Lezioni all’Occidente dalla Cina: chi controlla il virus salva anche l’economia

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Ormai la formula è abbastanza chiara. La Cina ne è la dimostrazione. Chi controlla il virus salva anche l’economia. L’unico paese del G20 che ha chiuso l’anno con un Pil in crescita (+2,3%), è anche quello che ha imposto i lockdown più vasti e inflessibili. Dopo i ritardi e le censure iniziali, Pechino ha preso a trattare qualsiasi recrudescenza con misure implacabili. A gennaio, qualche decina di casi hanno fatto scattare milioni di test e il blocco di un’intera città nel nord est del paese. I dati, anche se magari un po’ artefatti, parlano chiaro.

Dall’8 marzo 2020 al 7 gennaio 2021, in tutto il suo territorio, la Cina ha contato raramente più di cento infezioni al giorno. L’andamento del Pil, quindi, ha assunto la forma di una V: al primo feroce lockdown è seguito il crollo, poi un’energica ripresa. Dalle nostre parti, al contrario, il virus non ha mai smesso di circolare. Nuove chiusure in autunno e inverno hanno colpito l’economia che si stava rialzando. L’Europa rischia adesso una recessione “double dip”, cioè a forma di W. Caduta, recupero, altra caduta. Non c’è dubbio poi che il Covid-19 sia stato un pezzo importante nel confronto tra Cina e Stati Uniti.

Gli Usa non hanno certo brillato, moltissimi ammalati, anche se poi il tasso di letalità non è tra i più alti. L’economia americana ha reagito comunque meglio di quella europea. Era già più dinamica pre-pandemia e nella crisi ha ricevuto da governo e banca centrale aiuti ben più consistenti. Secondo il Fondo monetario, nell’annus orribilis 2020, gli Usa cederebbero il 4,3% del loro Pil. In fondo, è il quarto miglior risultato tra le grandi economie del pianeta. La Germania perde il quasi il 6%, Francia e Regno Unito 9,7, ultima l’Italia (-10,6%). Ma l’inverno sarà parecchio buio anche negli Stati Uniti, con i ristoranti, i trasporti e l’intrattenimento ancora nei guai per colpa delle chiusure anti-Covid. Le spese per consumi sono in calo, eppure, nonostante tutto, si sente circolare più di una voce ottimista. “Se ci lasciamo il Covid alle spalle, la nostra economia prenderà letteralmente fuoco”, ha detto pochi giorni fa Larry Summers, professore ad Harvard, tra i più autorevoli economisti americani, che addirittura ha paura dell’inflazione se il nuovo presidente Biden riuscisse ad approvare per intero il suo pacchetto di stimoli. Per ora, il virus non è affatto sotto controllo, bisogna aspettare che avanzi il piano di vaccinazione. E nel frattempo arrivano notizie non proprio esaltanti.

L’anno scorso, per la prima volta, la Cina ha attratto più investimenti esteri degli Stati Uniti, un segnale chiaro di come il centro dell’economia si muova verso l’Asia. Mentre il Covid dilagava praticamente ovunque, la Cina ha consolidato il suo ruolo di fabbrica del mondo. Il suo export è cresciuto, anche grazie agli enormi schemi anti-crisi dei governi in Occidente, che hanno evitato un crollo completo nei consumi dei cittadini. Così l’anno scorso la Cina ha aumentato la sua fetta di Pil mondiale dell’1,1%, e ora gli economisti si aspettano che il grande sorpasso (ai danni degli Stati Uniti) avvenga prima del previsto. Già nel 2028, secondo una stima proposta dal Wall Street Journal, il Pil cinese varrà il 102% di quello americano. Nel 2035, il 136 per cento. La Cina resta comunque un paese a medio reddito, con ampie parti da sviluppare. La ricchezza media pro-capite ha superato per la prima volta 10mila dollari, poca cosa a confronto di quella degli americani, a quota 65mila dollari. Questo grande scarto si riflette anche nei livelli di produttività. Secondo dati del Fondo Monetario, quella cinese è del 30% inferiore a quella delle economie più sofisticate, tipo Stati Uniti, Germania, Giappone. È il segno di un’economia ancora emergente, dove resistono sistemi e pratiche di business piuttosto datati. Il problema però è che sembra che questa debolezza non si stia risolvendo, anzi si aggravi. La produttività ristagna. Cresceva, sempre secondo il Fondo monetario, del 3,5% all’anno dal 2007 al 2012, poi è scesa allo 0,6% dal 2012 al 2017. Per la Cina è un’enorme spina nel fianco. E chi ce l’ha infilata? Potrebbe essere colpa delle conglomerate pubbliche, il cui ruolo si è rafforzato da quando al potere c’è Xi Jinping.

Le imprese cinesi di stato, dice il Fmi, raggiungono solo l’80% della produttività delle aziende private che operano in Cina. Questi investimenti pubblici aiutano il paese durante le crisi. Ma se la ripresa è stata robusta, ha tuttavia peggiorato certi squilibri. Il settore statale si ingrandisce, in tutti i reparti dell’economia, spiazzando le aziende private che tendono ad essere più agili e redditizie. Questo però sembra il modello di sviluppo scelto da Xi Jinping. Un dato su tutti per rendersene conto, scrive il Wall Street Journal: “Nel 2018 gli attivi totali delle società pubbliche valevano il 194% del Pil, più di quanto valessero vent’anni prima e molto più che in qualsiasi altra economia sviluppata”. Il dirigismo nell’economia, del resto, è uno dei modi classici con cui un governo autoritario allarga il consenso ed esercita controllo sulla società. Questo però può creare inefficienze che vanno sapute gestire, spiega ancora il Fmi. Le aziende pubbliche, o chi gode dei favori del partito, accede a garanzie e prestiti agevolati. Carrozzoni decotti restano in piedi, mentre società virtuose subiscono concorrenza sleale. Alla lunga, l’economia perde dinamismo. È chiaro che quella del Fondo monetario è una visione di parte, però è vero che il capitalismo di Stato ha i suoi inconvenienti. Anche questa per l’Occidente, che durante l’emergenza Covid ha molto usato la spesa pubblica, è una lezione da tenere a mente.