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Cultura 28 Luglio, 2020 @ 11:23

L’imprenditrice partenopea che ha creato il museo della plastica

di Glenda Cinquegrana

Staff

PhD in Economia della Cultura, gallerista, consulente d’azienda e art advisor.Leggi di più dell'autore
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Museo della plastica: Napoli Fondazione Plart
Franco Mello, Guido Drocco, Cactus, 1972 – 2016, Gufram, Italia
Veduta dell’allestimento della mostra Provocazioni e corrispondenze. Franco Mello Tra Arti e design, Fondazione PLART , Napoli 2017

Sono una visionaria che guarda al futuro. Visionaria, ma con una vocazione pragmatica: ai miei sogni ho sempre voluto dare una realizzazione concreta’. Così esordisce Maria Pia Incutti, imprenditrice, collezionista, fondatrice e presidente della Fondazione Plart di Napoli. Presidente della A.E.T. Holding, gruppo industriale di famiglia, negli anni passati è stata Presidente della Sezione Metalmeccanici di Napoli e membro della Giunta e del Consiglio Direttivo dell’Unione Industriali di Napoli. Oggi Maria Pia vuole raccontarci le particolarità di una vocazione culturale che l’ha condotta a dare corpo ad un progetto dotato di caratteristiche uniche: fondare un museo dedicato alla plastica, e quindi al design e all’arte latu sensu, creato all’interno di una visione di ampio respiro e internazionale.

La Fondazione Plart nasce nel 2008 come frutto di una vocazione di collezionistica che avevo sin da quando bambina, raccoglievo oggetti. Da adulta, quando ho avuto le possibilità economiche, mi sono dedicata ad oggetti del Cinquecento e Seicento’.

Fondazione Plart Napoli, Museo della plastica
Maria Pia Incutti (ph Fabio Donato)

Il racconto di Maria Pia prende le mosse dal percorso di visita del museo, che si apre con un’opera di Tony Cragg, che altro non è che una tela sulla quale gli oggetti del quotidiano in plastica vengono a galla fino a restituire la forma dello stemma della corona inglese. ‘L’apertura del museo’, prosegue, ‘è stata il frutto della necessità di dare un luogo ai numerosi oggetti che avevo raccolto e che giacevano in un magazzino’. La collezione Incutti – Paliotto conta più di duemila manufatti, tra i quali le donazioni di collezionisti. Ma l’impronta del museo è decisamente familiare e personale: ‘è alla mia famiglia, che oggi siede nel consiglio della Fondazione, che devo il sostegno che mi ha consentito di realizzare questo sogno per me importantissimo’.

Il museo ha una collezione sofisticata, che lascia trasparire una cultura del design profonda e di un gusto che mai cede alla facilità delle mode: fra i numerosi oggetti, che sono il frutto di preziose collaborazioni con artisti, si trova  il ‘Tavolo-Erba’ di Franco Mello, le ‘Ballerine’ di Riccardo Dalisi, i prototipi della Gufram prodotti fra i Sessanta e Settanta, alternati ad opere d’arte come quella di Haim Steinbach. Gli oggetti di uso comune in esposizione raccontano la storia di un materiale che, a partire dalla nascita a metà Ottocento fino ai giorni nostri, è dotato di una natura tecnologica in costante evoluzione assieme alla società e ai suoi vari oggetti d’uso. La raccolta è stata riconosciuta un ‘Giacimento del Design’ dalla Triennale di Milano.

Quello che mi ha sempre appassionato è stata la collaborazione con gli artisti, con i quali si produce uno scambio di idee stimolante che costituisce il seme da cui germogliano numerosi progetti’. Uno degli ultimi vede la Incutti promotrice di un’installazione ideata da Marcello Cinque e Valentina Daga, che sarà inaugurata a settembre a Napoli.

Il museo di Napoli non è solo un centro espositivo, ma anche un centro scientifico dotato di un laboratorio che si occupa principalmente del restauro della plastica. ‘Si tratta di operazioni a volte molto complesse condotte a partire dallo studio dei materiali storici e quelli contemporanei per comprenderne le caratteristiche di durata nel tempo. Il museo fa anche parte di PHEA (Plastic Heritage Association), associazione internazionale finalizzata alla condivisione di saperi scientifici cui aderiscono diverse realtà europee di livello come School of Art & Design di Londra e il Museo Kartell di Milano.

Fondazione Plart Napoli, Museo della Plastica
Haim Steinbach, Un-color becomes alter ego #2, 1984, mensola in MDF, stereo, maschere in lattice

Ultima tappa del progetto Plart di Maria Pia Incutti è la prossima apertura di una nuova e ambiziosa sede torinese. ‘Il nuovo spazio è un centro di progettazione creativa più che un museo, il cui fulcro è la multimedialità. Un museo deve parlare il linguaggio attuale e rivolgersi alle giovani generazioni’. La seconda sede del Plart, la cui apertura è rimandata alla fine del 2020, è ubicata a Torino nel quartiere di Barriera, area di grande sperimentazione culturale e di integrazione sociale. Lo spazio di tremila metri quadri ristrutturato dall’architetto Alex Cepernich sarà uno spazio tecnologico e futuribile, ‘capace di vivere in sintonia con la città’, dice Maria Pia senza celare la soddisfazione. Il contenitore, dotato di una facciata capace di mutare colore durante la giornata, ‘è stato concepito come vera fucina di sperimentazione attorno alle nuove possibilità ecosostenibili che si aprono attorno alla plastica, che oggi costituiscono la sfida per il futuro del pianeta’. Non volendo svelare di più Maria Pia ci rimanda alla prossima apertura. E sorride misteriosa, come a dirci, ‘ne vedrete delle belle’

Leader 1 Luglio, 2020 @ 7:25

Rapper, imprenditore e collezionista. Fedez ci ha raccontato la sua passione per la street art

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
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Fedez sul red carpet del Festival cinematografico di Venezia (Tristan Fewings/Getty Images)

L’arte contemporanea – e la street art in particolare – oltre al pubblico ormai consolidato di appassionati, collezionisti e istituzioni museali, oggi ne attira anche uno nuovo, più giovane.

Gran parte del merito di questo interesse è da attribuirsi alle sinergie che alcuni artisti hanno saputo creare con la fashion industry, moltiplicando così le occasioni di incontro tra i giovani e l’arte.

Si pensi per esempio alle collezioni realizzate da Kaws e Murakami per Uniqlo, o alle collaborazioni di MrBrainwash con Dolce&Gabbana, a quella di Alec Mononopoly con Tag Heur e di Jeremyville con Lacoste.

Alcuni artisti, invece, come Shepard Fairey – noto ai più come Obey – hanno optato per la creazione di un proprio brand.

Le case dei nuovi collezionisti sono scrigni di street e urban art e di art toy; i nomi più in voga sono Kaws, Ron English e Murakami, ma anche anche i [email protected] prodotti dalla giapponese MedicomToy e i personaggi di Playmobil.

Noi di Forbes abbiamo incontrato la popstar Fedez per parlare della sua collezione e della sua passione per l’arte.

Come nasce la tua passione per l’arte?

Ho fatto studi artistici, quindi la passione per l’arte l’ho sempre avuta e coltivata. Terminati gli studi questo legame si è ulteriormente rafforzato quando ho avuto modo di lavorare come archivista alla Fondazione Pomodoro. Un ricordo particolare che conservo di quel periodo è la mostra di Jannis Kounellis (Atto Unico, Fondazione Arnaldo Pomodoro 24.09.2006 – 11.02.2007 ndr)

Arte contemporanea o anche arte classica?

Apprezzo ogni tipo di arte e amo andare alla scoperta dei capolavori presenti nel nostro paese. Quando vado a Roma, ad esempio, spesso insieme alla mia famiglia mi piace percorrere degli itinerari artistici per vedere da vicino i grandi capolavori presenti nella città eterna. Sicuramente, comunque, i miei interessi mi portano ad essere più vicino all’arte contemporanea e in particolare alla street art.

Come sei arrivato a collezionare street art?

La mia passione per l’arte è trasversale. Ho iniziato ad acquistare e collezionare i vinyl toys di Ron English e Jeremyville molti anni fa. Negli anni successivi si sono aggiunti anche quelli di Kaws e le opere di Takashi Murakami e Mr Brainwash.

Cosa ne pensi della relazione tra street art e streetwear?

Penso che i loro due pubblici si influenzino a vicenda. Quello che trovo particolarmente bello è che grazie a questa influenza, si pensi ad Obey per esempio, si democratizza l’arte dando così veramente a tutti la possibilità di avvicinarcisi. Questo è un concetto per me molto importante, credo che sia giusto dare a tutti la possibilità di fruire dell’arte, di qualunque tipo essa sia.

Il fenomeno della street art riscuote molto successo negli Stati Uniti, pensi che possa ulteriormente espandersi anche in Europa?

Sicuramente negli Stati Uniti sono molto più bravi a celebrarla. Detto questo anche in Europa abbiamo grandi talenti: basta dire che presumibilmente Banksy è inglese e poi in Italia abbiamo Blu, che a mio giudizio, per tecnica e messaggi delle sue opere, è certamente tra gli street artist più bravi. Solo che non gode di grande popolarità perché ha preferito, a differenza di altri, rimanere dietro le quinte.

Come decidi di acquistare una opera d’arte?

Mi faccio guidare dal mio gusto. Non mi interessa l’arte come investimento, compro ciò che mi piace.

Come nasce il tuo rapporto con Mr.Brainwash?

L’ho scoperto guardando il documentario che ha fatto con Banksy (Exit Through the Gift Shop, 2010) Il lungometraggio mi ha affascinato perché di fatto racconta come si scardina il mercato dell’arte: in un momento in cui è crescente la domanda di street art Mr.Brainwash trova il modo di accontentarla.

In quel periodo stavo registrando uno dei mei album – il primo fatto con una major – e ho deciso di intitolarlo con il suo nome perché in quel momento della mia vita mi trovavo a condividere un obiettivo molto simile al suo: accontentare il pubblico.

Come è proseguito più tardi il rapporto con questo artista?

Anni dopo ho avuto la fortuna di incontrarlo negli Stati Uniti e ha anche realizzato una opera dedicata a noi – una gioconda in cui è raffigurato mio figlio. L’ho trovato una persona di eccezionale positività e questo è per me un grande valore. Di lui, inoltre, mi affascina il fatto che negli anni ha continuato a non seguire la logica del mercato dell’arte.

C’è un’opera che ti piacerebbe avere?

Una delle grandi sculture dissected di Kaws.

Geloso dei tuoi art toy?

Non sono legato agli oggetti in generale, quindi nessuna gelosia e lascio pure che mio figlio ci giochi tranquillamente.

Sei anche socio di una galleria d’arte, la Hive Tattoo Art Gallery

La galleria unisce l’arte contemporanea all’arte dei tatuaggi e vede tra i soci la mia storica ex fidanzata. Ho accettato di diventarne socio nell’intento di farne – e di essere io stesso – un aggregatore di arti diverse; sono ben felice se posso supportare artisti emergenti a farsi conoscere.

Lifestyle 18 Giugno, 2020 @ 9:57

La storia di Clarissa Campironi, la pittrice degli emiri

di Federico Morgantini

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Clarissa Campironi ©2020 Guglielmo de’ Micheli

Articolo tratto dal numero di giugno di Forbes Italia.

La vita, lo stile e l’anima di Clarissa Campironi erano già scritte prima che lei nascesse. Racconta: “Tutto parte da mio padre, quaranta anni fa, lui era già attentissimo alla qualità del cibo e a uno stile di vita sano. Era un viaggiatore, tanto da andare in India in macchina alla ricerca dei veri maestri di yoga. È incredibile per quanti aspetti la mia vita assomigli alla sua”. Verrebbe da pensare che Clarissa sia cresciuta on the road, in realtà ha vissuto a Milano sin dall’infanzia e qui ha iniziato prestissimo a esprimere e formare il suo animo artistico, dalla danza fino agli studi all’Accademia delle Belle Arti di Brera.

Clarissa Campironi ©2020 Guglielmo de’ Micheli

Il vero momento di svolta, quel salto da appassionata d’arte ad artista riconosciuta, è arrivato nel 2011. Ancora giovanissima, ha vinto il premio Art your Food dell’International Migration Art Festival (Imaf), con Scoppierà?: uno stupendo carboncino e pastello su tavola che raffigura il bambino cinese più grasso del mondo evidenziando i tratti del consumismo e dell’obesità, problemi sempre più globali tanto da essere il fulcro dell’Expo 2015 a Milano pochi anni dopo.

Grazie a questo riconoscimento, le opere di Clarissa hanno iniziato ad avere mercato e le hanno permesso di aprire un grande studio sui Navigli. “Però, con il passare del tempo”, ricorda, “Milano mi stava sempre più stretta e ho iniziato a viaggiare e cercare città che avessero energia e mi ispirassero. Ho vissuto a Shanghai, dove oltre all’arte mi sono dedicata alla cultura del cibo asiatico. Poi, dopo un altro periodo di vita milanese coincisa con l’Expo, sono ripartita e mi sono stabilita per un certo periodo a New York”. 

Negli anni di vita all’estero la sua arte ha continuato a darle soddisfazione e il suo stile si è evoluto parallelamente alla cultura che la circondava. Più che collaborare con le gallerie, ha lavorato con il passaparola e le conoscenze personali. Sono molte le sue opere appese in case e sale riunioni importanti, soprattutto a Milano e New York. 

È proprio grazie a queste relazioni, che un giorno del 2017, è arrivata un’offerta eccezionale: uno degli sceicchi più importanti degli Emirati Arabi l’ha voluta per dipingere un suo ritratto a grandezza naturale. “Per me è stato un onore incredibile. Così ho iniziano a viaggiare a Dubai e a scoprire questa città e questa cultura così affascinante”. 

In realtà nei viaggi a Dubai Clarissa non ha trovato solo come esprimere la sua arte, ma anche le sue altre grandi passioni: lo yoga e il nutrizionismo. Naturalmente in città frequentava i luoghi e gli eventi in cui si riconosceva e fra questi non poteva mancare Art Dubai, la manifestazione principe in fatto d’arte in Medio Oriente. È qui che un giorno ha incontrato un ricco imprenditore indiano, collezionista d’arte e di oggetti di design, in particolare italiani. Quando lui ha scoperto le passioni di Clarissa, l’ha invitata al Pema Wellness, il suo resort di lusso nel sud dell’India, uno dei luoghi più esclusivi del Paese, quasi una clinica dove tutto è incentrato su yoga e cibo. Praticamente per Clarissa è stato come arrivare in paradiso, c’è stata un mese e ne è ripartita con il titolo di Pema Wellness Worldwide Ambassador. Ha iniziato a usare Dubai come hub per poter viaggiare facilmente in tutto il mondo e promuovere il resort.

“Sono tornata in Italia per sistemare le mie cose e poi ho iniziato a viaggiare per congressi sul benessere in giro per il mondo. Quindi mi sono trasferita definitivamente a Dubai. Dal marzo 2019 ho anche il visto residenziale, ormai sono proprio una local”.

Come è vivere qui in pianta stabile? “Sto benissimo! Questa città è un mix di cultura araba e globalizzazione. È un equilibrio perfetto fra tradizione e contaminazione positiva dal resto del mondo. Qui le idee buone arrivano, ma droghe, alcol o decadenza occidentale non mettono piede. Se rimani nell’equilibrio tracciato dalla legge, qui vivi benissimo”.  

Clarissa Campironi ©2020 Guglielmo de’ Micheli

Si ferma un attimo, come a riflettere, poi riprende: “Naturalmente dipende dal carattere che hai. In realtà chi non sopporta le regole qui fa fatica. Ma io non ho niente da nascondere, sono ben contenta che ci siano leggi e telecamere ovunque, così mi sento sicura”.

 

E cosa manca rispetto all’Italia? “Personalmente a me mancano le stagioni. Qui il clima è buono, ma è sempre estate, mi manca vestirmi da inverno, gli stivali, le sciarpe”. E poi c’è l’amore: “Gli occidentali sono in transito, hanno fretta e ci provano come capita. Invece gli emiri sono persone serie e ti corteggiano all’antica, come diremmo in Italia. Se ti invitano a cena, è una cena formale, è già una dichiarazione. Ma a me, più che gli uomini, ha sempre interessato l’arte, il cibo e la cultura delle città in cui ho vissuto e sono quasi sempre stata single nella mia vita”.

Viene spontaneo domandarle quanto questa vita movimentata e poliedrica alimenti la sua creatività. Lei chiude gli occhi e con un tono più caldo di prima dice: “Tanto”. Poi li riapre, drizza la testa e, come a spigarmi, continua: “Se dipingessi soltanto, diventerei arida e senza idee. Adesso sto andando anche oltre la pittura. L’anno scorso ho fatto una performance che unisce pittura e balletto, ne è uscita una cosa che a me piace molto”. Non rimane che chiedere quale sarà la prossima fermata. “Non lo so, non voglio pensarci. Per vivere a pieno le esperienze non devi pensare che siano a termine …sono una sognatrice e ogni giorno vivo come se ci fosse sempre un altro sogno domani”.

 

Cultura 15 Giugno, 2020 @ 11:28

L’arte tatuata di Gabriele Pellerone dalla Biennale di Venezia alle mostre

di Forbes.it

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Articolo tratto dal mese di giugno di Forbes Italia

di Anna Della Rovere

Ha iniziato a disegnare all’età di appena tre anni, coltivando questa passione come un semplice hobby. Difatti, all’inizio, è lo stesso Gabriele Pellerone, giovane artista di origini calabresi, a non credere che quella stessa passione si sarebbe trasformata poi nel suo lavoro a tempo pieno. “A 24 anni ho deciso di sfruttare il dono che avevo così, quasi per gioco, ho cominciato a tatuare. Qualche anno dopo ho aperto uno studio tutto mio e in breve tempo ho ricevuto diversi inviti per partecipare ai più importanti eventi del settore al mondo visitando città come New York, Pechino, Milano, Barcellona e Berlino”, racconta Pellerone. Nel 2017, complice un viaggio nella grande mela, il creativo ha iniziato ad avvicinarsi all’arte contemporanea e, da quel momento, ebbe inizio la sua ricerca artistica. Proprio in quel momento, l’intuizione: “Volevo portare il tatuaggio a un livello successivo, cosi pensai che il mondo dell’arte, fatto di musei, gallerie e collezionisti, fosse il posto giusto”. Con tante idee in mente e una grande dose di creatività, comincia a  creare quadri di pelle sintetica da tatuare, in modo da poter incidere un quadro come solitamente faceva con le persone, usando però macchinette, aghi e inchiostri.

Il risultato? Poter esporre un tatuaggio in un contesto artistico, e in modo permanente, proprio come si farebbe con un tradizionale dipinto artistico. Si chiamano infatti quadri tatuati e se cerchi sul web, finora Gabriele è l’unico ad aver sperimentato questa nuova forme d’arte. Forma d’arte per nulla semplice, in quanto a metodo di realizzazione: “Tatuare un quadro è come tatuare una persona, oltre a non potermi permettere alcun margine d’errore, bisogna mantenere una certa attenzione durante l’intero processo esecutivo; per alcuni quadri ho impiegato anche sei mesi di lavoro”, spiega.

Un movimento artistico insomma, figlio di trend come la street art, la pop art o ancora il cubismo. “A scuola ero appassionato del Rinascimento, ma ho iniziato a studiare il mondo dell’arte contemporanea solo dopo aver conosciuto e apprezzato i lavori di Banksy e Maurizio Cattelan, che hanno influenzato molto la mia visione”, racconta Pellerone. Che dopo aver esposto per la prima volta le sue opere nel 2017 nel contesto della Biennale di Venezia, è riuscito in poco tempo ad attirare l’attenzione e l’interesse di istituzioni del settore come Arte Fiera a Bologna e una collettiva a New York nel 2018 presso una galleria di Manhattan. “Il mio prossimo obiettivo? Portare l’arte del tatuaggio ai massimi livelli e contesti artistici, interagendo con musei, istituzioni e collezionisti. Pensando al difficile momento che stiamo attraversando, inoltre, sono ottimista: non credo che il collezionismo risentirà di questa crisi anzi, forse, sarà pronto a investire in un campo innovativo come la tattoo art”, conclude. 

BrandVoice
12 Giugno, 2020 @ 3:00

La nuova mostra di Plan X Art Gallery che reinterpreta l’arte barocca

di Forbes.it

Staff

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Julio Anaya Cabanding “Michelangelo Merisi da Caravaggio,San Juan Bautista, 2020
Interpretare l’arte barocca in chiave moderna. Il nuovo racconto creativo di Plan X Art Gallery si chiama “Dope Baroque” e ha l’obiettivo di offrire una lettura diversa, fresca e contemporanea, di un periodo artistico “inteso oggi non come qualcosa di ormai sorpassato ma anzi cool”, spiegano i founder della galleria Marcello Polito e Nicolò Stabile. “Con la nostra galleria rappresentiamo la nuova generazione e vogliamo mostrare al nostro pubblico come anche un movimento artistico del 600/700 può essere reinterpretato e trasformato in qualcosa di attuale”. La mostra sarà inaugurata il 15 giugno presso la galleria di Milano solo su appuntamento e online sul sito planxartgallery.com e sarà visitabile fino al 15 Luglio.
Si tratta, nel dettaglio, di un group show di tre artisti, Julio Anaya Cabanding, Giampiero Romanò e Francesco De Molfetta, per un totale di otto opere tra scultura, pittura e specchiere antiche destrutturate e rivoluzionate. E nonostante i diversi codici estetici, i tre artisti hanno cercato di raccontare tutti lo stesso messaggio: “Cabanding ad esempio”, spiega Marcello Polito, “lavora per democratizzare il concetto d’arte, al momento fruibile solo nei musei. Giampiero Romanò, invece, restaura cornici e specchiere, le rivoluziona e crea delle vere e proprie opere d’arte. La classica specchiera antica diventa qualcosa di moderno. E poi c’è Francesco de Molfetta: la sua ricerca si sviluppa prevalentemente attraverso la scultura, di matrice concettuale e ironica e il suo lavoro è un trait d’union tra l’arte classica e la cultura iconografica contemporanea. Spesso blasfeme e dissacranti, le sue forme parlano a un pubblico con immediatezza e piglio pubblicitario”. Forbes.it ha scambiato due chiacchiere con l’artista milanese Giampiero Romanò, classe 1973, che per oltre 20 anni si è dedicato al restauro di antichi cimeli e preziosi pezzi di design nel suo laboratorio di Porta Venezia. Maestria che lo ha portato, nel tempo, a collaborare con artisti del calibro di Maurizio Cattelan e Pier Paolo Ferrari di Toiletpaper Magazine.
Come definiresti la tua visione artistica?
L’arte è un mondo parallelo dove sogni, pensieri, visioni, forme e colori si incontrano e diventano realtà. Ho fin da sempre lavorato con mobili e specchiere antiche, restaurandole e portandole di nuovo in vita. Da li ho iniziato a reinventarmi e reinventarle.
Cosa rappresenta il progetto “antichità 3000”?
Più che un progetto è un concetto. È come avere uno strumento che mi conferisce il potere di ritornare nel passato, unire il presente e creare l’oggetto del futuro. L’oggetto iniziale assume una nuova identità attraverso l’utilizzo di nuove forme stravolgendo il passato.
Come hai capito di voler seguire questa strada?
Durante la mia collaborazione con Toilette Paper Magazine, dove ho prodotto come ghost artist una serie di specchiere antiche rivisitate con l’aggiunta delle loro stupende grafiche, ho sentito il desiderio di tirare fuori quello che anche io sentivo così ho iniziato a creare i miei pezzi. Dare vita a ciò che immaginavo mi ha consentito di creare un canale attraverso il quale riesco a trasmettere le mie emozioni alle persone.
Cosa ti ha spinto a collaborare al nuovo progetto di Plan X art gallery?
A ottobre 2019 ho conosciuto Marcello e Nicolò di Plan X. Fin da subito è nata una fortissima sinergia, mi sono rivisto nella loro vision e loro hanno creduto in me sin dal primo momento. Quasi subito hanno voluto organizzare quindi la mia prima mostra a Milano affiancandomi a un artista contemporaneo ormai di fama internazionale: CB Hoyo. L’evento “Out of Line” è stato un successo incredibile. Plan X è un vulcano di idee, sono dei visionari e molto all’avanguardia. Così, oggi siamo diventati una squadra.
BrandVoice
20 Maggio, 2020 @ 10:24

Una nuova mostra digitale per parlare direttamente ai millennials

di Forbes.it

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Evgen Čopi Gorišek
That Could Be My Cover Picture, 2020

Proseguono, e si arricchiscono di contenuti nuovi, le iniziative di Plan X Art Gallery a favore del digitale per avvicinare le nuove generazioni all’arte con un linguaggio innovativo. Stavolta, l’iniziativa riguarda una serie di mostre fruibili sia nella sede milanese della galleria sia in versione digitale tramite l’accesso al sito planxartgallery.com e prende il nome di Cut, Copy, Paste. “Abbiamo scelto questo titolo perché è un chiaro riferimento al mondo digital, da cui gli artisti prendono sempre più inspirazione, che ha portato a grandi cambiamenti nel mondo dell’arte”, spiegano Marcello Polito e Nicolò Stabile, i due giovani imprenditori che hanno fondato la galleria oggi presente a Milano e Capri.

La mostra collettiva pone al centro cinque artisti, Evgen Čopi Gorišek, Carter Flachbarth, Katelyn Ledford, Dotpigeon e Youada, la cui ricerca pittorica si concentra sui cambiamenti che proprio l’era digitale ha introdotto nel panorama artistico contemporaneo. Sono tutti creativi emergenti come Gorišek, artista sloveno che, nato come street artist, con il tempo ha portato il suo lavoro su tela. Il suo lavoro prende forma dalla ricerca di immagini e inspirazioni attraverso il web. Il mondo digitale è per lui primaria fonte di inspirazione: dal 3D alle ombre, dalle tonalità della pelle agli oggetti casuali, tutti questi elementi vengono poi riportati su tela con grande tecnica e un forte impatto”, racconta Polito.

L’esposizione prende vita da alcuni recenti lavori di Carter Flachbarth, realizzati attraverso l’utilizzo di una app che ha lui stesso sviluppato, con la quale è in grado di sintetizzare tramite processi algoritmici appunti e disegni di vita quotidiana. Katelyn Ledford invece utilizza forme, simboli e immagini provenienti dal digitale per creare rappresentazioni decostruite attraverso un’avvincente combinazione di gesti e metodi: meticolosa pittura ad olio, vernice spray e collage di materiali. E se Youada ritrae personaggi eroici della giovane cultura street, attraverso la sua tecnica di pittura digitale DotPigeon raffigura scenari controversi che alludono alla contrapposizione tra conscio e inconscio, perfezione e caos. Infine Evgen Čopi Gorišek, che pesca i suoi soggetti dal web e li traduce in dipinti.

Il messaggio della mostra è chiaro: voler raccontare l’evoluzione stilistica avvenuta nell’arte in quest’ultimo decennio grazie alla tecnologia e all’impatto che quest’ultima ha avuto sulla sua estetica. Si pensi agli strumenti digitali come Photoshop, che hanno influenzato l’immaginario condiviso, mutando per sempre l’approccio pittorico. Dal punto di vista della fruizione, poi, secondo i due imprenditori il digitale ha reso possibile raggiungere un pubblico molto più vasto e non circoscritto alle varie realtà locali. “E tutto molto più veloce e fruibile, c’e una maggiore connessione tra collezionisti e artisti e questi ultimi iniziano le proprie carriere utilizzando i social come delle vere e proprie vetrine”. Uno scenario in continua evoluzione ma, avvertono, allo stesso tempo bisogna stare molto attenti e non lasciare spazio all’improvvisazione.
Per questo motivo, anche il lavoro di ricerca e selezione artistica è piuttosto complesso: “selezioniamo gli artisti con cui lavoriamo sia sulla base estetica dei loro lavori, cercando di mantenere una linea artistica uniforme ma al tempo stesso variegata, sia guardando altri aspetti come il loro percorso e il messaggio che vogliono esprimere con la loro forma d’arte”. Per Plan X Art Gallery non si tratta del primo progetto digitale volto ad avvicinare anche la nuova generazione di collezionisti, i millennials (ad aprile hanno lanciato uno show esclusivamente online  intitolato “social distancing”). “Questa fascia di collezionisti utilizza i nuovi strumenti digitali come primo approccio al mondo dell’arte ed è proprio lì che noi galleristi dobbiamo intervenire e indirizzarli nella giusta direzione”.
Ma cosa succederà all’arte dopo questa fase di cambiamento? “Il mondo dell’arte si sta adeguando in maniera forzata a un processo di digitalizzazione, iniziato comunque tempo fa. Basta pensare alla più grande fiera al mondo, ArtBasel, che in piena pandemia ha deciso di mantenere l’edizione di Hong Kong 2020 e ha scelto come unico canale il web. I collezionisti sono e saranno sempre più predisposti ad acquistare online e gallerie, artisti e fiere stanno adeguando la loro comunicazione in questa direzione”, concludono.
Lifestyle 7 Maggio, 2020 @ 12:56

Francesco Vezzoli e la comunicazione digitale dell’arte contemporanea

di Glenda Cinquegrana

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PhD in Economia della Cultura, gallerista, consulente d’azienda e art advisor.Leggi di più dell'autore
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Francesco Vezzoli (Ernesto S. Ruscio/Getty Images for Netflix)

Il periodo di lockdown ha visto le istituzioni culturali italiane e straniere, artisti e personaggi del mondo dell’arte protagonisti sui social con talk, contenuti artistici, progetti per beneficenza e non. Qualche giorno fa il curatore di caratura internazionale Francesco Bonami dal suo account Instagram @thebonamist osservava acutamente che il mondo dell’arte si sta trasformando in un videogioco. Giancarlo Politi, direttore della storica rivista di arte contemporanea conosciuta nel mondo, Flash Art, ha sostenuto criticamente, dalle colonne del magazine digitale, che per molti artisti la presenza sui social è una modalità per segnalare la propria esistenza. Critiche a parte, abbiamo osservato per voi alcune delle iniziative artistiche più interessanti della rete.

 

La Fondazione Trussardi ha varato Viaggi da una camera, un format online che distribuisce quotidianamente immagini, video e testi provenienti dagli artisti. Ogni giorno, sui canali social della Fondazione viene pubblicato un contributo realizzato da uno degli artisti ospiti, fra i quali vi sono Simone Berti, Maurizio Cattelan, Andrea Contin, Massimo Grimaldi, Emilio Isgrò, Luisa Lambri, Marcello Maloberti, Marzia Migliora, Giuseppe Penone, Diego Perrone, Gabriele Picco, Paola Pivi, Grazia Varisco, Nanda Vigo, Luca Vitone. Se la maggioranza delle opere offre un’idea di quanto sia difficile fare arte in cattività, fra tutti si fa notare il minivideo del maestro della storica Arte Povera Giuseppe Penone: uno specchio collocato in un bosco ricostruisce una Stanza verticale, che è un contenitore non di spazio schiuso, ma porzione di spazio naturale di un bosco.

 

Progetto che, invece, veicola l’interazione, è stata la live performance di Nico Vascellari, che si è tenuta sul nuovo canale Youtube lo scorso week-end. Codalunga è uno spinoff progettuale dell’artista trevigiano destinato a commissionare contenuti opere e interventi audiovisivi ad artisti della scena internazionale. Per il varo della piattaforma l’artista si è offerto alla telecamera per una performance della durata di 24 ore ore intitolata ‘DO YOU TRUST ME’, sul tema della fiducia, oggi tornato rigorosamente di attualità. L’artista ha intonato su una base musicale il mantra ‘I trusted you’, costruendo un rito collettivo via social, cui hanno partecipato in molti con commenti, o interagendo con la performance via cellulare. Un esperimento certamente innovativo, che ha visto il crearsi di una community attorno all’evento digital mediatico.

 

Tentativo nuovo ed interessante, lungo la direzione dello sviluppo di forme interattive, sarà messo in atto, invece, da Francesco Vezzoli sull’account Instagram della Fondazione Prada a partire dal 11 maggio. Il progetto ‘Love Stories- A Sentimental Survey’, riprende un tema dell’amore, già caro all’artista, dai tempi dei ‘Comizi di non amore’. Lo spirito di questa nuova fatica dell’artista bresciano sembra essere del tutto particolare. ‘Era da molti mesi che volevo testare l’universo digitale dei social e al tempo stesso subbappaltare una grande struttura di sondaggi’. La Fondazione Prada gli ha offerto la possibilità di una creazione pensata esclusivamente per Instagram, medium ai quale Vezzoli dichiara di essere da sempre molto interessato sotto il profilo antropologico, pur rimanendo un grande assente dal canale. ’Sui social, sono una spia. Praticamente non esisto’, dice ridendo. Da qui deriva l’esclusività dell’operazione fatta per la Fondazione Prada. L’innovatività di Love Stories sta nel fatto che ‘alla base del progetto c’è un tentativo di ripensamento del contenuto artistico in virtù del mezzo’, dice, ‘come hanno fatto da sempre i grandi intellettuali del passato. Come Pier Paolo Pasolini, che era capace di creare linguaggi nuovi per i diversi medium’, dichiara.

Dall’account di Fondazione Prada Vezzoli posterà ogni giorno una diversa love story, che vedrà una coppia del mondo dello spettacolo, del cinema, della musica, dell’arte e dello showbiz, accompagnata da un doppio titolo che spetterà al pubblico scegliere. Questa didascalia, spiega Francesco, ‘incarna un pensiero, un gioco, una libera associazione’. Il gioco è tutto visivo, musicale e linguistico, fatto di immagini ready-made e libere associazioni di testo. Naturalmente animato dalla consueta acutezza alla quale Vezzoli ci ha sempre abituato.

Queste immagini di coppie leggendarie che appartengono al nostro immaginario collettivo, calate nel canale effimero delle stories, daranno luogo ad un enorme sondaggio virtuale, atto a testare il polso dello stato sentimentale della community Instagram. Al termine di ogni settimana, i dati delle risposte del pubblico saranno analizzati da personaggi del mondo della cultura, della musica, dello showbiz, dell’arte e del cinema.

’Per me si tratta di un sondaggio sul tema della coppia che applicato alla comunità Instagram è stimolante. I nuovi media sono sempre stati guardati con sospetto in principio, per poi diventare un terreno di innovazione, e infine trasformarsi in medium del quotidiano, come è accaduto alla televisione. I linguaggi delle nuove generazioni non possono essere trascurati’. Conclude Vezzoli con atteggiamento tutt’altro che divistico: ‘Con questo progetto ho provato a calare una stratificazione di pensiero in un nuovo canale. Se riuscirò nel mio intento di comunicare con il nuovo pubblico oppure no, lo sapremo solo alla fine’. E siamo certi che ci stupirà ancora una volta.

Cultura 13 Marzo, 2020 @ 3:48

L’arte come medicina: l’iniziativa benefica di Plan X Art Gallery per il Sacco di Milano

di Forbes.it

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Marcello Polito e Nicolò Stabile
L’arte può fare bene al cuore, specie in un momento così difficile. Ne sono convinti anche Marcello Polito e Nicolò Stabile, due giovani imprenditori non ancora trentenni che, seguendo la loro passione, hanno aperto a Milano e Capri la Plan X Art Gallery. In una situazione tanto delicata per il paese, hanno deciso di lanciare l’asta online #artists4italy. “Stiamo contattando artisti di tutto il mondo chiedendo loro di donare un’opera”, ha spiegato il duo creativo. L’obiettivo? Devolvere l’intero ricavato in beneficenza all’ospedale Luigi Sacco di Milano e al Cotugno di Napoli. L’asta inizierà sabato 21 e terminerà domenica 22 e si potrà accedere tramite il sito www.planxartgallery.com. A supportare la causa artisti di fama internazionale come Alec Monopoly, Fidia, Webb e molti altri.
Plan X Art Gallery
Da quando hanno deciso di dare forma concreta ai loro sogni, Marcello e Nicolò hanno portato avanti un obiettivo ambizioso: avvicinare le nuove generazioni all’arte con un linguaggio innovativo. E questo anche attraverso lo strumento oggi indispensabile dei social media, Instagram in primis, dove sul loro profilo condividono centinaia di opere a sostegno di artisti contemporanei. I due curatori hanno dedicato da sempre la loro missione artistica alla condivisione di artisti all’avanguardia con il pubblico: guidati dalle loro conoscenze personali e dalla passione per l’arte, il loro obiettivo è offrire un’esperienza estetica originale e curata che possa indurre il grande pubblico a valorizzare l’arte contemporanea in tutto il mondo.

Dall’avvio della sua attività, nel 2017, Plan X ha creato una piattaforma artistica globale per i talenti emergenti più talentuosi del mondo. E tutto questo seguendo un approccio puramente meritocratico. Per i due imprenditori, infatti, non esiste solo la tradizionale formula della galleria d’arte, e difatti, in poco tempo, Plan X è diventato anche grazie al ruolo dei social media una sorta di mediatore culturale che racconta le storie degli artisti più dotati di oggi colmando il gap tra le persone e il bello. Milano e Capri, sono poi le loro due case: nel cuore della capitale meneghina, a soli cinque minuti da Piazza San Babila, lo spazio milanese è dedicato a progetti sperimentali. A Capri, invece, Plan X Rooftop è uno spazio espositivo esclusivo dove troverai una preziosa selezione di opere d’arte che incarnano lo spirito eclettico dell’isola.

Plan X Art Gallery
Non mancano naturalmente gli eventi, in Italia e all’estero, che hanno l’obiettivo di creare un movimento artistico nel quale riconoscersi. Come l’ultimo a Milano, “Out of line”, fuori dagli spazi della galleria, che ha dato vita alla collaborazione tra l’artista milanese Giampiero Romanò e CB Hoyo, giovane creativo cubano salito agli onori della cronaca per essere stato nominato da Artnet (uno digli operatori leader nel mercato dell’arte contemporanea quotato alla Borsa di Francoforte) tra i 10 più importanti artisti internazionali emergenti. E poi appuntamenti e kermesse di settore come la famosa Zonamaco art week 2020 a Città del Messico, una delle fiere d’arte contemporanea più importanti al mondo.
Cultura 1 Marzo, 2020 @ 5:30

La collezionista che ha reso l’arte un supporto terapeutico

di Glenda Cinquegrana

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PhD in Economia della Cultura, gallerista, consulente d’azienda e art advisor.Leggi di più dell'autore
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Recentemente alcuni enti culturali si stanno occupando di indagare il rapporto fra fruizione dell’arte e benessere psicofisico. E’ dello scorso ottobre lo studio dell’Art Fund inglese che raccoglie dati ed informazioni circa l’arte come strumento di relax e benessere utili a combattere lo stress.

Che invece possa essere usata quale strumento terapeutico, è realtà in Italia già da qualche tempo. Lo è grazie a Rebecca Russo, presidente e direttrice del Centro Videoinsight di Torino, psicologa, psicoterapeuta e collezionista, autrice di un metodo scientifico legato alla fruizione della video arte finalizzato alla promozione del benessere psicofisico. Dopo anni di ricerca a cui ha dato il via la Fondazione Videoinsight, il suo metodo, applicato alla riabilitazione ortopedica, è insegnato dal 2015 all’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

Abbiamo incontrato Rebecca Russo alla mostra collettiva ‘Sirene’, evento collaterale di Arte Fiera Bologna, dove la presidente della Fondazione aveva organizzato una mostra d’arte contemporanea sul tema del femminile. Una sfera che è uno dei nuclei della collezione Videoinsight, in cui sono presenti artiste molto note, come Marina Abramović, Nathalie Djurberg fino ad artiste  ancora emergenti. Il perché del femminile è chiaro: “Nelle artiste donne vedo la capacità di essere visionarie e di mettere in atto progetti innovativi”.

La Russo ci racconta la sua passione per l’arte contemporanea, che coltiva da diversi anni. “È dal 2013 che ho convogliato la mia passione per l’arte contemporanea in una fondazione che ha la sua sede a Bologna. In questo progetto ho unito idealmente la passione per il contemporaneo alla mia professione di psicologa, inventando un metodo psicoterapeutico, che porta il nome di Videoinsight”. Dedicata allo studio e ricerca in campo medico e scientifico, la Fondazione ha fra i suoi scopi la promozione dell’arte contemporanea, il sostegno filantropico agli artisti e alla medicina, in una visione olistica finalizzata a promuovere l’integrazione fra arte e scienze mediche. Una concezione che certamente anni fa non poteva che suscitare perplessità in campo medico, che oggi invece sono state pienamente accettate.

‘Ho coniato il termine Videoinsight come sinonimo di illuminazione, presa di coscienza interiore risolutiva’, spiega, che è quella che ci aspettiamo da una lunga psicoterapia psicologica, della quale l’arte in alcune opere può dare una sintesi visiva. ‘Inizialmente ho usato il metodo Videoinsight come test di Rorschach contemporaneo: in altre parole le opere della collezione erano impiegate come strumenti diagnostici di varie patologie psicologiche. Successivamente ho pensato di applicare le mie intuizioni sul potere di benessere psicofisico all’ortopedia traumatologica. Alcune ricerche recenti che abbiamo effettuato al Rizzoli di Bologna, hanno dimostrato che la video arte fruita da pazienti nell’ambito di terapie postoperatorie hanno migliorato significativamente il recupero funzionale post intervento’. Il metodo in questa sua applicazione post traumatica, dopo aver suscitato prima l’interesse di università americane, è diventato oggetto di insegnamento nel corso permanente di alta specializzazione intitolato ‘Il Metodo Videoinsight per la prevenzione e la promozione del benessere psicofisico’ presso l’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna. La sua visionarietà di medico e di collezionista d’arte l’hanno portata lontano.

“La mia collezione, alla quale lavoro costantemente acquistando un’opera al mese, assieme al metodo, sono oggetti di cura costante da parte mia. Entrambi costituiscono l’eredità che intendo lasciare alle future generazioni”.

Cultura 1 Febbraio, 2020 @ 2:53

Perché la banana è diventata l’icona dell’arte contemporanea

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
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Se l’arte contemporanea dovesse essere ridotta ad una sola icona, questa sarebbe sicuramente una banana. 

A riportare questo frutto sulla scena artistica è stato recentemente Maurizio Cattelan: la sua Comedian – la banana appesa al muro con un nastro adesivo esposta ad Art Basel Miami 2019 – ha attirato su di sé una grande attenzione.  Sull’opera sono stati spesi fiumi di parole, in ambiente artistico, sui media, di settore e non, e tra la gente. Il principale merito dell’installazione è senza dubbio quello di aver portato sulla bocca di tutti un tema solitamente di nicchia come l’arte concettuale.

Comedian – la prima opera realizzata con una vera banana – ha destato clamore soprattutto per il suo prezzo di vendita: 120 mila dollari per le prime due edizioni e 150 mila per la terza.  Vista l’enorme bagarre mediatica è bene specificare, come ha fatto Emmanuel Perrotin, gallerista di Cattelan, che “Comedian ha un certificato di autenticità (COA) che contiene le istruzioni esatte per l’installazione e una autentica che attesta che l’opera è di Maurizio Cattelan. Ciò è fondamentale, infatti, senza un COA, un’opera d’arte concettuale non è altro che la sua rappresentazione materiale”.
Ma Cattelan è solo l’ultimo (anzi, probabilmente ormai non più) artista ad aver utilizzato la banana nelle sue opere; sono stati diversi i colleghi che hanno interpretato il celebre frutto e accendendo il desiderio dei collezionisti di tutto il mondo.
La banana certamente più famosa è quella disegnata da Andy Warhol per un album dei The Velvet Underground & Nico, forse la copertina di un vinile più iconica mai realizzata.
Nelle prime edizioni dell’album, il frutto disegnato dal padre Warhol per la band di Lou Reed si poteva sbucciare; anzi, come recitava una postilla sulla cover, da “sbucciare dolcemente e vedere”.  L’album, uscito nel 1967, è presto divenuto oggetto di culto tra i collezionisti di vinili e di oggetti d’arte e oggi ha un valore di circa 2 mila dollari. Questa banana è stata addirittura al centro di una disputa legale sui diritti di utilizzo tra i Velvet Underground & Nico e la Andy Warhol Foundation.
Nella stessa epoca altri due grandi dell’arte contemporanea hanno in qualche modo ritratto il frutto giallo: Basquiat dedica proprio ad Andy Warhol Brown Spots (Portrait of Andy Warhol as a Banana); mentre Keith Haring, nel 1987, in un disegno ad inchiostro su carta ritrae Andy Warhol con in mano una banana.
Andando indietro nel tempo, Paul Gauguin nel 1891, in The Bananas – oggi esposta al Musée d’Orsay di Parigi – dipinge un grande casco di banane; nel 1913 è la volta di Giorgio de Chirico che dipinge un casco di banane ne L’Incertezza del Poeta, opera oggi di proprietà della Tate Gallery e in questi giorni esposta a Milano all’interno della retrospettiva dedicata all’artista; mentre Frida Kahlo nel 1939 realizza The Bride Frightened at Seeing Life Opened,  inserendo il frutto all’interno dell’opera. 

La lista di artisti che hanno dedicato una opera alla banana è infinita davvero e non si ferma qui. Mel Ramos, altro esponente chiave della Pop Art, agli inizi degli anni ‘60, all’interno del suo viaggio artistico contro le pubblicità urlate, realizza Ciquita Banana, una grande scultura che ospita all’interno una pin up. Anche David Hockney, uno degli artisti più valutati al mondo, nel 1970 dipinge Banana, opera che raffigura il frutto realizzato con colori a pastello. Roy Lichtenstein interpreta, invece, il frutto giallo all’interno della sua serie sulla natura morta rivisitata in stile pop. Negli anni ’80 il collettivo artistico femminista Guerrila Girls realizza un’opera per sensibilizzare l’opinione pubblica contro lo strapotere dell’universo maschile nel mondo dell’arte. 

La celebrazione del frutto, complice anche una sua lettura a sfondo erotico, non pare avere confini di secolo e dopo il diciannovesimo e il ventesimo arriva anche al ventunesimo. Prima di Cattelan diversi artisti viventi la hanno celebrato il frutto: nel 2004 il più famoso degli street artist, Banksy, rilegge una delle celebri scene del film di Quentin Tarantino Pulp fiction ritraendo John Travolta e Samuel Lee Jackson, nei panni dei cattivissimi Vincent Vega e Jules Winnfield mentre brandiscono due banane come fossero pistole. Nel 2011 è la volta di Damien Hirst, che realizza Turps Banana una stampa digitale a colori che raffigura il frutto su un fondo blu. Nell’opera L’Unico frutto dell’Amor Francesco De Molfetta, artista ospitato in importati collezioni tra cui quella della famiglia Elkann e quella del CEO di Nike Mark Parker – gioca con la sua consueta ironia su una duplice declinazione di banana. 

Mentre Ron English, poliedrico artista statunitense, ha realizzato Dandy Banana reinterpretando la banana del papà della Pop Art, richiamato anche nel nome dell’opera.
Per concludere questo lungo viaggio virtuale – che non può chiaramente essere esaustivo – della banana nell’arte moderna e contemporanea, Mr Brainwash in Banana Split rappresenta tre fasi della vita del frutto; il giapponese Takashi Murakami, icona pop del Sol levante, che dedica uno dei suoi fiori al frutto giallo. E ancora: Oli Epp, realizza con il suo innato ingegno Pawn inserendo la banana in un contesto dark; Cb Hoyo, che gioca con genialità e ironia sulla celebre opera di Warhol; Pure Evil, uno degli street artist provenienti dal clan in cui Banksy ha mosso i primi passi – che nel 2018 realizza Crazy Bananas, che ritrae Edie Sedgwick, attrice e musa di Andy Warhol, con 10 sculture di banana inserite all’interno della cornice e, sempre tra gli street artist, Angry Dan che a Shoreditch London, uno dei quartieri simbolo dell’arte di Strada – ha dedicato al frutto giallo una delle sue opere che si caratterizzano per una commistione tra arte, poesia e canzoni.
Infine, ultime citazioni per Studio Job, la creatura diretta da Job Smeets e Nynke Tynagel – tra i team di design più influenti per il Financial Times –  realizza la lampada Banana per l’esposizione Art Light alla Carpenters Workshop Gallery di Parigi, l’australiano Mark Whalen, che la inserisce in una delle ultime sue sculture e per Jebila Okongwu, artista nato a Londra che prima di trasferirsi a Roma ha vissuto in Nigeria, Australia e USA, che alla banana ha dedicato diverse scultura tra cui una di grandissime dimensioni esposta a Untitled Miami durante l’art week. Pur non avendo memoria di sue opere raffiguranti banane, sappiamo che Salvador Dalì ne era appassionato: a svelarlo è un ricettario dedicato all’amata Gala, scritto dall’artista nel 1973 e riedito da Taschen. “Les dîners de Gala – affermò Dalì – è dedicato esclusivamente ai piaceri del gusto… Se siete tra quelli che calcolano le calorie e trasformano le gioie del cibo in una forma di penitenza, chiudete subito questo libro; è troppo vivace, troppo aggressivo e troppo impertinente per voi”. Tra le varie ricette del libro, una è dedicata proprio alla torta di banane. Infine, la banana – come frutto – è legata ad un altro dei più grandi artisti internazionali viventi nonché soggetto osteggiato dal Governo di Pechino per il suo impegno politico: Il cinese Ai Weiwei. Durante il suo arresto, come si evince dal libro Hanging Man di Barnaby Martin, la banana diventa il modo in cui chi si occupava della sua custodia mostra un gesto attenzione alle sue condizioni fisiche.