Facebook contro l’Australia: stop alla condivisione delle notizie

Facebook Mark Zuckerberg
(foto Drew Angerer/Getty Images)
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Facebook Mark Zuckerberg
Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook (foto Drew Angerer/Getty Images)

“La proposta di legge fraintende la base della relazione tra la nostra piattaforma e gli editori che la utilizzano”. Così Facebook ha motivato la sua rottura con il governo australiano: uno stop alla condivisione di notizie per tutti gli utenti e tutti gli organi di informazione del Paese.

La decisione è la risposta al nuovo News media bargaining code: una proposta di legge per imporre alle piattaforme digitali di pagare per la condivisione delle notizie. Il nuovo codice è già stato approvato dalla Camera dei rappresentanti di Canberra ed è destinato a passare al Senato nei prossimi giorni.

La rottura di Facebook

“Il governo australiano ci ha messi di fronte a una scelta difficile: provare a obbedire a una legge che ignora la realtà del nostro rapporto con gli editori, oppure non permettere più di condividere notizie tramite il nostro servizio”, si legge in un comunicato di Facebook firmato da William Easton, managing director per l’Australia e la Nuova Zelanda. “A malincuore, scegliamo la seconda”.

La società precisa che gli utenti australiani non potranno condividere nemmeno notizie provenienti da fonti internazionali. Allo stesso modo, i contenuti dei media australiani non potranno essere condivisi nel resto del mondo. Come riporta un articolo di Forbes.com, anche in Europa e in Canada si è discusso di norme analoghe a quella australiana. E a questo fa riferimento la nota di Facebook quando parla di “precedente pericoloso”.

L’azienda di Menlo Park sostiene che siano gli editori a trarre vantaggio dall’utilizzo del social. “Lo scorso anno”, scrive Easton, “Facebook ha rimandato gli utenti a notizie di siti d’informazione australiani 5,1 miliardi di volte, per un giro d’affari di 407 milioni di dollari australiani (316 miliardi di dollari statunitensi o 262 milioni di euro, ndr)”. In un post sul sito ufficiale dell’azienda, Campbell Brown, vicepresidente per le global news partnership, afferma che “al contrario di quanto suggerito da alcuni, Facebook non ruba contenuti: gli editori scelgono di condividerli. Gli organi di stampa non utilizzerebbero Facebook se non fosse nel loro interesse”.

La nuova legge

La nuova legge australiana, come riporta l’agenzia Reuters, è basata su raccomandazioni della Australian competition and consumer commission (Accc), l’autorità antitrust del Paese. Secondo la Accc, Google e Facebook avrebbero assorbito circa un terzo degli investimenti pubblicitari online nel settore dell’informazione. L’autorità ha rilevato anche che i giornali hanno scarso potere negoziale nelle trattative con le aziende digitali per ottenere compensi sui contenuti condivisi: una condizione di svantaggio dovuta alla necessità degli editori di utilizzare proprio Facebook e Google per raggiungere buona parte dei lettori.

Tra chi ha espresso perplessità sul News media bargaining code c’è Tim Berners-Lee, uno degli inventori del world wide web. In una dichiarazione fornita al Senato di Canberra, Berners-Lee ha affermato che “la possibilità di inserire liberamente link – senza limitazioni che riguardano il contenuto del sito e senza dover pagare – è fondamentale per il funzionamento del web”.

I sostenitori della legge sostengono invece che il nuovo codice riporta in equilibrio il rapporto tra editori e grandi piattaforme. “Una parte del problema”, scrive su The Conversation Tama Leaver, professore di internet studies alla Curtin university di Perth, “non si limitano a raccogliere un elenco di link a notizie interessanti. Al contrario, il modo in cui trovano, ordinano, curano e presentano i contenuti crea valore per i loro utenti”.

Le conseguenze per Facebook

Facebook ha spiegato che le notizie rappresentano meno del 4% dei contenuti condivisi. L’impatto economico dovrebbe essere quindi limitato, anche perché il mercato australiano contribuisce per meno meno dell’1% ai ricavi annui della società. Tanto più che a riempire il vuoto lasciato da Facebook, oltre a Twitter, potrebbero essere altre piattaforme del gruppo: Instagram, Messenger e Whatsapp. Servizi che non consentono la stessa condivisione di notizie su larga scala, ma che sembrano avere ricevuto una spinta nelle ultime ore. Messenger e Whatsapp, infatti, sono state la prima e la terza app di social media più scaricate in Australia mercoledì, secondo i dati di SensorTower.

“Per Facebook non dovrebbe trattarsi di una grossa scossa”, ha dichiarato a Forbes Daniel Ives, analista della società di investimento Wedbush securities. Ives ritiene però che il caso ponga “una questione più ampia”, destinata a interessare l’intero settore della tecnologia. Il risultato, teme, sarà “un più alto numero di questi stalli da vecchio West”.

La scelta opposta di Google

Il ministro delle Finanze di Canberra, Josh Frydenberg, ha definito la decisione di Facebook “non necessaria” e “brutale”, destinata a “danneggiare l’immagine del social in Australia”. Nel weekend, Frydenberg aveva avuto colloqui con l’amministratore di Facebook, Mark Zuckerberg, e con con Sundar Pichai, ad di Alphabet, la parent company di Google. E se quelli con Zuckerberg non sono serviti, quelli con Pichai hanno contribuito a un accordo.

L’azienda di Mountain View, che solo il mese scorso aveva minacciato di eliminare il suo motore di ricerca in Australia in caso di approvazione della nuova legge, si è infatti accordata con la News Corp. di Rupert Murdoch, principale editore del Paese e spesso feroce critico degli over the top.

L’accordo è triennale e permetterà a Google di ospitare sulla sua piattaforma giornali come Daily Telegraph ed Herald Sun. La partnership è valida su scala globale, e riguarda quindi anche testate come lo statunitense Wall Street Journal e il britannico Times. Oltre alla condivisione dei ricavi pubblicitari, prevede anche lo sviluppo di un servizio per l’abbonamento e “investimenti significativi nel videogiornalismo innovativo” da parte di YouTube.