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Cultura 15 maggio, 2019 @ 9:47

Liu Bolin, l’invisibile performer cinese porta a Milano le sue fotografie

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
Partner di Community - Strategic Communication Adviser. Dal 2003 gestisce la comunicazione di alcune delle più importanti società italiane e internazionali. Le sue passioni: il mare, la vela, i viaggi, l’arte contemporanea – in particolare la street art – e la cucina. chiudi
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Un’opera di Liu Bolin

In scena al Mudec dal 15 maggio al 15 settembre quella che sarà ricordata come una delle principale mostre d’arte dell’anno nel nostro Paese.

Con le sue fotografie, che immortalano l’atto finale delle sue performance, Liu Bolin, artista cinese di fama internazionale, è diventato oggetto del desiderio di molti collezionisti e autore di infinite mostre in tutto il mondo. L’elemento che lo contraddistingue sono i suoi ritratti mimetici in cui, grazie a un accurato body painting, il suo corpo risulta così integrato con l’ambiente circostante da fondersi con esso.

Luoghi emblematici, problematiche sociali e ambientali, identità culturali, bandiere: Liu Bolin fa sua la poetica del nascondersi per diventare cosa tra le cose, per denunciare che tutti i luoghi, tutti gli oggetti – anche i più piccoli – hanno un’anima che li caratterizza.

Le fotografie di Liu Bolin hanno diversi livelli di lettura, che vanno ben oltre l’immediatezza espressiva. Dietro lo scatto fotografico ci sono lo studio, l’installazione, la pittura, la performance dell’artista: un processo di realizzazione che dura anche giorni, a dimostrazione di come un’immagine fotografica artistica non sia mai frutto del caso, ma la sintesi di un processo creativo spesso complesso che rivela la coscienza critica dell’artista, la sua intima conoscenza della realtà in tutta la sua complessità e la sensibilità per le principali tematiche sociali.

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Un’opera di Liu Bolin

Attraverso le sue opere Liu Bolin cerca di sviscerare le contraddizioni dell’uomo contemporaneo e di indagare nel profondo il rapporto tra la civiltà moderna e l’uomo stesso.

“Dal 2005 al 2007 sono stato principalmente in Cina – racconta l’artista – e il tema centrale delle mie opere è stato lo sviluppo economico cinese”. Poi iniziando a viaggiare “Ho scoperto che in ogni posto ci sono dei problemi e attraverso la mia arte voglio rappresentarli”.

La mostra Visible Invisible raccoglie circa cinquanta opere dell’artista, tra cui un inedito della Pietà Rondanini scattato al Castello Sforzesco di Milano e la fotografia della Sala di Caravaggio – mai esposta prima – realizzata nel 2019 alla Galleria Borghese di Roma, oltre all’immagine scattata al MUDEC tra i reperti della collezione permanente del museo.

Le opere sono state organizzate dalla curatrice – Beatrice Benedetti, direttore artistico della galleria Boxart di Verona – in sezioni in base alle tematiche affrontate o alla location.

corpi persone
Un’opera di Liu Bolin

Gli scatti che raccontano la ribellione dell’artista nei confronti delle autorità, che nel 2005 le autorità cinesi demoliscono lo studio di Bolin, nel Suojia Arts Camp: da questo episodio nasce la serie Hiding in the city. Poi troviamo Hiding in the rest of the world che raccoglie, invece, foto scattate nelle grandi metropoli, da New York a Pechino. Il percorso continua con la serie Hiding in Italy: un costante confronto tra le culture d’Oriente e Occidente – le cui culle sono collocate rispettivamente dall’artista in Cina e in Italia.

Appartengono a questa sezioni gli scatti realizzati a Roma (Colosseo, Galleria Borghese e Piazza di Spagna) e a Milano al Duomo, al (Castello Sforzesco e al Teatro alla Scala). In mostra anche gli scatti del ciclo Shelves: la critica al consumismo di Liu Bolin lo porta a scomparire tra gli scaffali dei supermercati, in mezzo a scatolette di cibo.

Tra le fotografie più celebri esposte, anche il ciclo Migrants in cui Bolin coinvolge alcuni rifugiati ospiti di centri d’accoglienza in Sicilia. In questo caso, l’identificazione con lo sfondo lascia il posto alla spersonalizzazione dell’io e di un popolo, che non ha più volto se non quello della disperazione umana e della denuncia sociale.

“Dal 2013 in poi – racconta Bolin- ho iniziato una nuova fase del mio percorso realizzando delle opere in cui ho invitato a partecipare altre persone, così nel settembre del 2015 ho deciso di andare Catania per raccontare il tema dei migranti”.

Chiudono la mostra l’abito dipinto usato per la realizzazione dello scatto nei depositi del Mudec e i video che raccontano il dietro le quinte.

Cultura 14 maggio, 2019 @ 3:08

Lorenzo Quinn ci spiega com’è nato il simbolo della Biennale

di Marco Rubino

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Building Bridges. PH. Halcyon Art International

Da qualche giorno Venezia ha un nuovo ponte/scultura che seppur giovane e temporaneo ha già riscosso il supporto della gente comune, dei grandi media internazionali e creato un positivo  buzz sui social media. L’artista scultore che lo ha realizzato è Lorenzo Quinn, figlio dell’indimenticabile attore premio Oscar Anthony Quinn. Lorenzo non è nuovo a opere maestose contenenti forti messaggi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in grado di arrivare a tutti grazie loro immediatezza.

Già due anni fa in concomitanza con la Biennale d’Arte di Venezia 2017 aveva realizzato Support, due grosse mani che sostenevano Ca’Sagredo sul Canal Grande per sensibilizzare l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici. Adesso con Building Bridges – il nome di questa scultura –  l’artista vuole celebrare i sei valori universali dell’uomo: l’amore, l’amicizia, la saggezza, l’aiuto, la fede e la speranza con sei coppie di mani che compongono un ponte e che complessivamente raccontano come con la cooperazione tra le persone sia possibile ottenere dei grandi traguardi per la collettività.

L’amore viene rappresentato con due mani le cui dita si stringono l’una alle altre, l’amicizia con due mani che si sfiorano, la saggezza con una mano anziana che stringe una più giovane, l’aiuto con due mani che si uniscono; la fede con una mano adulta che stringe quella di un bambino; la speranza con due mani con dita che si intrecciano. L’opera, collocata all’Arsenale di Venezia e che ha dimensioni colossali, 15 metri per 25, nel giro di qualche giorno è diventata, pur essendo esterna al circuito ufficiale, l’opera simbolo della Biennale d’Arte.

Un vero imperdibile must see.

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L’opera “Support” di Lorenzo Quinn

Lorenzo Quinn, nato e cresciuto a Roma è un artista di fama internazionale con all’attivo diverse mostre personali – tra cui quelle alla Halcyon che vanta tre sedi a Londra e una a Shanghai – e tante sculture pubbliche ospitate in alcune delle grandi capitali del mondo tra cui Londra, Mumbai, Shanghai, Barcellona, Hog Kong, Birmigham e Doha.

Noi di Forbes.it abbiamo incontrato Lorenzo Quinn per rivolgergli qualche domanda riguardante la sua nuova scultura.

Come nascono le sue opere?

Prima individuo un tema – che può essere personale oppure di interesse generale –  e cosa voglio trasmettere perché per me è importante che l’arte sia un dialogo con lo spettatore, poi scelgo il titolo e alcuni aggettivi in grado di descrivere l’idea e solo dopo realizzo il primo bozzetto.

Nella sua arte è quindi centrale il bisogno di trasmettere un messaggio, corretto?

Assolutamente si. Credo nella quarta dimensione dell’arte: il messaggio. L’arte è un linguaggio universale e per questo ho preso l’impegno di realizzare opere in grado di essere capite da chiunque. Non voglio assolutamente dire che basta realizzare un’opera per migliorare temi di importanza generale ma credo che l’arte possa servire a migliorare la condizione del mondo.

Come si arriva a Building Bridges?

Sono un artista ma anche un padre e quindi mi interrogo sul mondo che lasceremo ai nostri figli. La prima opera che ho realizzato a Venezia si chiamava “Questo non è un gioco” e raffigurava due mani che bloccano un carro armato. In quel caso volevo sensibilizzare l’opinione pubblica sulla guerra visto che si viveva una epoca di conflitti. Nel 2017 con Support, invece, ho voluto affrontare il tema del cambiamento climatico. Adesso con Building Bridges voglio parlare di umanità e di collaborazione tra le persone come elemento imprescindibile per migliorare il mondo. Penso sia importante farlo perché il concetto di umanità collettiva si sta perdendo. La mia opera è un invito a compiere un’azione.

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This is Not a Game, 2011 Venice Biennale. Lorenzo Quinn

Realizzare un’opera di tali dimensione è cosa complessa, ci racconta le principali fasi?

Ho pensato quest’opera circa 18 mesi fa e dopo i primi rendering l’ho presentata all’Amministrazione comunale, che ringrazio per il supporto che mi ha sempre dato in questi anni. Una volta ottenuto il loro gradimento abbiamo iniziato a lavorare grazie al sostegno economico di Halcyon Gallery di Londra. Cinque mesi fa, quando non avevo ancora l’ok definitivo all’installazione e non sapevo dove sarebbe stata collocata, ho iniziato ugualmente a produrla perché altrimenti non saremmo arrivati in tempo. Qualche settimana fa, con tutte le autorizzazioni in regola, l’abbiamo installata dopo aver fatto alcune modifiche tecniche. E’ stato un grande lavoro di team visto che al progetto hanno lavorato circa 350 persone con diverse professionalità. Sono molto contento della collocazione visto che dall’Arsenale nella storia di Venezia sono partite tante navi che hanno contribuito a creare scambi culturali.

Pensa che Venezia sia ancora una città che recita un ruolo importante nell’arte contemporanea?

Assolutamente si. La Biennale è quella più importante al mondo e Venezia resta sempre un grande palcoscenico. Io sono molto legato a questa città visto che mia mamma era veneziana e mia moglie è nata qui. Per me è la mia seconda città.

Che ne sarà di Building Bridges dopo il periodo della Biennale d’Arte?

Vorrei che questa mia scultura continuasse ad avere una vita. Ho due sogni ma preferisco tenerli per me al momento.

Ha già maturato qualche idea per la Biennale 2021? 

Si, dico soltanto che l’opera non raffigurerà le mani. Voglio fare qualcosa di diverso.

Nella sua arte è importante il messaggio, questo ricorda molto la street art, che idea ha dell’arte di strada?

Mi piace molto la street art e la seguo. Credo sia una forma d’arte necessaria visto che non tutti gli artisti hanno la possibilità di avere l’appoggio per arrivare nelle gallerie. Ci sono opere terribilmente belle in grado di lanciare messaggi molto forti e diretti.

 

Life 30 aprile, 2019 @ 8:00

Medico e collezionista d’arte: Mauro De Iorio si racconta a Forbes

di Glenda Cinquegrana

Dirigo una galleria d’arte e mi occupo di consulenza.Leggi di più dell'autore
Dal 2006 al 2014 dirige la galleria Glenda Cinquegrana: the Studio, in cui si occupa di soprattutto di giovani artisti italiani e internazionali. Dal 2014 fa consulenza nell’ambito di progetti di arte e comunicazione con Glenda Cinquegrana Art Consulting. Nel 2016 crea la piattaforma di scouting e formazione per le arti visive, The Art Incubator. Dal 2008 in poi ha collaborato come contributor con diverse riviste online sui temi della fotografia e dell'arte contemporanea. Sul cartaceo di Forbes ha una pagina mensile dedicata all'arte. chiudi
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Ritratto di Mauro De Iorio presso la sua abitazione. Courtesy Collezione Mauro De Iorio. Fotografia di Pietro Cocco.

“Mio padre era un collezionista di arte antica, invece io ho scelto il contemporaneo. Nella prima parte della mia vita mi sono dedicato alla professione medica, nella seconda al collezionismo, rivolgendo molto tempo a questo hobby che per me è diventato sempre più importante”. Comincia così la sua storia di collezionista Mauro De Iorio, medico radiologo, titolare di una società proprietaria di centri diagnostici a Trento, Rovereto e Verona. Colleziona in principio molta arte italiana, da Ettore Spalletti, ad Alessandro Pessoli, Giulio Paolini, accanto ai quali anche alcuni artisti trentini come Stefano Cagol.

Oggi la collezione è orientata molto verso artisti internazionali di cui molti sono nomi di scoperta, come la cinese Firenze Lai, Louis Fratino, Josh Kline o Petrit Halilaj, che si affiancano a nomi classici del contemporaneo del calibro di Tony Cragg e Daniel Buren. La raccolta si è arricchita fino a toccare le cinquecento opere, con un ritmo continuo di accrescimento della collezione: “Acquisto circa 15-20 opere all’anno, frequentando le fiere italiane e internazionali. Oggi prediligo le fiere di piccola scala, che ti permettono di guardare le cose con grande attenzione. Ma non trascuro le grandi rassegne straniere, come Art Basel e FIAC a Parigi”, dichiara.

Qual è il filo conduttore alla base della sua collezione? “Il comune denominatore è il mio gusto poliedrico, e la capacità della collezione di rispecchiare archetipi che sono parte del mio carattere. Non c’è una coerenza: cerco semplicemente di dare spazio alle voci che sono dentro di me”, risponde sorridendo.

Le opere della collezione De Iorio oggi sono alloggiate negli spazi del suo studio diagnostico di Trento, “a diretto contatto con il pubblico e con i pazienti. L’apertura della collezione è nata dall’esigenza di poter fruire e al tempo stesso aprire gli altri alla fruizione di opere che per lungo tempo sono rimaste nei magazzini o che erano semplicemente date in prestito agli eccellenti musei locali, come il MART di Rovereto e il Museion di Bolzano. Oggi amo molto questa soluzione espositiva mista: mi piace molto poter lavorare restando quotidianamente a contatto con la collezione, che è diventata una vera e propria appendice della mia attività professionale. Le opere sono fonte di stimoli creativi per me, i miei collaboratori, e strumento di conoscenza reciproca con i pazienti“.

Che cosa le ha portato in dono questa passione collezionistica, chiediamo a De Iorio. Risponde sorridendo che “la collezione di arte contemporanea è uno strumento fondamentale di creazione di rapporti. Mi riferisco a quelli che ho instaurato con le persone del mondo dell’arte, che da sempre sono per me fonte di grande arricchimento umano, artistico e personale”. De Iorio si riferisce ai galleristi, curatori e artisti, con i quali ha in programma di lavorare sempre di più. Il futuro lo vedrà sempre più impegnato sul fronte dell’esposizione e della produzione della giovane arte, che intende sempre più promuovere. “Con l’apertura di uno spazio espositivo”, sorride misterioso.

Cultura 19 aprile, 2019 @ 9:28

Il collezionismo di art toy tra arte contemporanea e street art

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
Partner di Community - Strategic Communication Adviser. Dal 2003 gestisce la comunicazione di alcune delle più importanti società italiane e internazionali. Le sue passioni: il mare, la vela, i viaggi, l’arte contemporanea – in particolare la street art – e la cucina. chiudi
Il Michelangelo di Francesco De Molfetta (foto dell’autore)

La cultura pop, street e urban sta portando alla ribalta un nuovo filone nell’arte contemporanea e nel collezionismo: gli art toy, si tratta di oggetti in legno, metallo, vinile o altri materiali plastici che vengono rilasciati in edizione limitata da artisti blasonati e che rappresentano la perfetta intersezione tra l’arte e i giocattoli. A dare il via a questa nuova forma di collezionismo d’arte è stata senza dubbio la parte orientale del mondo, Giappone e Corea in testa, in cui gli action figure hanno sempre riscosso molto successo. Da lì il fenomeno si è diffuso fino a diventare una vera e propria tendenza globale. Certamente i puristi dell’arte contemporanea che già storcono il naso davanti alla street art guardano con sospetto a questo filone, ma va considerato che molti noti artisti a tutto tondo si stanno cimentando in questo filone, complice il successo che riscuote sul mercato.

Gli artisti dell’art toy

Gli artisti che si sono lanciati in questo segmento sono molteplici e l’elenco è in rapida evoluzione. Tra i più celebri troviamo:

KAWS
E’ certamente il creativo più noto in questo genere grazie alle sue figure che si ispirano al mondo dei fumetti e dei cartoni animati come i Simpson, Snoopy, Topolino e i Puffi. Il successo registrato fa di Kaws un fenomeno planetario tanto che in asta continua a macinare record. Basta citare che nei 12 mesi luglio 2016/giugno 2017 ha venduto – secondo i dati Artprice – più del mostro sacro della street art Banksy.

RON ENGLISH
Considerato il papà statunitense della street art, l’artista utilizza i simboli della cultura consumistica ponendoli alla base del suo concetto artistico. Ecco, quindi, che personaggi iconici prendono vita in modo ironico come ad esempio MC Supersized, l’emblema del celebre documentario di Michael Moore Super Size Me.

FRANCESCO DE MOLFETTA
Artista poliedrico partito da Milano, quarantenne, ha all’attivo centinaia di mostre in Italia (l’ultima a Milano ospitata da Plan X Art Gallery)- e all’estero (tra le più famose quella della Toy Art Gallery di Los Angeles e Yang Gallery di Singapore). Oggi è ospitato in importati collezioni tra cui quella della Famiglia Elkann , quella di Mark Parker ceo della Nike e musei (ricordiamo la mostra “PopCellana” ospitata alla Triennale di Milano nel 2017). È l’unico artista italiano ad essere presente sulla grande antologia “TOY ART 2.0” redatta e curata da Jeremy Brautman . Il “Demo” realizza sculture, frutto di una attentissima ricerca dei materiali, che coniugano l’arte classica con la cultura pop donando loro una sottile ironia che induce a profonde riflessioni. Accanto ai sui pezzi unici De Molfetta ha realizzato alcuni art toy in pochissimi esemplari tra cui il celebre MICHELANGELO declinato nelle fattezze del Bibendum – la mascotte del brand Michelin – e HiSTARY, un omaggio alla mitica saga di Star Wars.

ALEC MONOPOLY
Considerato l’astro nascente della street art contemporanea, ha raggiunto quotazioni stellari spinto dagli acquisti dei millennials Usa. La sua popolarità è talmente in ascesa sul segmento dei collezionisti da essere stato scelto da Tag Heuer come “art provocateur”. Il suo approdo al mondo degli art toy è recentissimo – a novembre scorso. Lo sviluppo della sua idea è quella che lo ha reso famoso: personaggi del celebre gioco da tavolo Monopoli.

JASON FRENNY
Scultore e designer di New York. L’artista mescola il giocattolo, l’arte e la scienza nelle sue realizzazioni. È cosi che prendono vita i Dissection, figure raffiguranti Topolino, Bugs Bunny, Sesame Street o altri personaggi celebri dei fumetti o cartoni animati che vengono raffigurati per metà in sezione come le classiche figure dell’anatomia.

RICHARD ORLINSKI
Artista e scultore francese che nel suo paese è celebre al pari di una rockstar. L’artista francese più venduto al mondo realizza opere attorno al concetto Born Wilde in stile contemporaneo.

L’elenco degli artisti, da quelli entrati nel firmamento dell’arte contemporanea a quelli emergenti, che hanno realizzato art toy o prodotti per alcuni aspetti assimilabili in quanto messi sul mercato a piccoli prezzi e diventati oggetti di culto per collezionisti, sono davvero tanti. Come non citare le zucche morbide di Yayoi Kusama, la riproduzione di Seletti della scultura LOVE, il celebre dito realizzato da Maurizio Cattelan in Piazza Affari a Milano, la serie, sempre di Seletti, di sculture di Tatiana Brodatch realizzata in occasione di Miart 2019, il Doraemon di Takashi Murakami realizzata per una limited edition di Uniqlo, le celebri Campbell Soup e la Brillo Box di Andy Warhol, l’ Andy Mouse di Keith Haring, le spray can di Mr Brainwash e ancora le celebre coloratissime banconote da 100 dollari di MisterE, i pinguini di Pao, la Real Shit di Laurina Paperina e le creazioni di Daniel Arsham, di Jeff Koons e di David Shrigley e la Merda D’Autore di Piero Manzoni.

Accanto a loro ci sono, inoltre, i design toys come i Be@rBrick, la riproduzione dei celebri omini della Lego dalle sembianze di orsacchiotto con alcune serie che hanno toccato in asta quotazioni di migliaia di euro, le statuine raffiguranti i personaggi di Banksy tra cui il Flower Bomber, realizzate da Medicom Toy, il principale produttore di Art Toy al mondo, il Munsta Munny realizzato da Kidrobot oppure i pupazzi realizzati da Funko. Una menzione finale la meritano le serie di skateboard di Supreme realizzate in collaborazione con artisti del calibro di George Condo, Kaws, Damien Hirst e Gilbert&George solo per citarne alcuni.

Un altro rappresentate dell’Italia nel mondo degli art toy è Fidia Falaschetti, artista di fama internazionale che partito dalle Marche sta riscuotendo enorme successo in Usa, vive a Los Angeles, e in Oriente ha da poco esposto a Taipei a All The Rage, la principale manifestazione di Urban Art accanto ad artisti del calibro di D*face e Cleon Peterson solo per citarne due. Quarantunenne, Fidia è stato inserito dal magazine LA WEELY nella lista dei 5 principali artisti in Usa nel 2017. Tutto ciò gli è valso l’ingresso in collezioni eccellenti ed esposizioni in tutto il mondo, da Art Basel al Moco Museum di Amsterdam. Fidia ha deciso di affiancare le sue grandi sculture, che in chiave sarcastica reinterpretano alcuni personaggi iconici come Topolino e Paperino e che hanno quotazioni da decine di migliaia di euro: art toy che hanno l’obiettivo di entrare nella case anche di chi inizia a collezionare arte.

Noi di Forbes.it l’abbiamo incontrato e gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Da dove nasce l’idea di rivisitare i classici personaggi dei fumetti/cartoni animati?

Penso spesso a come i nostri antenati rinascimentali raccontavano le proprie emozioni ritraendo personaggi sacri, icone riconoscibili per la società del momento. In un mondo oggi dove la religione è diventata quasi una obsoleta pratica per “anime smarrite”, le giovani generazioni sono più a proprio agio nell’identificarsi nei sorrisi sornioni dei Mickey Mouse e Bart Simpson di turno, nuove idolatrie di facile fruizione. Dunque, quale miglior iconografia per parlare della nostra folle società contemporanea?

Gli art toy sono uno strumento utile per consentire ai millennials di avvicinarsi all’arte contemporanea?

Decisamente si. Spesso acquisire opere d’arte non è neppure un problema di risorse economiche: è saggio cominciare a collezionare partendo da piccoli passi. Gli art toy danno un perfetto assaggio di quella solennità e magia che poi la scultura (in scale ben più grandi e tirature al di sotto della decina) riesce a dare. In fondo il mondo degli art toy è un entry level per quello che possiamo definire un collezionismo 2.0 Di solito chi colleziona art toy prima o poi cede alla seduzione di un pezzo a tutto tondo che può “abbracciare” a piene mani!

Fuori dall’Italia, visto che vivi a Los Angeles, è più facile per un giovane artista arrivare al successo?

Diciamo che fuori dall’Italia si percepisce di più la meritocrazia. È vero anche che, essendo la “lamentela” uno sport nazionale per noi, quando si escono i confini ci si rende conto che non serve a nulla, e l’unica operazione efficace è quella di credere in ciò che si fa e giocare le carte giuste al momento giusto, diventando così la miglior versione di se stessi. A mio parere la fortuna è il frutto di un percorso tortuoso, una lunga maratona nella quale si cade spesso, ma si apprende ad affinare le proprie potenzialità. Sicuramente, per un giovane artista, avere appigli evidenti intorno aiuta a rialzarsi velocemente dopo qualsiasi eventuale caduta, e la salita verso il successo diventa più chiara ed entusiasmante.

In quale piazza o museo ti piacerebbe vedere una tua opera di art toy?

Io adoro le persone, dunque mi piacerebbe vedere una mia opera monumentale in qualsiasi luogo del mondo possa essere fruita dalla gente comune. Ovviamente l’ambizione di tutti è quella di entrare nelle collezioni stabili di quei musei internazionali con il nome breve ma solenne, ma la carriera artistica è una sensazionale sinusoide di imprevisti e sorprese, dunque non mi pongo mai troppe aspettative così quando arrivano i successi il senso di soddisfazione diventa decisamente più motivante! Diciamo pero che se il BROAD Museum di Los Angeles mi scrivesse domani per un’acquisizione, non sarebbe proprio male!

 

Il mercato dell’art toy

La diffusione del fenomeno è rapidissima e amplificata da Instagram. Che mercato hanno questi art toy? Ampio fatto di collezionisti, di importanti gallerie e di aste al pari delle opere di fine art. Alcuni esempi: L’ultimo BFF plush (morbido, nda) di Kaws messo in vendita in edizione limitata di 3mila pezzi, alcuni tramite il sito web dello stesso artista e altri tramite gli store online di AllRightReserved e DDT Store (due pietre miliari dell’est asiatico del collezionismo), al prezzo di 200 dollari dopo poche ore dal tutto esaurito è stato scambiato a oltre mille dollari. Per rimanere sempre su Kaws: il suo celebre Pinocchio quello in vinile oggi ha una quotazione tra i 7 e i 10mila euro mentre quello in legno supera i 60mila dollari Usa o gli Astro boy aggiudicati in asta Sotheby’s a inizio aprile a circa 300mila euro contro una stima iniziale di circa 60mila. Valutazioni più moderate ma sempre sopra i mille dollari per la serie Companion e BFF in vinile (tra cui una edizione speciale commercializzata dal MoMA nel 2018 e venduta allora a 300 dollari circa) dello stesso autore. È talmente grande il mercato che anche sulla principali piattaforme di arte online, frequentate da collezionisti non solo millennials, come Artsy, Artnet, Artland e Paddle8 è possibile trovare una vasta scelta di rinomate gallerie che vendono art toy. A riprova del successo alcuni brand, uno su tutti Uniqlo, hanno avviato collaborazioni con alcuni artisti come Murakami e lo stesso Kaws, mettendo sul mercato serie limitate con anche oggetti d’arte a poche decine di dollari che poi sul mercato secondario raggiungono quotazioni di tutto rispetto.