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Style 18 Settembre, 2019 @ 10:33

Com’è il nuovo zaino smart di Saint Laurent realizzato con Google

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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(ysl.com)

Prosegue il trend della tecnologia indossabile. Ultimo marchio ad abbracciare questo fenomeno è Saint Laurent che ha collaborato con Google per creare un rivoluzionario zaino smart. Il modello si chiama Cit-E e nella spalla sinistra contiene un mini computer (Jacquard Tag) che si abbina all’app del telefono e trasforma una serie di movimenti della mano sulle fibre in comandi che poi l’applicazione esegue.

Tutto funziona con Google Assistant che è in grado di assolvere a molteplici funzioni come la riproduzione della musica e la navigazione di Google Maps. Il prezzo per questo accessorio è di 795 euro, anche se il gigante di Mountain View ha fatto sapere che in futuro prevede di mettere sul mercato versioni più economiche. Sul sito web del marchio francese l’articolo è già sold out.

La collaborazione tra le due realtà segue l’esperimento ben riuscito della giacca iperconnessa Commuter Jacket, sviluppata insieme a Levi’s nel 2017, e altri esempi nel territorio moda come le valigie Horizon di Louis Vuitton, dotate di un innovativo dispositivo di controllo che permette di tracciare il proprio bagaglio in tutti gli aeroporti internazionali.

Tecnologia 12 Luglio, 2019 @ 11:19

Shoelace, il nuovo social network di Google che ci riporta nel mondo reale

di Simona Politini

Staff

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Google

Dall’online all’offline. Google lancia Shoelace, il nuovo social network che vuole scardinare le logica delle community digitali che ci vuole tutti dietro una tastiera a tessere relazioni effimere.

Dopo la chiusura di Google Plus, Big G non sembra voler rinunciare ad accaparrarsi una fetta di quegli internauti che amano relazionarsi all’interno di ambienti virtuali, ma lo fa con un nuovo obiettivo: far incontrare nel mondo reale persone che hanno gli stessi interessi.

Il nuovo social network di Google Shoelace “Potenzia la tua vita sociale”

“Potenzia la tua vita sociale”. È proprio questo il payoff scelto da Google per presentare la sua nuova piattaforma social. Sviluppata dal gruppo di lavoro sperimentale di Google Area 120 e, ancora in versione Beta, accessibile su invito per i soli cittadini di New York, Shoelace è un’app mobile (non è prevista la versione deskstop) che aiuta a connettere le persone con interessi condivisi.

Ti sei trasferito in una nuova città o in un nuovo quartiere e hai voglia di integrarti con la gente del posto? Sei appassionato di cinema horror e non sai con chi condividere il tuo gusto per il macabro? Shoelace arriva in aiuto. Scegli i tuoi interessi e curatori in carne ed ossa (un particolare non da poco, che dovrebbe garantire una certa sicurezza e qualità dei contenuti) ti aiuteranno a entrare in contatto con persone con i tuoi stessi interessi e ti suggeriranno attività e eventi ai quali potrebbe farti piacere partecipare. Così come anche tu stesso potrai condividere un annuncio per un evento o un’attività a cui intendi partecipare e invitare amici coi quali sei collegato, o estranei, a unirsi a te.

Tecnologia 20 Giugno, 2019 @ 10:43

Generali Italia e Google insieme per il cloud

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
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(Getty Images)

Generali Italia e Google hanno annunciato una partnership strategica basata sul cloud per lo sviluppo di prodotti e servizi personalizzati, l’evoluzione della tecnologia digitale a supporto delle reti e la trasformazione del modello di interazione con il cliente per garantire eccellenza e qualità del servizio. L’accordo, che fa leva sulla tecnologia innovativa e i servizi avanzati del cloud di Google, prevede tre aree di intervento prioritarie:

1. Nuove soluzioni e servizi digitali personalizzati e connessi per la mobilità. Proprio dall’Italia, infatti, prenderà il via la piattaforma paneuropea del Gruppo Generali, per la gestione dei servizi di mobilità connessi, che fa leva sulla forte expertise di Generali Italia maturata nell’ambito dell’Internet of Things.

2. Strumenti innovativi e capacità avanzate per personalizzare l’offerta sia verso il retail sia verso il corporate e per supportare l’evoluzione del rapporto tra cliente e agente.

3. Miglior servizio al cliente, ad esempio con la gestione dei processi sempre più rapida e accurata grazie all’uso del machine learning reso disponibile dalle piattaforme di Google Cloud.

Per rispondere a questi obiettivi e accelerare sul percorso di costante innovazione, all’interno dell’Innovation Park di Mogliano Veneto aprirà un laboratorio in cui personale qualificato di Google, riconosciuto come uno dei leader globali nella fornitura di servizi cloud sicuri, aperti, intelligenti e trasformativi, affiancherà gli esperti di Generali Italia nell’ideazione e industrializzazione di prodotti e servizi innovativi.

LEGGI ANCHE: “Alla scoperta della nuvola di Google”

“Generali è all’avanguardia nella trasformazione del settore assicurativo in Italia e in Europa e siamo orgogliosi di essere parte di questo percorso”, ha commentato Thomas Kurian, ceo di Google Cloud. “Lavorando insieme per risolvere problemi di business utilizzando gli strumenti di collaborazione intelligente e le funzionalità all’avanguardia del machine learning di Google, stiamo aiutando Generali a velocizzare lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi e a migliorare le relazioni con i clienti.”

La partnership prevede anche un intenso programma di formazione sulle nuove tecnologie e competenze del futuro, come intelligenza artificiale e machine learning, accelerando così il percorso di cultura del cambiamento intrapreso da Generali Italia. Nel prossimo triennio, la compagnia prevede l’aumento del 30% in formazione su questi ambiti.

“Con questa partnership acceleriamo sul nostro piano strategico per essere Partner di Vita delle persone nei momenti rilevanti: famiglia, benessere, lavoro e mobilità”, ha aggiunto Marco Sesana, Generali Country Manager Italy & Global Business Lines. “Insieme a Google, unendo le reciproche competenze, svilupperemo soluzioni assicurative con servizi innovativi e tecnologicamente avanzati. Vogliamo così rendere eccellente e personalizzata l’esperienza dei nostri clienti retail e corporate delle Global Business Lines”.

Trending 21 Maggio, 2019 @ 8:05

Cosa succede dopo la rottura tra Google e Huawei? Inizia la guerra delle piattaforme

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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impianto huawei in CINA
L’impianto Huawei di Dongguan, vicino a Shenzhen, in Cina. (Kevin Frayer/Getty Images)

Dopo essere rimasta per mesi confinata negli editoriali di giornale e sui libri degli esperti di geopolitica, la guerra fredda commerciale tra Stati Uniti e Cina potrebbe, per la prima volta, avere un impatto concreto sulle nostre vite. Un effetto non certo drammatico, e limitato per ora alle attitudini di  consumo. Ma le minacce di Trump di mettere Huawei in una blacklist si sono trasformate in un vero terremoto, lungo la faglia delle catene del valore globale. Trasformando alcuni dei più grandi produttori di componentistica e software da brand multinazionali in soldati di un impero, come ai tempi di Francis Drake e la regina Elisabetta I.

Esageriamo? Innanzitutto lunedì, a pochi giorni dalla decisione dell’amministrazione americana di soffocare Huawei, i produttori di chip come Intel, Qualcomm, Xilinx e Broadcom hanno annunciato di voler tagliare i ponti con la società cinese fino a data da definirsi. Ma la vera bomba è stata la notizia che a interrompere i rapporti con Huawei sarà presto anche Google, che fino ad ora aveva consentito al produttore di Shenzhen di funzionare con Android. In pratica, Trump ha indicato il nemico – Huawei è accusata di spionaggio industriale, come tante altre multinazionali cinesi – e i giganti della Silicon Valley hanno anticipato, con solerzia e un tempismo che non lascia adito a dubbi, le mosse della nazione a cui appartengono.

Il ban, di fatto, tarpa le ali al secondo produttore di smartphone al mondo, che negli ultimi dieci anni si era reso protagonista di una crescita portentosa, superando Apple e piazzandosi al secondo posto dopo la coreana Samsung. L’obiettivo, ora compromesso, era ed è tuttora quello di raggiungere il primato assoluto. Con il nuovo blocco commerciale disposto contro Huawei, del resto, si mette a rischio potenzialmente anche il giro d’affari di diversi colossi americani del microchip, come Micron, e l’espansione del network 5G nel mondo, inclusa la Cina. La quale potrebbe rivalersi sugli Stati Uniti, ad esempio, colpendo la produzione di iPhone nelle fabbriche sul suolo patrio. Non proprio una mossa indolore, considerando le decine migliaia di operai che sfornano prodotti Apple nel territorio cinese. Per ora Pechino non reagisce, ma le implicazioni del cambio di paradigma vanno analizzate nel lungo termine.

Per il momento, se implementata sul serio, la mossa di Trump potrebbe danneggiare anche il settore globale dei semiconduttori: Intel è il principale fornire di microchip per i server Huawei; Qualcomm gli fornisce processori e modem per i suoi smartphone; Xilinx gli vende microchip programmabili, e così via. Una catena che potrebbe spezzarsi e riconfigurarsi in modo imprevedibile. La quota di profitto che queste società ricavano da Huawei, va detto, è ancora esigua (tra l’1 e il 2  per cento) eppure tutte le società hanno perso lunedì sera tra il 2 e il 4 per cento in borsa. I produttori di componentistica europei che hanno contratti commerciali con Huawei per ora stanno a guardare, dicendosi pronti ad adattarsi.

Ma è chiaro che la guerra commerciale tra Washington e Pechino riguarderà presto anche il Vecchio Continente, tra paesi esplicitamente legali all’import cinese (la Germania) e altri che vorrebbero diventarlo (l’Italia). Nel caso nostrano, il ministro degli interni Salvini aveva rassicurato sul fatto che eventuali accordi commerciali nell’ambito della “nuova Via della seta” richiederanno un sovrappiù di attenzione per le informazioni strategiche riguardanti il nostro Paese. Sarà interessante vedere quali briciole potrebbero cadere sul Mediterraneo da un’eventuale boicottaggio più ampio degli americani. Probabilmente l’Europa tutta, incapace di rappresentare un player competitivo per la supremazia delle tecnologie di oggi e di domani, potrà diventare un terreno di sperimentazione e seduzione per i due poli globali, che faranno di tutto per accaparrarsi i nostri consumatori. Una guerra di prossimità giocata a colpi di app e di servizi.

Huawei, comunque, ha cercato di tranquillizare tutti dicendo di avere in magazzino abbastanza microchip e componenti vitali per lasciare tutto così com’è per almeno altri tre mesi, e che si stava preparando per tale eventualità dalla metà del 2018. In due modi: accumulando componenti importati, da un lato, e accelerando lo sviluppo di componenti propri. La speranza, nemmeno troppo nascosta, è quella di placare il conflitto con un armistizio, e riprendere gli accordi di un tempo. Ma la mossa dei giganti americani potrebbe avere l’effetto, nell’immediato, di favorire una escalation tra le superpotenze, non solo commerciale.

Secondo Simone Pieranni de Il Manifesto, “la sensazione è che l’odierna comunicazione di Google possa innescare una reazione a catena, portando all’affermazione di nazionalismi digitali in tema di piattaforme: sistemi operativi chiusi, app fornite da sviluppatori nazionali o di ‘area’… Siamo nel mezzo di una guerra tecnologica destinata a rivoluzionare i confini del mondo di domani”.

Che succede adesso? Sui device Huawei già in commercio, non molto. Ma nel giro di un anno gli aggiornamenti di Android e delle app Google potrebbero essere sospesi, e in quel caso gli smartphone Huawei potrebbero risultare più esposti ai rischi, e all’improvviso più vetusti. La domanda si fa ancora più interessante per i nuovi prodotti: come si regoleranno gli utenti al momento di dover scegliere uno smartphone nuovo di zecca? Accetteranno il rischio di ritrovarsi con un Huawei senza alcuna licenza Google, ma con soltanto la versione Aosp di Android, vale a dire quella open source che non prevede l’ecosistema di Google app che siamo abituati a usare, da Gmail a Maps, da YouTube a Calendar?

“Ci stiamo conformando all’ordine e stiamo valutando le ripercussioni. Per gli utenti dei nostri servizi, Google Play e le protezioni di sicurezza di Google Play Protect continueranno a funzionare sui dispositivi Huawei esistenti”, ha scritto in una nota Google. Mentre Huawei promette che “continuerà a fornire aggiornamenti di sicurezza e servizi post-vendita a tutti i prodotti Huawei e Honor esistenti per smartphone e tablet che coprono quelli venduti o ancora disponibili a livello globale. Continueremo a costruire un ecosistema software sicuro e sostenibile, al fine di fornire la migliore esperienza per tutti gli utenti a livello globale”.

Qualche mese fa Huawei aveva fatto sapere di stare lavorando a un sistema operativo fatto in casa, che potrebbe chiamarsi Kirin Os. La preoccupazione che le minacce di Trump potessero trasformarsi in guerra aperta aveva spinto il produttore ad aumentare gli investimenti per un’eventuale strategia autarchica. Dal quartiere generale di Shenzhen, fanno sapere, un sistema operativo pronto per rimpiazzare Android è quasi pronto. La prospettiva potrebbe essere dunque quella di una “balcanizzazione” del capitalismo tecnologico, con ogni area geopolitica fornita dal suo colosso di riferimento: come ai tempi della Guerra Fredda, con auto come le Trabant vendute soltanto all’interno dei mercati socialisti.

E se fosse proprio questo, potrebbe sostenere un complottista della geopolitica, il senso recondito della mossa di Google? Servire, cioè, a mettere gli utenti di fronte alle conseguenze concrete dei dazi, e a provocare insieme alla sparizione delle app una piccola rivolta contro il protezionismo? Difficile crederlo davvero, ma di fatto siamo di fronte una fase di ulteriore restringimento della globalizzazione, con tutte le conseguenze inquietanti ed eccitanti del caso.

 

Tecnologia 3 Maggio, 2019 @ 1:30

Alla scoperta della nuvola di Google

di Marco Barlassina

Direttore, Forbes.it

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Quartier generale di Alphabet (Google)
Quartier generale di Alphabet (Google)

Avete mai provato a stare sulla nuvola di Google? Stiamo parlando naturalmente della nuvola del cloud dell’azienda di Mountain View, ossia di quell’insieme di servizi come l’archiviazione, l’elaborazione o la trasmissione dati che Google Cloud offre on demand in remoto attraverso internet. E sono sempre di più le aziende in tutto il mondo, Italia compresa, che hanno scelto di affidare i dati derivanti dalle loro attività (e la loro gestione) all’azienda che più di tutte ha fatto grande internet proprio attraverso la capacità di gestire i dati.

Fabio Fregi è il country manager di Google Cloud per l’Italia, la divisione che si occupa di portare soluzioni cloud alle aziende e offre servizi in un’ottica completamente business to business, o B2B come si usa dire.

“Le aziende hanno capito che il cloud è un modo per risparmiare ma anche un fattore competitivo di successo”, esordisce Fregi, in Google da cinque anni (dopo un passato in varie aziende hi-tech come Microsoft e Oracle), ossia da quando l’azienda di Mountain View ha scelto di far diventare la sua divisione dedicata al Cloud una parte importante del suo business. “Perché”, dice, “ho avuto il privilegio di lavorare in quelle che erano le aziende leader nell’innovazione nelle diverse epoche”. E l’evoluzione nel settore del cloud è stata velocissima. “Agli inizi di questa epopea, c’era un po’ di diffidenza. Le cose sono cambiate e oggi non c’è nessun settore che non abbia abbracciato con decisione il paradigma del cloud”, sottolinea Fregi.

Oggi veniamo contattati dalle stesse aziende che sono alla ricerca di percorsi trasformativi, perché ci viene riconosciuta la capacità innovativa di trasformare positivamente interi settori merceologici”. Tra le industrie su cui Google Cloud è focalizzata ci sono il finance, la sanità, il retail, il manifatturiero, il settore comunicazioni, media & entertainment e la pubblica amministrazione. “Il grande vantaggio è la flessibilità nell’utilizzo dei servizi necessari. Quindi un time to market molto più snello, molto più veloce. Quando si parte con un nuovo servizio IT questo richiede anni, di solito un anno e mezzo. Con la tecnologia cloud invece nel giro di pochi minuti si possono attivare servizi. In più alcuni di questi non sono replicabili con modalità tradizionali e quando si hanno grandi volumi di dati da analizzare, in cloud si riesce a ridurre costi”.

camicia volto
Fabio Fregi

Google non è certo l’unica azienda al mondo a offrire servizi cloud. Ha qualcosa tuttavia di unico: “Quando i clienti scelgono la Google Cloud Platform, gran parte di ciò che cercano è l’infrastruttura”, spiega Fregi, “la stessa infrastruttura di Google, che alimenta otto applicazioni con oltre un miliardo di utenti, è alla base di Google Cloud. Il nostro obiettivo è offrire la gamma di servizi di Google a tutti coloro che vogliono usarli, in tutto il mondo”. Forse l’applicazione più nota all’interno dei servizi cloud di Google è Gmail, ma la nuvola di Google comprende una serie di servizi che rientrano nell’ambito di alcune macrocategorie: dalla cosiddetta collaboration, all’infrastructure as a service (portare macchine virtuali nel cloud), dalla migrazione di piattaforme di dati alle piattaforme per l’analisi dei dati.

“Pensiamo innanzitutto alle soluzioni di collaboration”, spiega Fregi. “G Suite, di cui Gmail fa parte, viene usata da più di cinque milioni di aziende nel mondo, come abbiamo annunciato lo scorso febbraio. Abilita il lavoro collaborativo anche da strumenti mobili, per essere produttivi in qualsiasi momento e ovunque, tanto da risultare uno strumento in grado di facilitare il cambio culturale dell’azienda, rendendo più semplice lo scambio di informazioni. L’altro grande filone è quello delle piattaforme cloud infrastrutturali. Che offrono la possibilità di implementare nuove applicazioni.

Un’azienda ha il pieno controllo dei costi se lo fa in casa, ma ciò richiederebbe delle persone dedicate. La tecnologia cloud permette invece di disporre di una soluzione completa senza problemi di ingombro, manutenzione e aggiornamenti. Si pensi alle soluzioni di analisi di dati, attraverso un’applicazione big data il cloud può essere sfruttato per analizzare dati relativi ai propri processi, per ottimizzare un’attività oppure per migliorare una strategia verso i clienti. Lo stesso avviene anche con l’internet delle cose, che permette di raccogliere dati importantissimi per i produttori, perché rende possibile convertire informazioni preziose dal mondo reale in dati digitali e fornisce una maggiore visibilità sul modo in cui gli utenti interagiscono con un prodotto, servizio o applicazione.

Prospettive testimoniate anche dall’accoglienza che il mondo aziendale ha dato a Google Cloud Next di aprile, evento annuale di riferimento organizzato a San Francisco che nell’edizione 2019 ha ospitato oltre 30mila partecipanti. Anche nell’edizione italiana, Google Cloud Summit, sta avendo una crescita esponenziale: “Cinque anni fa”, dice Fregi, “erano un centinaio di persone, poi 300, poi 1600, fino ad arrivare all’edizione 2018 quando i partecipanti sono stati oltre 2mila”. Il prossimo appuntamento con il Google Cloud Summit è in calendario per il 25 giugno al MiCo di Milano. Intanto però il 16 maggio sarà la volta dell’evento Networking in Cloud – Il futuro delle imprese di successo, che Google Cloud ha concepito proprio con Forbes (e la partecipazione di Telepass). L’evento vedrà alternarsi sul palco i responsabili dell’innovazione di alcune grandi aziende italiane che hanno affrontato con successo il percorso fino alla nuvola, tanto da diventare testimonial delle opportunità che la tecnologia può fornire alle aziende.