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Life 12 agosto, 2019 @ 12:30

Con OurTypes, Ben Eine porta l’alfabeto per le strade di Londra

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
Partner di Community - Strategic Communication Adviser. Dal 2003 gestisce la comunicazione di alcune delle più importanti società italiane e internazionali. Le sue passioni: il mare, la vela, i viaggi, l’arte contemporanea – in particolare la street art – e la cucina. chiudi
Ben Eine: OurTypes, Londra - Alphabet completo
Ben Eine: OurTypes, Londra – Alphabet completo (Courtesy of OurTypes)

A parlare di tipografia ai tempi di digital news, e-book e social media, si corre certamente il rischio di sembrare anacronistici. A dimostrare che la tipografia è ancora attuale è Ben Eine, che potremmo definire un novello Alighiero Boetti.

Ben è uno dei massimi esponenti della street art internazionale, che da Londra è approdato in numerose strade del mondo (un esempio si può trovare anche a Firenze nel cortile – accessibile a tutti – del The Student Hotel) e addirittura alla Casa Bianca: nel 2010 l’allora primo ministro britannico David Cameron si presentò, infatti, alla White House con un’opera dell’artista per donarla al presidente Usa Barack Obama.

Ben Eine: Alphabet, The Student Hotel - Firenze
Ben Eine: Alphabet, The Student Hotel – Firenze (Courtesy of Marco Rubino, autore dell’articolo)

Il successo di Ben Eine è dovuto alla sua volontà di voler colorare e rendere belli i muri di alcuni sobborghi della capitale inglese con gigantesche opere fatte di frasi e lettere, con font creati da lui.  Ben, inoltre, può vantare – grazie al suo talento per la tipografia, la stampa e alla perfetta conoscenza dell’uso del colore, di aver contribuito a supportare artisti oggi affermati tra cui David Shrigley, Paul Insect e D*Face. Nel 2003, inoltre, crea con Banksy Pictures on Walls (POW), la galleria/negozio, con annessa produzione, più famosa al mondo in tema di street art, rimasta attiva fino al 2018.

Ben Eine, artista solista dal 2008, torna adesso a far parlare di sé in occasione del lancio di OurTypes (www.ourtypes.com), il suo studio di creative design specializzato nell’art lettering. Lo fa con una missione artistica ambiziosa, evolvendo la sua Alphabet Street creata quasi un decennio fa: abbellire le strade dell’East End londinese, in particolare nel quartiere di Poplar (a nord del centro finanziario di Canary Wharf), con un intero alfabeto di 26 caratteri di font diversi su una serie di oltre 40 saracinesche di altrettanti negozi.

Il risultato è davvero grandioso: le saracinesche dei negozi fungono infatti da tela e le lettere tutte insieme danno vita ad una opera unica e maestosa che rende Alphabet City 2.0 – questo il nome scelto dall’artista – uno dei maggiori centri di interesse della street art mondiale.

Lo studio creativo OurTypes si basa sul talento e sull’esperienza del team, tra cui appunto il fondatore Ben Eine che commenta cosi: “Le nostre menti sono sempre occupate e anche quando dormono si rifiutano di riposare. Sono l’unico vero strumento che abbiamo per migliorare il mondo”. Andy Scarles, Lead Designer di OurTypes, afferma, invece, che “L’aspetto entusiasmante del progetto è l’infinita possibilità di fondere artisti contemporanei con la tipografia”.

Il nuovo studio si avvale anche dell’apporto di Mark Chalmers, membro del consiglio di amministrazione di OurTypes: eletto da poco uno dei primi cinque creativi executive d’Europa. In onore di OurTypes, ogni lettera affrescata da Ben Eine – in associazione con Global Street Art e l’housing association Poplar HARCA – sulle vetrine dei negozi sarà un’esplorazione di tipo creativo, in maiuscolo e minuscolo, e illustra come lo stile di Eine si è evoluto nel corso dei 30 anni di carriera. Anni nei quali Eine ha accumulato diversi successi tra cui l’essere parte di importanti collezioni private e museali tra cui il Victoria&Albert Museum di Londra, il Museum of Modern Art di Los Angeles e il San Francisco Museum of Contemporary Art.

Ben Eine: Create, Londra 2018
Ben Eine: Create, Londra 2018 (Courtesy of OurTypes)

Infine, Ben Eine vanta anche un record: è sua l’opera di street art più grande al mondo. Si tratta di Create, graffito di 17.500 piedi quadrati dipinto su un terreno industriale nella zona est di Londra nel 2018 nell’ambito di un progetto di collaborazione tra OurTypes e Zippo. L’opera è talmente grande che è persino visibile dallo spazio.  Il lancio di OurTypes, che coincide con i 30 anni di carriera dell’artista, prevede, inoltre, la release di alcune opere di Ben Eine che saranno messe in vendita sul sito www.ourtypes.com per la gioia di tutti i collezionisti e gli amanti della street art.

Forbes Italia 9 agosto, 2019 @ 11:13

La Fondazione Morra Greco: l’arte contemporanea nel cuore di Napoli   

di Glenda Cinquegrana

Dirigo una galleria d’arte e mi occupo di consulenza.Leggi di più dell'autore
Dal 2006 al 2014 dirige la galleria Glenda Cinquegrana: the Studio, in cui si occupa di soprattutto di giovani artisti italiani e internazionali. Dal 2014 fa consulenza nell’ambito di progetti di arte e comunicazione con Glenda Cinquegrana Art Consulting. Nel 2016 crea la piattaforma di scouting e formazione per le arti visive, The Art Incubator. Dal 2008 in poi ha collaborato come contributor con diverse riviste online sui temi della fotografia e dell'arte contemporanea. Sul cartaceo di Forbes ha una pagina mensile dedicata all'arte. chiudi
Fondazione Morra
Fondazione Morra Greco – Jimmie Durham, MINIMALIST SCULPTURE WITH CONTENT, 2019 wooden cube, found materials 150 x 150 x 150 cm (Courtesy of Fondazione Morra Greco)

Ho cominciato a collezionare arte contemporanea alla fine degli anni Novanta a partire da una passione collezionistica nata sin da bambino’ ci racconta Maurizio Morra Greco, vicepresidente del Comitato delle Fondazione Italiane. La sua prima professione è quella di dentista; la seconda quella di collezionista; la terza quella di fondatore e direttore della fondazione di diritto privato che, partecipata al 50% con la Regione Campania, trova la sua sede nel cinquecentesco Palazzo Caracciolo di Avellino nel centro storico di Napoli. Dopo il progetto di ristrutturazione del 2015, realizzato grazie all’ausilio di contributi europei, l’ente ha aperto due nuovi piani raggiungendo un totale di circa duemila metri quadri di spazio espositivo, distribuito su cinque piani. Uno spazio stimolante ed affascinante per gli artisti. Nel 2019 la Fondazione Morra Greco riapre le porte al pubblico con lo scopo di riaffermare la sua vocazione ad essere luogo di creazione, progettazione e produzione di contemporaneo di qualità.

La fondazione può contare su un’attività pluriennale: nasce a Napoli nel 2003 e inaugura la sua funzione espositiva nel 2006. Ci racconta Maurizio Morra Greco che ‘Ad un certo punto della mia vita, ho voluto dare alla mia passione una veste attiva: da un lato lavorare direttamente con gli artisti, dall’altro dotare la città di uno spazio di produzione che potesse concretamente agire sul territorio, aggiunge.

‘Sono passato dalla passione per l’oggetto  quella per l’artista, dall’opera al progetto. Il mio interesse si è concentrato sul divenire dell’arte del presente, contemporanea. Volevo fare la mia parte personale nella produzione dell’opera’. La storia in breve è questa: Palazzo Caracciolo di Avellino ospita un ampio programma di residenze, mostre e performance dal 2006. Dal 2008 la Morra Greco è il primo caso in Italia di ente di natura mista, pubblico-privato, alla quale aderisce sotto il profilo finanziario la Regione Campania, che siede in Consiglio di Amministrazione. ‘Il passo evolutivo era naturale: alla base di questo sistema si trova l’idea di valorizzare e promuovere il territorio della città di Napoli e di far dialogare l’arte con quel territorio’.

Tutto questo messo in pratica attraverso lo strumento della selezione di artisti di livello internazionale. Con quali criteri Morra Greco prende le proprie scelte artistiche? ’La componente istintiva è sempre stata alla base delle mie decisioni’. Fra i progetti che ha realizzato quale è stato quello che ha più inseguito ed amato? ‘Nessuno in particolare: ho cercato di mettere la stessa energia in ciascuno dei progetti che la Fondazione ha patrocinato. E’ sempre stimolante vedere nascere progetti a volte sono scaturiti dal rapporto con la città, a volte autonomi’. Fra questi, si sofferma a ricordarne qualcuno, come quello di Mark Dion, ‘la cui spina dorsale era la riflessione sulla vita di Sir William Hamilton, ambasciatore inglese sotto il regno di Ferdinando IV, personaggio cosmopolita, erudito e studioso’. Oltre a quelli di Manfred Pernice e Jason Dodge, ricorda volentieri quello di Laure Prouvost, il cui Polpomotorino era una complessa video installazione ispirata alla natura tentacolare della città. ‘Quello che ha avuto un impatto culturale importante è stato quello realizzato con Jimmie Durham: la residenza di Durham, che è venuto a Napoli più volte, è stata la base per la produzione di un ciclo di opere, che è stato spina dorsale di una mostra itinerante ospitata dai maggiori musei americani’. Lavorare con un artista Leone d’oro alla Biennale di Venezia nel 2019 per alcuni non ha prezzo.

 

 

Cultura 25 luglio, 2019 @ 10:35

L’arte contemporanea di John Paul Fauves tra social media e icone pop

di Marco Rubino

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John Paul Fauves

Dal Costa Rica alle grandi capitali dell’arte. Questo è John Paul Fauves, 39 anni artista definito “espressionista neopop”. Con la sua arte Fauves esplora la società contemporanea e il concetto di identità in relazione alla cultura mainstream e ai social media.

Dopo aver trascorso 15 anni a studiare arte e ad affinare la tecnica pittorica John Paul è arrivato sulla scena artistica internazionale alcuni anni fa e vanta già svariate mostre come quelle di New York organizzata da TAX Collection & Guy Hepner e acclamata anche da Vogue e dall’edizione internazionale di Forbes, di Milano con Plan X Art Gallery, di Londra con Imitate Modern Gallery, di Los Angeles con JM Art Management e importanti partecipazioni a due dei principali eventi d’arte del panorama internazionale come Scope NYC e Art Palm Beach 2019 dove è stato uno degli artisti all’interno di The Art Plug Power House, il playground dedicato all’arte contemporanea creato da Marcel Katz.

John Paul Fauves nella sua arte mescola celebri icone come Topolino, James Dean, Minnie e Marilyn Monroe che vengono fuse tra loro creando una pittura nuova che invita lo spettatore a riflettere. Noi di forbes.it lo incontriamo per capire meglio il suo progetto artistico e cosa anima le sue creazioni.

Quali sono stati i suoi primi passi nel mondo dell’arte?
Dipingo da sempre. Il primo ricordo è di quando avevo circa 4 anni: disegnai il mio asilo e un albero con delle grandi mele rosse. I miei genitori sistemarono quella che si può considerare la mia prima opera sulla porta del frigo. Più tardi, quando iniziai ad andare a scuola con l’autobus, feci amicizia con uno studente più grande, disegnatore di fumetti. Iniziai così a studiare la sua tecnica e presi anche un paio di lezioni. Da più grande, all’università, ho scelto un corso di laurea internazionale in arte. L’insegnante di My Art è stato estremamente influente per me. Il suo nome era Joaquin Rodriguez del Paso, uno straordinario artista latino. Joaquin mi ha insegnato a guardare le cose sotto una luce completamente nuova: mi ha incoraggiato a pensare molto più a fondo di prima e in modo più dettagliato. Con la sua guida e il suo supporto, ho sviluppato un nuovo livello di considerazione per la profondità e i dettagli, ho scoperto il potenziale della percezione. Il professore ha totalmente rivoluzionato la mia visione e il mio approccio sull’arte a tal punto da farmi capire che era arrivato il momento di iniziare a creare. A lui quindi devo molto, è stato una guida oltre che un essere umano eccezionale.

Alcune persone descrivono il suo lavoro come espressionismo neo-pop. È d’accordo?
Potrei anche essere d’accordo ma non sono sicuro a quale corrente artistica mi auto-iscriverei in questa fase della mia carriera, visto che la continua esplorazione creativa e la ricerca di ispirazione sono qualcosa di costante nella mia vita. Posso capire che ci siano paragoni, sicuramente, nell’uso dei colori forti, come nel fauvisme, ma ci sono anche elementi di influenza del surrealismo, dell’espressionismo, del futurismo, del cubismo, della pop art  e di graffiti e street art. Queste sono le tante influenze che ho, quindi, penso che non sia possibile, o almeno non ancora, etichettarmi.

Quale artista ha plasmato la sua carriera?
Come detto, oltre al mio insegnante Joaquin Rodriguez del Paso, gli artisti che mi hanno ispirato sono Richard Prince, Picasso, Modigliani, Matisse, Basquiat, Warhol, Condo e tanti altri. Accanto a loro, inoltre, sono influenzato da tante influenze positive: l’energia e l’amore che mi circondano continuano anche oggi plasmare la mia vita, la mia direzione e la mia carriera.

Cosa vuole trasmettere con la sua arte?
Mi piace dire che non faccio arte, materializzo emozioni. È imperativo per me permettere allo spettatore di arrivare alla visione del mondo che ho vissuto. Spero di essere in grado di trasmettere alcuni dei valori che ritengo fondamentali nella vita. Mi riferisco ai messaggi positivi sulla persona e sui problemi del mondo contemporaneo. Nella mia vita, quando ero più giovane, ho sperimentato un intero spettro di estremi e ho avuto alcune esperienze anche estremamente difficili. Ciò mi ha permesso di incontrare persone dalla grande umanità che vivono situazione complesse, come i senza tetto e coloro che vivono in estrema povertà. È stata un a grande esperienza che mi ha insegnato tanto e ho capito come ogni vita abbia il proprio viaggio e il proprio scopo; che, lungo questo viaggio, rende tutto ciò ancora più prezioso, potente ed emotivo. Questo voglio trasmettere.

Dipinge e distorce Topolino e Marilyn, icone immortali. Perché? Vede nuove icone immortali nel mondo di oggi?
L’iconografia ci circonda quotidianamente. Lo ha sempre fatto. Gli umani hanno comunicato con rappresentazioni visive di icone / simboli per migliaia e migliaia di anni e lo faranno per altre migliaia. Personalmente sono legato alle icone che uso perché mi portano un senso di comfort e un senso di nostalgia. Ricordi e simboli radicati. L’iconografia non è mai stata più rilevante di quanto è nella società di oggi.  Come artista, per me è una sfida assicurarmi di usare un simbolismo identificabile in modo che lo spettatore, indipendentemente da chi sia, provi un senso di nostalgia, un senso di riconoscimento e una abbia una connettività immediata del proprio io con ciò che vede. Con la distorsione di quei simboli invito lo spettatore a fare un esame più profondo di ciò che inizialmente ha considerato un’esperienza nostalgicamente confortante. In questo modo lo spettatore può guardare più in profondità e vedere il mondo reale come lo vedo io e, forse, identificarsi con il messaggio che cerco di esprimere. Le icone, i brand sono oggetti estetici immortali, sono nella cultura di tutti i giorni e totalmente riconoscibili, da una stella del cinema a un personaggio dei cartoni animati; dal logo di mall, a quello di un paio di calzature; dal proprio telefono cellulare alle app di social media. Tutto il simbolismo è un’iconografia. Questo è il motivo per cui li uso nella mia arte. Credo che il mio ruolo di artista sia quello di raggiungere e idealmente trovare una connessione con le persone che osservano la mia arte. Contemporaneamente, voglio però far sapere che c’è un potenziale in tutti noi e che  tutti possiamo essere icone immortali a modo nostro.

Il rapporto suo e dell’arte con i social media. Che pensiero ha in proposito?
I social media stanno ridefinendo e continueranno a ridefinire il mercato dell’arte. Di recente ho letto che nell’ultimo anno oltre l’80% di tutti gli acquirenti della Generazione Y ha cercato e acquistato opere d’arte online e tra questi quasi la metà degli acquirenti online utilizzano Instagram. I numeri – in crescita – mostrano che, quindi, il peso di coloro che accedono all’arte tramite il digitale è molto diverso rispetto a quello di coloro che accedono all’arte tramite la tradizionale galleria. Visto ciò, è ovvio che il mondo dell’arte dovrà reindirizzare il modo in cui opera e come interagisce con la propria comunità. Il nostro settore è radicalmente diverso da 10 anni fa. Da parte mia considero che i social media non sono solo fatti di millennial e voglio che la mia arte raggiunga tutti in egual misura, tutte le generazioni. L’inclusione e la diffusione a tutti è estremamente importante per me. Personalmente, credo nella funzione sociale dell’arte e che i social possono aiutare tale funzione.

Crede quindi ad un ruolo positivo dei social?
Le persone attraverso i social possono diventare completamente schiavi degli ideali sbagliati e di aspettative irraggiungibili. Penso che questo possa influenzare negativamente la loro salute per l’impossibilità di riuscire a raggiungere gli obiettivi fissati dagli influencer. Questo è il motivo per cui gli artisti e la comunità creativa devono riunirsi, proporre e trovare una soluzione tutti insieme per questo fenomeno fornendo una alternativa a questa tipologia di contenuti. Bisogna sfruttare il fatto che la community creativa ha modelli e valori molto diversi rispetto al mainstream. Il fatto che esista già uno spettro di persone che comprano e collezionano arte tramite Instagram significa anche che una percentuale di persone non formate professionalmente sta ora creando arte per se stessa. Il vecchio metodo degli artisti formati continuerà, ma crescerà anche la tendenza degli artisti auto-formati ispirati proprio dai social. Questi sono gli “artisti emergenti” di domani e se la mia arte ha qualche influenza nell’aiutare tale percorso e facilitare questo, è un risultato che mi dà un profondo senso di soddisfazione spirituale.

È giovane, quali sono i suoi obiettivi futuri?
Fino a oggi è stata una grande avventura. Mi sento incredibilmente beneficiato di avere scoperto da bambino di avere un’abilità e ora sono fortunato a poter creare arte come lavoro. Per il mio futuro, come obiettivo, voglio che la mia arte e il mio messaggio raggiungano tutti in egual misura; tutte le generazioni, non solo i millennial o la generazione Y. Voglio raggiungere persone di tutte le età e ispirare e instillare l’idea che tutti abbiano un potenziale inutilizzato.

Cultura 8 luglio, 2019 @ 11:23

Da Parigi a Tokyo, dieci mostre di arte contemporanea in giro per il mondo

di Marco Rubino

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Installation view, Virgil Abloh: “Figures of Speech”

Per chi anche durante le ferie estive non vuole rinunciare alla passione per l’arte contemporanea Forbes.it ha selezionato 10 mostre nelle principali capitali internazionali.

Venezia. Iniziamo dalla Biennale di Venezia che sarà visitabile fino 24 novembre 2019. La 58esima Esposizione Internazionale d’Arte, dal titolo May You Live In Interesting Times, è divisa in due presentazioni distinte, la Proposta all’Arsenale è quella al Padiglione Centrale ai Giardini, includendo complessivamente 79 artisti provenienti da tutto il mondo. “Molte delle opere esposte affrontano le tematiche contemporanee più
preoccupanti – spiega il curatore Ralph Rugoff – dall’accelerazione dei cambiamenti climatici alla rinascita dei programmi nazionalisti in tutto il mondo, dall’impatto pervasivo dei social media alla crescente disuguaglianza economica”. Le opere esposte nelle due sedi, mostrano aspetti diversi della pratica di ciascun artista. La due proposte artistiche sono affiancate da 90 Partecipazioni Nazionali negli storici Padiglioni ai Giardini,
all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Tra tutti segnaliamo il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, e quello della Lituania, Paese vincitrice del Leone d’oro, che porta in scena la performance Sun & Sea, una spiaggia vivente firmata dal terzetto di artiste Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite.

Seoul. Il Seoul Museum of Art (SeMA), in collaborazione con la Tate, ospita fino al 4 agosto la mostra David Hockney, uno degli artisti più influenti del mondo e considerato il maestro dell’arte contemporanea. Questa è la prima mostra su larga scala di Hockney in Asia. La mostra porta in scena 133 opere dell’artista principalmente composte da dipinti, disegni e stampe creati dai primi anni fino al 2017. La visione di tutte queste opere illumina le caratteristiche distintive che contraddistinguono i diversi periodi della sua carriera artistica. Attraversando il confine tra il figurativo e l’astratto, Hockney sperimenta costantemente con una varietà di forme e contenuti, intraprendendo cosi un suo unico viaggio estetico per esplorare ed esprimere l’essenza dell’immagine.

Tokyo. A Tokyo, fino al 31 agosto è visitabile al Museo Yayoi Kusama, fondato dalla stessa artista d’avanguardia Yayoi Kusama, uno dei due appuntamenti annuali. Inaugurato nel 2017 con lo scopo di diffondere e promuovere l’arte di Kusama, il museo espone Infinity Nets che raccoglie una serie di dipinti composta dai primi pezzi della serie Infinity Nets, nonché fotografie e documenti relativi alla produzione della stessa serie.
Visualizzandolo insieme alla sue ultime realizzazioni pittoriche, My Eternal Soul, la mostra rivela la traiettoria artistica ad ampio raggio di Kusama. Tra le creazioni visibili menzione particolare per la scultura dell’iconica zucca che ha avuto un ruolo fondamentale nel rendere Kusama l’artista donna più celebre al mondo. Quella in mostra è una scultura in acciaio inossidabile con pois multicolore che evoca un universo infinito e sconosciuto.

Sidney. Alla Art Gallery NSW di Sidney fino all’11 agosto è in scena la più approfondita mostra sulla vita di Marcel Duchamp che include circa 125 opere provenienti dalla collezione e dagli archivi Duchamp del Philadelphia Museum of Art. La mostra ospita importanti opere giovanili che non sono mai state visibili nella regione Asia-Pacifico, inclusi i dipinti degli anni formativi della pratica di Duchamp. Accanto a queste, le opere iconiche come Nude descending a staircase, che scandalizzò il pubblico americano quando fu esposto all’Armory Show di New York nel 1913 e il famigerato Fountain, l0orinatoio del 1950 (una replica dell’originale del 1917 andata perduta o persa).

Chicago. Il Museo di Arte Contemporanea di Chicago presenta fino al 22 settembre Virgil Abloh in Figures of Speech, la prima mostra museale dedicata al lavoro dell’artista, creativo, DJ e fondatore di uno dei più apprezzati brand di moda, Off-White ™. Abloh è pioniere di una pratica che attraversa i diversi media e connette artisti visivi, musicisti, grafici, stilisti e architetti. Abloh coltivò un interesse per il design e la musica in tenera età, trovando ispirazione nella cultura urbana di Chicago. Mentre seguiva un master in architettura presso l’Illinois Institute of Technology, si unì a Kanye West per lavorare su copertine di album, progetti di concerti e merchandising. Nel 2013, Abloh ha fondato il suo marchio di moda indipendente Off-White che ha sede a Milano e nel 2018 ha assunto la posizione di direttore artistico maschile di Louis Vuitton. Ambientato in uno spazio immersivo progettato da Samir Bantal la mostra offre uno sguardo approfondito sulla definizione dei punti salienti della carriera di Abloh. La mostra ospita, inoltre, un pop-up store, denominato Church & State, all’interno del quale è possibile acquistare il edizioni limitate di creazioni di Virgil Abloh alcune delle quali realizzate con artisti e designer tra cui Tomo Sachs, Futura e Simon Brown. New York. La prima mostra curata da artisti allestita al Guggenheim celebra, fino a gennaio 2020, l’ampia collezione di arte moderna e contemporanea del museo. A cura di Cai Guo-Qiang, Paul Chan, Jenny Holzer, Julie Mehretu, Richard Prince e Carrie Mae Weems l’exhibition riunisce opere famose e raramente viste create dall’inizio del secolo fino al 1980. Ogni artista è stato invitato a fare una selezione di opere che sono esposte in ciascuno dei sei livelli della celebre rotonda che contraddistingue l’architettura della sede del museo. La proposta raccoglie circa 300 dipinti, sculture, opere su carta e installazioni, alcune mai mostrate in precedenza, che si impegnano con i discorsi culturali del loro tempo, dalle aspirazioni utopistiche del primo modernismo alle esplorazioni formali dell’astrazione di metà secolo e dibattiti sociopolitici degli anni ’60 e ’70. In mostra durante il 60esimo anniversario dell’iconico edificio del Guggenheim progettato da Frank Lloyd Wright, Artistic License onora l’ethos incentrato sull’artista del museo e l’impegno per l’arte come forza per soddisfare le aspettative e ampliare le prospettive.

New York. L a prima mostra curata da artisti allestita al Guggenheim celebra, fino a gennaio 2020, l’ampia collezione di arte moderna e contemporanea del museo. A cura di Cai Guo-Qiang, Paul Chan, Jenny Holzer, Julie Mehretu, Richard Prince e Carrie Mae Weems l’exhibition riunisce opere famose e raramente viste create dall’inizio del secolo fino al 1980. Ogni artista è stato invitato a fare una selezione di opere che sono esposte in ciascuno dei sei livelli della celebre rotonda che contraddistingue l’architettura della sede del museo. La proposta raccoglie circa 300 dipinti, sculture, opere su carta e installazioni, alcune mai mostrate in precedenza, che si impegnano con i discorsi culturali del loro tempo, dalle aspirazioni utopistiche del primo modernismo alle esplorazioni formali dell’astrazione di metà secolo e dibattiti sociopolitici degli anni ’60 e ’70. In mostra durante il 60esimo anniversario dell’iconico edificio del Guggenheim progettato da Frank Lloyd Wright, Artistic License onora l’ethos incentrato sull’artista del museo e l’impegno per l’arte come forza per soddisfare le aspettative e ampliare le prospettive.

Liverpool. La Tate di Liverpool ospita fino al 10 novembre l’arte di Keith Haring, artista che mescola graffiti, pop art e la cultura underground dei club dando vita ad opere apprezzate da collezionisti e dal pubblico indistinto. Haring ha lavorato con artisti come Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat, Ha progettato copertine di dischi per RUN DMC e David Bowie, ha diretto un video musicale per Grace Jones e ha sviluppato una linea di moda con Malcolm McLaren e Vivienne Westwood. In tal modo, ha presentato la sua arte e le sue idee al maggior numero possibile di persone. Un pioniere. L’artista ha avuto anche un ruolo chiave nell’attivismo sociale affrontando nelle sue opere i temi della dittatura politica, razzismo, omofobia, tossicodipendenza, consapevolezza dell’AIDS, capitalismo e ambiente. In mostra si trovano oltre 85 opere tra cui dipinti e disegni, poster, fotografie e video che catturano la vivacità della cultura di strada di New York degli anni ’80.

Londra. Olafur Eliasson torna alla Tate Modern di Londra dal 11 luglio al 5 gennaio 2020 con una imperdibile esibizione. Alcune opere d’arte da lui realizzate introducono fenomeni naturali come arcobaleni nello spazio della galleria. Altri usano riflessi e ombre per giocare con il modo in cui percepiamo e interagiamo con il mondo. Molte opere derivano dalla ricerca dell’artista sulla geometria complessa, i modelli di movimento e il suo interesse per la teoria dei colori. Tutte le opere in mostra, tranne una, sono visibili per la prima volta nel Regno Unito. Durante il percorso
espositivo l’artista offre ai visitatori la propria opinione su temi del cambiamento climatico, dell’energia, della migrazione e dell’architettura. Il team dello Studio Olafur Eliasson creerà anche un menu speciale e un programma di eventi correlati per il Terrace Bar della Tate Modern, basato su cibo biologico, vegetariano e di provenienza locale.

Parigi. Fino al 26 agosto 2019, la Fondation Louis Vuitton presenta una versione completa della rara serie di Gilbert & George, There were two young men (aprile 1971), una scultura Charcoal on Paper in sei parti appartenenti alla collezione della Fondation. Questo lavoro, presentato per la prima volta nel 1971 alla Galleria Sperone di Torino, fa parte di una serie di 13 sculture, create tra il 1970 e il 1974, e ora disperse in tutto il mondo. Gilbert & George, nati rispettivamente nel 1943 e nel 1942, nelle Dolomiti italiane e nel Devon (Inghilterra), vivono e lavorano a Londra (Regno Unito). Poco dopo aver lasciato la Saint Martin’s School of Art, dove si sono incontrati nel 1967, Gilbert & George hanno ottenuto il riconoscimento diventando Living Sculpture e sono oggi tra i principali e i più quotati artisti contemporanei.  Grazie alle sue proporzioni monumentali, There Were Two Young Men suggerisce una relazione coinvolgente con lo spettatore. Questa scultura raffigura due protagonisti – gli artisti – in un ambiente bucolico il cui l’edonismo si tinge di malinconia. Sembrano conversare tranquillamente, appoggiandosi ad un albero, nello spirito della pittura paesaggistica britannica neo-romantica. Le intrusioni grafiche, in ogni parte della scultura, dal titolo in maiuscolo che incastona l’immagine, a un testo poetico scritto a mano in lettere maiuscole e minuscole, aggiunge un ulteriore complessità, alludendo all’universo della poesia popolare e delle filastrocche.

Amsterdam. La mostra Van Gogh & the Sunflower, aperta fino all’1 settembre, permette di scoprire quanto fosse importante il girasole per Van Gogh e invita a riflettere su come possiamo preservare al meglio questo dipinto in modo che possa essere visibile dalle generazioni future. Dipinto nel 1889, Girasoli è una delle opere più famose di Van Gogh. L’artista ha dipinto cinque versioni di questo grande mazzo di girasoli in un vaso.

Cultura 21 giugno, 2019 @ 9:00

Chi è Jeff Koons? Il ritratto dell’artista più caro della storia dell’arte

di Glenda Cinquegrana

Dirigo una galleria d’arte e mi occupo di consulenza.Leggi di più dell'autore
Dal 2006 al 2014 dirige la galleria Glenda Cinquegrana: the Studio, in cui si occupa di soprattutto di giovani artisti italiani e internazionali. Dal 2014 fa consulenza nell’ambito di progetti di arte e comunicazione con Glenda Cinquegrana Art Consulting. Nel 2016 crea la piattaforma di scouting e formazione per le arti visive, The Art Incubator. Dal 2008 in poi ha collaborato come contributor con diverse riviste online sui temi della fotografia e dell'arte contemporanea. Sul cartaceo di Forbes ha una pagina mensile dedicata all'arte. chiudi
opera colori bocca
L’opera Facildiversión-etérea (guggenheim-bilbao.eus)

E’ suo il Rabbit che ha segnato il record di opera più cara per una artista vivente. Vi raccontiamo chi è Jeff Koons. Nasce a York in Pennsylvania nel 1965, figlio di un arredatore di interni di successo: sin da bambino è il suo contesto familiare lo rende sensibile alla cultura dell’eleganza e del lusso della classe media in cerca di autenticazione sociale attraverso la ricercatezza degli oggetti dell’arredamento. La sua è una famiglia di upper middle class, in cui il gusto e l’estetica, e il talento nella vendita, sono connaturate con la genetica.

Racconta di sé stesso da bambino il desiderio di piacere, di sedurre, di interpretare i bisogni degli altri, come elementi ineliminabili del suo carattere. Studia arte al Maryland Institute College of Art A Baltimore all’Art Institute of Chicago: qui diventa assistente del pittore Ed Paschke, di cui assimila l’estetica pop piena di colori acidi, prelevata a piene mani dalle riviste di fumetti e del porno, e il gusto provocatorio sull’orlo del limite. Dopodiché Jeff capisce che New York è il posto in cui essere artisti offre opportunità maggiori e si trasferisce in città, dove conosce David Byrne dei Talking Heads, che è suo vicino di casa. Nei primi anni Ottanta New York è una fucina di sperimentazione.

coniglio installazione rosa
Balloon Rabbit (jeffkoons.com)

All’inizio è influenzato dal ready-made duchampiano. La prima serie che realizza è ricavata da fiori gonfiabili sotto forma di palloncino, attorno ai quali lui giustappone riquadri specchianti: sin dall’inizio capisce che lo specchio, con le sue possibilità di apertura allo spettatore di uno spettacolo interattivo, ha delle potenzialità enormi di gradimento da parte del pubblico Inoltre anticipa i suoi più famosi gonfiabili realizzati in alluminio specchiante. Con la galleria Mary Boone realizza i primi aspirapolvere, messi sotto cassa di plexiglass: con queste opere lavora alla trasformazione di un oggetto di consumo della classe media americana in opera d’arte.

Siccome finanziare questi lavori era molto oneroso dato il costo di produzione relativamente elevato degli apparecchi, decide di lavorare in borsa come agente a Wall Street. Successivamente lavorerà nel MoMa, dove si occupa della ricerca dei donors per il museo. L’oggetto di interesse delle sue mostre successive diventeranno i ninnoli delle case piccolo borghesi, ingigantiti fino a diventare sculture enormi. La critica americana più militante attacca il carattere volutamente seduttivo delle opere, che sembrano essere fatte per piacere al pubblico.

Il passaggio obbligato è quello alla produzione delle immagini delle celebrities – chi non ricorda il Michael Jackson in ceramica ricoperta di finiture d’oro accompagnato da una scimmia? Fra queste, anticipando l’era dei selfie, inserisce sé stesso, sotto e spoglie di un attore di una sorta di film metaforico che è il ciclo Made In Heaven, nel quale coinvolge la neo moglie Cicciolina: in questo ciclo oltre alle sculture in cui i due sono visti coinvolti in amplessi sensuali, reinterpreta il soggetto dal punto di vista pittorico, creando opere ispirate ai manifesti delle pubblicità. Con questa partecipa alla Biennale di Venezia del 1990, ed è subito scandalo. La successiva separazione dalla pornostar, con la battaglia legale per l’affidamento del figlio, lo terrà sulle prime pagine dei giornali per lungo tempo.

cane installazione rosa
Balloon Dog (jeffkoons.com)

Koons cavalca lo scandalo, realizzando opere ispirate al tema dell’infanzia. Gli anni Novanta per lui rappresentano anni difficili, in cui si dedica alle prime opere monumentali che lo porteranno al vero successo  nel mercato dell’arte: si tratta di sculture gigantesche in alluminio specchiato, capaci di ricreare la leggerezza del palloncino con un materiale pesante come l’alluminio, tratte dalla serie Celebration, ispirata a ricorrenze importanti. Si tratta di opere che richiedono costi di produzione elevatissimi per l’accuratezza del lavoro manuale, messo in atto da laboratori molto sofisticati e costosi, dai quali Koons attende oggetti che sfiorano la perfezione.

Koons è il primo a capire che i collezionisti più importanti per avere percezione del valore esigono un prodotto sofisticato, semplice nei contenuti, ma raffinatissimo e lussuoso. La produzione di queste opere è ridotta a pochissimi esemplari l’anno, destinati alla cerchia esclusiva di eletti facoltosissimi e collezionisti. Dove i rischi legati agli anticipi dei costi di produzione sono molto elevati. Al tempo stesso, Koons, che pure spesso è attaccato dalla critica per il carattere esplicitamente seduttivo delle sue opere, entra nei musei ‘chiave’: per l’apertura del Guggenheim di Bilbao nel 1997, l’ultima per la museale di Frank O’ Gehry che cambia l’economia di un’intera città, realizza un gigantesco cagnolino di fiori, Puppy, che, collocato sull’apertura del museo in scala gigante, è uno dei simboli del museo.

Da Bilbao alla collezione Pinault, alla quella Vuitton a Parigi, fino all’apertura della nuova torre di Fondazione Prada a Milano, che dallo scorso anno espone un mazzo di fiori sotto forma di gigante scultura in alluminio. Le tappe sono quelle giuste. A quel punto le opere cominciano a segnare quotazioni anche sul mercato delle aste. Le sculture giganti sotto forma di palloncino segnano i suoi successi maggiori: nel 2007 l’Hanging Heart tratto dalla serie Celebration, viene presentato da Sotheby’s con una stima di 15-20 milioni di dollari, e segna il prezzo record di 23,6 milioni, acquisito da Larry Gagosian. Il secondo prezzo importante è raggiunto dal Balloon Dog, venduto in asta nel 2013 per 68 milioni di dollari, che segna il record per un artista vivente, battendo anche il pittore vivente di maggio successo, che in quell’anno è Gerhard Richter.

tulipani colori
Tulips (jeffkoons.com)

L’anno seguente parte la sua retrospettiva più importante che fa un tour mondiale che parte dal Whitney Museum of American Art nel
2014), e che passando per il Centre Pompidou di Parigi, arriva l’anno dopo al Guggenheim Bilbao. La costosità e la complessità di queste opere porteranno Jeff e il suo gallerista Larry Gagosian alla ribalta delle cronache nel 2018 quando alcuni collezionisti importanti, faranno causa alla galleria per aver versato degli anticipi milionari per alcune sculture che non erano state più consegnate: il primo è Steven Tanabaum, donor del MoMA, e il secondo è il produttore di The Matrix Joel Silver. Gagosian rigetterà le accuse dicendo che ‘un perfezionista come Koons non può essere messo sotto pressione’, e dicendo che le sue sculture a volte impiegano anni per essere realizzate. Gli scandali non lo fermano, anzi aumentano la richiesta attorno alle sue opere: quando ad inizio del 2019 dichiara di volersi ritirare dalle scene e di chiudere il suo studio fabbrica, il suo Rabbit, totalizza il record di 91 milioni dollari in asta da Christie’s, diventano l’opera più costosa della storia del mercato dell’arte.

Cultura 14 giugno, 2019 @ 10:22

Oli Epp, l’artista che racconta le nuove generazioni attraverso Instagram

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
Partner di Community - Strategic Communication Adviser. Dal 2003 gestisce la comunicazione di alcune delle più importanti società italiane e internazionali. Le sue passioni: il mare, la vela, i viaggi, l’arte contemporanea – in particolare la street art – e la cucina. chiudi
artista colori
L’artista Oli Epp

Oli Epp, classe 1994, è, malgrado la sua giovane età, uno tra gli artisti che più stanno riscuotendo l’interesse crescente di gallerie e collezionisti. Diplomato alla City & Guilds of London Art School, già da studente è arrivato ad avere l’attenzione del mondo dell’arte contemporanea grazie allo studio scrupoloso e alla ricerca su materiali e soggetti. Le sue opere sono entrate in prestigiose collezioni private e pubbliche come quella del Victoria&Albert Museum Print Collection di Londra e della Ruth Borchard Next Generation Collection; ha all’attivo oltre quindici mostre nelle grandi capitali dell’arte tra cui Los Angeles, Miami, Berlino, Londra e Parigi.

La sua arte, fatta di un mix di pop art, denuncia dell’estremo consumismo e humor rigorosamente british, l’ha portato sotto i riflettori dei critici che hanno definito la sua arte post-pop digitale. Accanto alle doti artistiche e alla passione per la ricerca, Oli Epp dimostra di avere una chiara visione di lungo periodo, ingrediente indispensabile per continuare a crescere nel mondo dell’arte contemporanea.

opera colori tela
‘Germaphobe’, 2019, oil and acrylic on canvas

Olivier a concesso a noi di forbes.it la possibilità di conoscere da vicino l’artista.

Come ha iniziato a fare arte?
Da piccolo guardavo sempre Art Attack in TV. Ho sempre disegnato. Una cosa divertente è che rovistando tra le mie vecchie cose a casa di mia madre ho notato come i miei dipinti di adesso siano spaventosamente simili ai miei disegni d’infanzia. Ho sempre disegnato figure con teste particolarmente grandi.

Chi sono gli artisti che hanno influenzato la sua arte?
Ho centinaia di influenze. Sono sempre alla ricerca di arte e di critica. I nomi più importanti per me alla scuola d’arte sono stati Hogarth, Ellsworth Kelly, Patrick Caulfield e Philip Guston.

Cosa vuole raccontare con la sua arte?
Negli ultimi due anni mi sono focalizzato a crescere come pittore e nello sviluppo di temi e narrazioni. Poiché mi concentro sulla superficie e sui materiali della pittura, ho anche usato la superficie come idea. La scelta della superficie è diventata una metafora che uso per articolare le tragedie non raccontate del nostro tempo, specialmente quelle che derivano da una cultura materialistica e incentrata sull’immagine. Gran parte del mio recente lavoro cerca di esplorare chi siamo in relazione alla tecnologia e a cosa siamo spinti dal consumismo. Non voglio mai che il mio lavoro sia moralizzatore, ma osservo. Io penso che è per questo che il mio lavoro sia contemplativo e umoristico allo stesso tempo.

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Oli Epp – ‘Big Croc’, 2019

La galleria Semiose, la Richard Heller Gallery e Carl Kostyál l’hanno scoperta su Instagram. Quanto è importante il social media per la sua carriera? Per un artista oggi è più facile, attraverso i social, iniziare una carriera artistica?
Sono il più grande sostenitore degli artisti che promuovono il proprio lavoro e hanno una vasto raggio d’azione. Gran parte degli articoli che sono stati scritti su di me si sono basati sul mio lavoro, ma anche sulla mia storia. “Un artista millennial che lavora sulla nuova generazione e che si fa conoscere dalle gallerie attraverso Instagram”. Sono molto grato che, da quando mi sono laureato, la risposta al mio lavoro sia stata travolgente. Credo che oggi gli artisti possano decidere il proprio destino.

Oggi molti artisti collaborano con marchi di moda. È interessato a farlo?
Sono stato contattato dai brand più importanti e da grandi organizzazioni. Ad oggi, non ho accettato alcuna collaborazione, non è qualcosa che mi interessa fare adesso. Nel mio lavoro sono presenti brand e loghi come osservazione neutrale dei tempi in cui viviamo – un mondo ingombrato di pubblicità e product placement. Ho paura che eventuali sponsorizzazioni possano minacciare il ruolo sociale del mio lavoro. Voglio gettare le fondamenta di me come un giovane pittore, serio e laborioso prima di dedicarmi al design o a progetti esterni.

Chi sono i suoi collezionisti? Sono millennial?
È un segreto.

Vende la sua arte attraverso gallerie d’arte e non direttamente attraverso lo shopping online. Perché? I galleristi dell’arte rimangono importanti anche nell’era digitale?
Voglio essere culturalmente ricco e contribuire seriamente al panorama artistico internazionale. Penso che, per questo il digitale sia necessario, tuttavia non penso che il tempo delle gallerie sia finito. È un sistema complesso ma può fornire maggiore sicurezza che è meno assicurata dal mercato online.

mano volto quadro
Carpe Diem, 2017

In quale direzione sta sviluppando il suo lavoro?
Sto lavorando sodo per legare i miei materiali alle idee che sto sviluppando: una parte importante è stata capire come raggiungere la luminosità reale nella pittura, dato che spesso faccio riferimento allo schermo nelle mie immagini. Cerco anche di trovare un equilibrio tra complessità nella narrativa e semplicità nella forma, quindi è una sfida eccitante per le mie composizioni. Presenterò il lavoro che sta andando in questa direzione alla Duve Gallery di Berlino in uno spettacolo a due con la scultrice Roxanne Jackson. Lo spettacolo si chiamerà Karma e guarderà alla spiritualità umana che incontra l’umorismo tragico.

È il nuovo Roy Lichtenstein?
Quella era una domanda spensierata posta da David Pagel ai tempi di Los Angeles e riguardava al mio spettacolo alla galleria di Richard Heller. Non penso che stia a me rispondere.

Ha anche fondato e gestito una residenza d’arte con sede a Londra. Può dirci di più a riguardo?
Si chiama Plop ed è qualcosa che ho creato con Andrea Emelife. Offriamo cinque appartamenti nel cuore di Londra ogni mese a artisti internazionali. È una grande opportunità per far crescere una rete a supporto e offriamo anche tutorial con professionisti del settore. Mi sento molto grato per come mi sono andate le cose e per me significa molto sviluppare questo progetto per altri artisti. Ci ho investito molto tempo e amore e sono davvero contento che stia andando sempre più forte. C’è una possibilità di essere ammessi ogni stagione. Chi è interessato può trovare le informazioni sul sito della residenza.

Cultura 28 maggio, 2019 @ 12:01

L’Intelligenza Artificiale arriva anche alla Biennale di Venezia

di Glenda Cinquegrana

Dirigo una galleria d’arte e mi occupo di consulenza.Leggi di più dell'autore
Dal 2006 al 2014 dirige la galleria Glenda Cinquegrana: the Studio, in cui si occupa di soprattutto di giovani artisti italiani e internazionali. Dal 2014 fa consulenza nell’ambito di progetti di arte e comunicazione con Glenda Cinquegrana Art Consulting. Nel 2016 crea la piattaforma di scouting e formazione per le arti visive, The Art Incubator. Dal 2008 in poi ha collaborato come contributor con diverse riviste online sui temi della fotografia e dell'arte contemporanea. Sul cartaceo di Forbes ha una pagina mensile dedicata all'arte. chiudi
installazione verde luci
AVZ_arsenale-34_HITO STEYERL Andrea Avezzù

Che cosa si intende per Intelligenza Artificiale oggi? Sotto il termine AI si vogliono racchiudere quegli algoritmi che oggi sono capaci di processare un alto numero di dati e informazioni, alla luce dei quali riescono a fornire interpretazioni a fenomeni di diverso genere. Questi sono perfino capaci di generare opere d’arte.

E’ del novembre dello scorso anno la notizia che una pittura digitale realizzata da un algoritmo processando informazioni visive è stata venduta a un’asta da Christie’s per la cifra record di 432.000 dollari.
L’arte e gli artisti si sa, guardano avanti sul proprio tempo: da diversi anni ci sono alcuni artisti che stanno lavorando su questo argomento come oggetto-soggetto delle proprie ricerche. E’ il caso di Hito Steyerl classe 1966. La Steyerl, premiata recentemente con il prestigioso premio tedesco Käthe Kollwitz prize, è la prima donna essere nominata artista più influente nella classifica Power 100 redatta dall’Art Review nel 2017. Il suo lavoro, che lo scorso anno è stato esposto alla Serpentine Gallery di Londra sotto la guida di Hans Ulrich Obrist, con una mostra dedicata all’Intelligenza Artificiale.

Con Hito Steyerl l’Intelligenza Artificiale quest’anno approda alla Biennale di Venezia, nell’ambito della mostra May you live in interesting times curata da Ralph Rugoff. Il suo è un doppio lavoro di video installazione certamente destinato a lasciare il segno nel pubblico. La Steyerl usa in modo critico e ironico l’intelligenza artificiale: i suoi AI computer costruiscono opere che hanno un finto carattere didattico, e le cui voci del computer parlanti ci raccontano storie che lungi dall’essere vere, risultano essere fallaci e inutili.

installazione foto
AVZ_arsenale-34_HITO STEYER

Pieni di sense of humor e visivamente interessanti, le sue opere offrono ai visitatori esperienze ricche, e cariche di riflessioni sulla stessa validità del mezzo AI. Le notizie diffuse dai suoi computer parlanti aprono le sue opere a molteplici letture, di cui non ultime alcune relative al virtuale quale sede di diffusione di false informazioni ed errate credenze. Della Styerl la mostra May you live in interesting times a cura di Ralf Rugoff propone due opere differenti. Nel Padiglione dei Giardini, il lavoro intitolato Leonardo Submarine 2019 è ispirato ad un progetto di Leonardo da Vinci del 1515 pensato per difendere la città sull’acqua dagli attacchi nemici. Questa installazione vede l’AI discutere con il pubblico di pace, di guerra, di tecnologia e di potere. Gli schermi permettono ai visitatori di fare un viaggio su l’imbarcazione, mostrando in immagini corsi d’acqua, palazzi, e i cieli aperti di Venezia.

L’installazione parlante fa riferimento al fatto che Finmeccanica, principale azienda italiana produttrice di armi, avrebbe cambiato la sua ragione sociale in Leonardo s.p.a, in onore dell’artista fiorentino, quale metafora del tema della guerra. La mistione fra realtà e finzione è tale da confondere lo spettatore, in un procedimento ironico che mette in dubbio la veridicità delle informazioni prodotte dal computer continuamente. Ancora più elaborata e complessa è il l’opera collocata da Rugoff nell’Arsenale: l’installazione ‘This is the future’ è un ambiente in cui il visitatore entra percorrendo passerelle articolate e popolate di schermi digitali sui quali alcuni fiori che si muovono in processo di sviluppo continuo. Il percorso poi immette il pubblico in uno spazio simile a quello di un teatro, dove un’Intelligenza Artificiale, sotto forma di computer generatore di immagini e voce, parla del presente e del futuro della nostra civiltà, fra ironia e serietà, fra profezia e gioco. In un percorso ad ostacoli, in cui tutto quelle che viene detto può essere
messo costantemente in dubbio dallo spettatore.

Cultura 15 maggio, 2019 @ 9:47

Liu Bolin, l’invisibile performer cinese porta a Milano le sue fotografie

di Marco Rubino

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Partner di Community - Strategic Communication Adviser. Dal 2003 gestisce la comunicazione di alcune delle più importanti società italiane e internazionali. Le sue passioni: il mare, la vela, i viaggi, l’arte contemporanea – in particolare la street art – e la cucina. chiudi
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Un’opera di Liu Bolin

In scena al Mudec dal 15 maggio al 15 settembre quella che sarà ricordata come una delle principale mostre d’arte dell’anno nel nostro Paese.

Con le sue fotografie, che immortalano l’atto finale delle sue performance, Liu Bolin, artista cinese di fama internazionale, è diventato oggetto del desiderio di molti collezionisti e autore di infinite mostre in tutto il mondo. L’elemento che lo contraddistingue sono i suoi ritratti mimetici in cui, grazie a un accurato body painting, il suo corpo risulta così integrato con l’ambiente circostante da fondersi con esso.

Luoghi emblematici, problematiche sociali e ambientali, identità culturali, bandiere: Liu Bolin fa sua la poetica del nascondersi per diventare cosa tra le cose, per denunciare che tutti i luoghi, tutti gli oggetti – anche i più piccoli – hanno un’anima che li caratterizza.

Le fotografie di Liu Bolin hanno diversi livelli di lettura, che vanno ben oltre l’immediatezza espressiva. Dietro lo scatto fotografico ci sono lo studio, l’installazione, la pittura, la performance dell’artista: un processo di realizzazione che dura anche giorni, a dimostrazione di come un’immagine fotografica artistica non sia mai frutto del caso, ma la sintesi di un processo creativo spesso complesso che rivela la coscienza critica dell’artista, la sua intima conoscenza della realtà in tutta la sua complessità e la sensibilità per le principali tematiche sociali.

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Un’opera di Liu Bolin

Attraverso le sue opere Liu Bolin cerca di sviscerare le contraddizioni dell’uomo contemporaneo e di indagare nel profondo il rapporto tra la civiltà moderna e l’uomo stesso.

“Dal 2005 al 2007 sono stato principalmente in Cina – racconta l’artista – e il tema centrale delle mie opere è stato lo sviluppo economico cinese”. Poi iniziando a viaggiare “Ho scoperto che in ogni posto ci sono dei problemi e attraverso la mia arte voglio rappresentarli”.

La mostra Visible Invisible raccoglie circa cinquanta opere dell’artista, tra cui un inedito della Pietà Rondanini scattato al Castello Sforzesco di Milano e la fotografia della Sala di Caravaggio – mai esposta prima – realizzata nel 2019 alla Galleria Borghese di Roma, oltre all’immagine scattata al MUDEC tra i reperti della collezione permanente del museo.

Le opere sono state organizzate dalla curatrice – Beatrice Benedetti, direttore artistico della galleria Boxart di Verona – in sezioni in base alle tematiche affrontate o alla location.

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Un’opera di Liu Bolin

Gli scatti che raccontano la ribellione dell’artista nei confronti delle autorità, che nel 2005 le autorità cinesi demoliscono lo studio di Bolin, nel Suojia Arts Camp: da questo episodio nasce la serie Hiding in the city. Poi troviamo Hiding in the rest of the world che raccoglie, invece, foto scattate nelle grandi metropoli, da New York a Pechino. Il percorso continua con la serie Hiding in Italy: un costante confronto tra le culture d’Oriente e Occidente – le cui culle sono collocate rispettivamente dall’artista in Cina e in Italia.

Appartengono a questa sezioni gli scatti realizzati a Roma (Colosseo, Galleria Borghese e Piazza di Spagna) e a Milano al Duomo, al (Castello Sforzesco e al Teatro alla Scala). In mostra anche gli scatti del ciclo Shelves: la critica al consumismo di Liu Bolin lo porta a scomparire tra gli scaffali dei supermercati, in mezzo a scatolette di cibo.

Tra le fotografie più celebri esposte, anche il ciclo Migrants in cui Bolin coinvolge alcuni rifugiati ospiti di centri d’accoglienza in Sicilia. In questo caso, l’identificazione con lo sfondo lascia il posto alla spersonalizzazione dell’io e di un popolo, che non ha più volto se non quello della disperazione umana e della denuncia sociale.

“Dal 2013 in poi – racconta Bolin- ho iniziato una nuova fase del mio percorso realizzando delle opere in cui ho invitato a partecipare altre persone, così nel settembre del 2015 ho deciso di andare Catania per raccontare il tema dei migranti”.

Chiudono la mostra l’abito dipinto usato per la realizzazione dello scatto nei depositi del Mudec e i video che raccontano il dietro le quinte.

Cultura 14 maggio, 2019 @ 3:08

Lorenzo Quinn ci spiega com’è nato il simbolo della Biennale

di Marco Rubino

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Building Bridges. PH. Halcyon Art International

Da qualche giorno Venezia ha un nuovo ponte/scultura che seppur giovane e temporaneo ha già riscosso il supporto della gente comune, dei grandi media internazionali e creato un positivo  buzz sui social media. L’artista scultore che lo ha realizzato è Lorenzo Quinn, figlio dell’indimenticabile attore premio Oscar Anthony Quinn. Lorenzo non è nuovo a opere maestose contenenti forti messaggi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in grado di arrivare a tutti grazie loro immediatezza.

Già due anni fa in concomitanza con la Biennale d’Arte di Venezia 2017 aveva realizzato Support, due grosse mani che sostenevano Ca’Sagredo sul Canal Grande per sensibilizzare l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici. Adesso con Building Bridges – il nome di questa scultura –  l’artista vuole celebrare i sei valori universali dell’uomo: l’amore, l’amicizia, la saggezza, l’aiuto, la fede e la speranza con sei coppie di mani che compongono un ponte e che complessivamente raccontano come con la cooperazione tra le persone sia possibile ottenere dei grandi traguardi per la collettività.

L’amore viene rappresentato con due mani le cui dita si stringono l’una alle altre, l’amicizia con due mani che si sfiorano, la saggezza con una mano anziana che stringe una più giovane, l’aiuto con due mani che si uniscono; la fede con una mano adulta che stringe quella di un bambino; la speranza con due mani con dita che si intrecciano. L’opera, collocata all’Arsenale di Venezia e che ha dimensioni colossali, 15 metri per 25, nel giro di qualche giorno è diventata, pur essendo esterna al circuito ufficiale, l’opera simbolo della Biennale d’Arte.

Un vero imperdibile must see.

mani venezia edificio
L’opera “Support” di Lorenzo Quinn

Lorenzo Quinn, nato e cresciuto a Roma è un artista di fama internazionale con all’attivo diverse mostre personali – tra cui quelle alla Halcyon che vanta tre sedi a Londra e una a Shanghai – e tante sculture pubbliche ospitate in alcune delle grandi capitali del mondo tra cui Londra, Mumbai, Shanghai, Barcellona, Hog Kong, Birmigham e Doha.

Noi di Forbes.it abbiamo incontrato Lorenzo Quinn per rivolgergli qualche domanda riguardante la sua nuova scultura.

Come nascono le sue opere?

Prima individuo un tema – che può essere personale oppure di interesse generale –  e cosa voglio trasmettere perché per me è importante che l’arte sia un dialogo con lo spettatore, poi scelgo il titolo e alcuni aggettivi in grado di descrivere l’idea e solo dopo realizzo il primo bozzetto.

Nella sua arte è quindi centrale il bisogno di trasmettere un messaggio, corretto?

Assolutamente si. Credo nella quarta dimensione dell’arte: il messaggio. L’arte è un linguaggio universale e per questo ho preso l’impegno di realizzare opere in grado di essere capite da chiunque. Non voglio assolutamente dire che basta realizzare un’opera per migliorare temi di importanza generale ma credo che l’arte possa servire a migliorare la condizione del mondo.

Come si arriva a Building Bridges?

Sono un artista ma anche un padre e quindi mi interrogo sul mondo che lasceremo ai nostri figli. La prima opera che ho realizzato a Venezia si chiamava “Questo non è un gioco” e raffigurava due mani che bloccano un carro armato. In quel caso volevo sensibilizzare l’opinione pubblica sulla guerra visto che si viveva una epoca di conflitti. Nel 2017 con Support, invece, ho voluto affrontare il tema del cambiamento climatico. Adesso con Building Bridges voglio parlare di umanità e di collaborazione tra le persone come elemento imprescindibile per migliorare il mondo. Penso sia importante farlo perché il concetto di umanità collettiva si sta perdendo. La mia opera è un invito a compiere un’azione.

mani installazione
This is Not a Game, 2011 Venice Biennale. Lorenzo Quinn

Realizzare un’opera di tali dimensione è cosa complessa, ci racconta le principali fasi?

Ho pensato quest’opera circa 18 mesi fa e dopo i primi rendering l’ho presentata all’Amministrazione comunale, che ringrazio per il supporto che mi ha sempre dato in questi anni. Una volta ottenuto il loro gradimento abbiamo iniziato a lavorare grazie al sostegno economico di Halcyon Gallery di Londra. Cinque mesi fa, quando non avevo ancora l’ok definitivo all’installazione e non sapevo dove sarebbe stata collocata, ho iniziato ugualmente a produrla perché altrimenti non saremmo arrivati in tempo. Qualche settimana fa, con tutte le autorizzazioni in regola, l’abbiamo installata dopo aver fatto alcune modifiche tecniche. E’ stato un grande lavoro di team visto che al progetto hanno lavorato circa 350 persone con diverse professionalità. Sono molto contento della collocazione visto che dall’Arsenale nella storia di Venezia sono partite tante navi che hanno contribuito a creare scambi culturali.

Pensa che Venezia sia ancora una città che recita un ruolo importante nell’arte contemporanea?

Assolutamente si. La Biennale è quella più importante al mondo e Venezia resta sempre un grande palcoscenico. Io sono molto legato a questa città visto che mia mamma era veneziana e mia moglie è nata qui. Per me è la mia seconda città.

Che ne sarà di Building Bridges dopo il periodo della Biennale d’Arte?

Vorrei che questa mia scultura continuasse ad avere una vita. Ho due sogni ma preferisco tenerli per me al momento.

Ha già maturato qualche idea per la Biennale 2021? 

Si, dico soltanto che l’opera non raffigurerà le mani. Voglio fare qualcosa di diverso.

Nella sua arte è importante il messaggio, questo ricorda molto la street art, che idea ha dell’arte di strada?

Mi piace molto la street art e la seguo. Credo sia una forma d’arte necessaria visto che non tutti gli artisti hanno la possibilità di avere l’appoggio per arrivare nelle gallerie. Ci sono opere terribilmente belle in grado di lanciare messaggi molto forti e diretti.

 

Life 30 aprile, 2019 @ 8:00

Medico e collezionista d’arte: Mauro De Iorio si racconta a Forbes

di Glenda Cinquegrana

Dirigo una galleria d’arte e mi occupo di consulenza.Leggi di più dell'autore
Dal 2006 al 2014 dirige la galleria Glenda Cinquegrana: the Studio, in cui si occupa di soprattutto di giovani artisti italiani e internazionali. Dal 2014 fa consulenza nell’ambito di progetti di arte e comunicazione con Glenda Cinquegrana Art Consulting. Nel 2016 crea la piattaforma di scouting e formazione per le arti visive, The Art Incubator. Dal 2008 in poi ha collaborato come contributor con diverse riviste online sui temi della fotografia e dell'arte contemporanea. Sul cartaceo di Forbes ha una pagina mensile dedicata all'arte. chiudi
de iorio
Ritratto di Mauro De Iorio presso la sua abitazione. Courtesy Collezione Mauro De Iorio. Fotografia di Pietro Cocco.

“Mio padre era un collezionista di arte antica, invece io ho scelto il contemporaneo. Nella prima parte della mia vita mi sono dedicato alla professione medica, nella seconda al collezionismo, rivolgendo molto tempo a questo hobby che per me è diventato sempre più importante”. Comincia così la sua storia di collezionista Mauro De Iorio, medico radiologo, titolare di una società proprietaria di centri diagnostici a Trento, Rovereto e Verona. Colleziona in principio molta arte italiana, da Ettore Spalletti, ad Alessandro Pessoli, Giulio Paolini, accanto ai quali anche alcuni artisti trentini come Stefano Cagol.

Oggi la collezione è orientata molto verso artisti internazionali di cui molti sono nomi di scoperta, come la cinese Firenze Lai, Louis Fratino, Josh Kline o Petrit Halilaj, che si affiancano a nomi classici del contemporaneo del calibro di Tony Cragg e Daniel Buren. La raccolta si è arricchita fino a toccare le cinquecento opere, con un ritmo continuo di accrescimento della collezione: “Acquisto circa 15-20 opere all’anno, frequentando le fiere italiane e internazionali. Oggi prediligo le fiere di piccola scala, che ti permettono di guardare le cose con grande attenzione. Ma non trascuro le grandi rassegne straniere, come Art Basel e FIAC a Parigi”, dichiara.

Qual è il filo conduttore alla base della sua collezione? “Il comune denominatore è il mio gusto poliedrico, e la capacità della collezione di rispecchiare archetipi che sono parte del mio carattere. Non c’è una coerenza: cerco semplicemente di dare spazio alle voci che sono dentro di me”, risponde sorridendo.

Le opere della collezione De Iorio oggi sono alloggiate negli spazi del suo studio diagnostico di Trento, “a diretto contatto con il pubblico e con i pazienti. L’apertura della collezione è nata dall’esigenza di poter fruire e al tempo stesso aprire gli altri alla fruizione di opere che per lungo tempo sono rimaste nei magazzini o che erano semplicemente date in prestito agli eccellenti musei locali, come il MART di Rovereto e il Museion di Bolzano. Oggi amo molto questa soluzione espositiva mista: mi piace molto poter lavorare restando quotidianamente a contatto con la collezione, che è diventata una vera e propria appendice della mia attività professionale. Le opere sono fonte di stimoli creativi per me, i miei collaboratori, e strumento di conoscenza reciproca con i pazienti“.

Che cosa le ha portato in dono questa passione collezionistica, chiediamo a De Iorio. Risponde sorridendo che “la collezione di arte contemporanea è uno strumento fondamentale di creazione di rapporti. Mi riferisco a quelli che ho instaurato con le persone del mondo dell’arte, che da sempre sono per me fonte di grande arricchimento umano, artistico e personale”. De Iorio si riferisce ai galleristi, curatori e artisti, con i quali ha in programma di lavorare sempre di più. Il futuro lo vedrà sempre più impegnato sul fronte dell’esposizione e della produzione della giovane arte, che intende sempre più promuovere. “Con l’apertura di uno spazio espositivo”, sorride misterioso.