar come Lady Gaga. Ci racconti un episodio legato ad una di queste collaborazioni? 

Il progetto più impegnativo degli ultimi anni è stata la performance al Guggenheim (Right you are, if you think you are, 2007). In quell’occasione mettevo in scena Così è se vi pare di Pirandello avendo a disposizione la Rotunda del museo trasformata per l’occasione in un teatro. Avevo un cast di attori da Oscar, come Ellen Burstyn, Natalie Portman, Peter Sarsgaard e Cate Blanchett. Non ho dormito per quattro o cinque notti consecutive prima della performance. Il primo giorno arriva la Blanchett direttamente in volo dall’Australia e mi mormora nell’orecchio: ‘Sono molto felice di essere qui. Ho appena scoperto di essere incinta’. Se ero già terrorizzato all’idea di lavorare con una musa assoluta e il massimo della professionalità hollywoodiana che è la Blanchett attrice, immagina dopo questa rivelazione!

I detrattori del tuo lavoro criticano il lato mondano e in apparenza superficiale di alcune tue operazioni artistiche. Come definiresti il tuo modo di essere artista?

Mi piace pensare di essere un tramite fra il mondo dell’arte e l’universo dei linguaggi dei media che spesso l’industria dell’arte tende a guardare con sospetto. Per questo mi sono concentrato prima su Hollywood, poi sui reality show, sulla tv come storia, e recentemente sui social.

Se è vero che hai realizzato tutti i sogni di artista che avevi, che cosa vedi nel tuo prossimo futuro? Il digitale sarà uno dei tuoi nuovi territori di esplorazione o ritornerai a fare mostre fisiche?

Mi piacerebbe molto continuare a lavorare con il digitale, dove dopo il progetto social realizzato con la Fondazione Prada (Love Stories, 2020), desidererei trovare piattaforme che vogliano essere complici con me di sfide e dispetti. Ho ricevuto una commissione che mi vedrà presto al lavoro all’esedra del Bosco Reale di Capodimonte. Il Bosco Reale di Capodimonte è stato di recente ricollocato sotto la giurisdizione del ministero della Cultura, di nuovo riunito al museo, con il quale costituisce un’entità unica. Avere la possibilità di costruire sculture in questa esedra è per me un onore incredibile.

Quindi dopo il digitale, ritorni alla tua passione per l’antico.

Mi piace sempre collocarmi sui due estremi: lavorare sull’antico o sul futuro. In mezzo non c’è niente.

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