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SpaceEconomy 4 Gennaio, 2021 @ 2:17

Da Elon alla scoperta dello spazio con i suoi nanosatelliti. La nuova missione di Marco Villa

di Emilio Cozzi

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marco villa ceo di Tyvak International
Marco Villa ceo di Tyvak International

Articolo tratto dal numero di dicembre 2020 di Forbes Italia. Abbonati.

“Nel 2006 ero un cliente di Elon Musk. Rappresentavo la Us Air Force e un nostro piccolo esperimento era sul secondo lancio di Falcon 1. Visti i continui ritardi, trascorsi parecchio tempo a Omelek, l’isola dell’atollo Kwajalein da cui SpaceX effettuava i suoi primi lanci. Quindi ci fu occasione di conoscerci a fondo. Quando fu il momento di andarmene, bloccarono la barca, una sorta di  ‘o vieni a lavorare per noi o conviene tu sappia nuotare’. Non ebbi scelta”.

Marco Villa racconta così l’inizio del suo rapporto con Elon Musk, che dal mancato tuffo nelle acque di Omelek lo portò a diventare il direttore delle operazioni di missione di SpaceX fino al 2013. “Decisi di rimanere, perché volevo sentirmi parte della storia ed è indubbio che i loro risultati la stiano scrivendo”.

Lasciata SpaceX e fondata nel 2015, a Torino, la sua Tyvak International, oggi Marco Villa si appresta a un’altra missione storica, Hera. Con un importante contributo italiano, Hera sarà la prima missione dell’Esa dedicata alla difesa planetaria. E nell’ambito del contratto assegnato alla tedesca Ohb per circa 130 milioni di dollari, Tyvak International sarà il prime contractor della missione Milani. Intitolata ad Andrea Milani, matematico e astronomo italiano scomparso nel 2018, la missione prevede il lancio di un nanosatellite che visiterà il sistema binario di asteroidi Didymos e contribuirà all’indagine dettagliata post-impatto della sonda Nasa, Dart, per trasformare l’esperimento in una tecnica di deviazione degli asteroidi ben compresa e ripetibile. Il contributo della missione Milani sarà fondamentale per dimostrare come questo tipo di tecnologie potrà essere sfruttato anche a supporto di spedizioni umane, dei grandi sistemi per l’esplorazione o in sostituzione di attività extra-veicolari, con conseguente riduzione di rischi e costi.

Villa, partiamo dall’ufficializzazione di Tyvak International come prime contractor della missione Milani.
Non nascondo che questo accordo è di quelli che possono cambiare parecchie cose, sia dal punto di vista della complessità della missione, sia per visibilità. Tyvak International sarà responsabile per la progettazione, lo sviluppo, la realizzazione, il servizio di lancio e le operazioni in orbita del nanosatellite, che si avvicinerà alla superficie di Dydymos per monitorarne gli eventuali cambiamenti, o comunque per rilevare le conseguenze dell’impatto con Dart.

Tyvak International è specializzata in satelliti di piccole dimensioni; la miniaturizzazione è uno dei trend più proficui del settore spaziale?
È stata la svolta più significativa del settore negli ultimi trent’anni, un approccio che ha già lasciato il segno e che continuerà a lasciarlo. Che cosa significa in termini economici? Che oggi la miniaturizzazione delle tecnologie è un buon investimento, uno dei migliori che si possano fare nel mondo spaziale.

Il tema della miniaturizzazione evoca la dibattuta democratization of space: quale impatto avrà?
Non è un processo futuribile, ma già in corso e di cui sono stato parte dai tempi del mio lavoro in SpaceX. Il suo impatto dipenderà dal tipo di applicazioni che lo spazio porterà con sé e non trovo paragone migliore di quello con Apple: quando l’iPhone è stato introdotto sul mercato, nessuno sapeva esattamente cosa sarebbe stato possibile farne. Le potenzialità erano però evidenti e infatti molti sono riusciti a costruirci attorno business paralleli e complementari. Nello spazio siamo a un terzo di un processo identico, il resto però è da scrivere. È necessario un approccio ‘frammentato’, come dimostra anche la missione Milani, che sfrutta asset semplici, dinamici e molto meno costosi di quelli di un approccio ‘tradizionale’.

Visto che la missione è dedicata a un grande italiano e lei è un ‘cervello rientrato dall’estero’ la domanda è ovvia: l’Italia è ancora centrale nel settore?
L’Italia dello spazio ha sempre goduto di un grande rispetto a livello internazionale. Sebbene la sua importanza si sia ridimensionata negli ultimi anni, il Paese ha tutti i presupposti per diventare una delle più grandi potenze al mondo anche nelle applicazioni, nello sviluppo e nella exploitation dei piccoli satelliti. Ritengo stia già puntando con decisione verso una futura leadership. Non posso che augurarmi la ottenga.

Che cosa le è rimasto dell’esperienza come direttore delle operazioni di SpaceX e perché, da Elon Musk, è passato a un’azienda sua?
Con SpaceX ho imparato tutto quello che so: in particolare ho conosciuto una mentalità diversa da quella italiana e basata su due convinzioni: la prima è che non esistono limiti, non ci sono problemi. Ci sono soluzioni e il nostro lavoro consiste nel trovarle. La seconda è che qualora questa ricerca fallisca, di nuovo non è un problema. L’importante è imparare il più in fretta possibile, rimboccarsi le maniche e provarci ancora. È un approccio che considera il fallimento un badge of honor, un rito di passaggio, non un disastro. Circa il resto, dopo sette anni con Elon Musk ho deciso di cambiare anzitutto perché nel frattempo mi ero costruito una famiglia, cosa poco compatibile con i ritmi di lavoro a SpaceX. Poi perché, fatto non meno importante, sentivo il bisogno di una nuova sfida: dal punto di vista tecnico, avevo raggiunto tutti gli obbiettivi della mia carriera. La gestione manageriale rimaneva invece una vetta da conquistare. E una vetta importante per me, perché seguire la via indicata da qualcun altro è molto più semplice della vita, solitaria, di chi si assume la responsabilità di immaginare il da farsi e di coinvolgere gli altri in una visione. La consideravo l’ultima sfida e vista la mia fascinazione per le imprese difficili, mi ci sono dedicato, prima negli Stati Uniti, poi in Italia.

Le è già possibile un bilancio?
Cinque anni fa, con i primi meeting, abbiamo piantato il seme di Tyvak International. Oggi l’azienda impiega 25 persone e, sempre tutto vada per il verso giusto, prevediamo che entro pochi mesi saremo il doppio. Per ora abbiamo lanciato quattro satelliti, tutti e quattro funzionanti, due per clienti commerciali e due per l’Agenzia spaziale europea. Non c’è un’altra ditta in Italia che in così pochi anni abbia fatto lo stesso.

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