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Business 4 Febbraio, 2020 @ 3:42

La storia di YouTube: da startup di 3 nerd a colosso da 15 miliardi l’anno

di Massimiliano Carrà

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Sean Gallup – Getty Images

Da startup creata e lanciata da tre nerd a colosso che incassa 15,15 miliardi di dollari l’anno. Questa è YouTube, “la tv” di Google che quest’anno compie 15 anni. Andando indietro nel tempo, infatti, la piattaforma video è stato fondata il 14 febbraio 2005 e ha diffuso online il primo contenuto il 15 aprile 2005. È questa una delle curiosità più rilevanti che Alphabet, la società che controlla Google, ha reso noto nella sua ultima trimestrale (relativa agli ultimi tre mesi del 2019). Per la prima volta infatti Big G ha comunicato quali sono gli introiti provenienti da YouTube.

Da quanto emerso, nonostante i numeri non esaltanti, tant’è che il titolo Alphabet ha ceduto in Borsa oltre il 3%, YouTube si è rilevato una delle punte di diamante di Google. Infatti, il giro d’affari annuale della piattaforma video rappresenta quasi il 10% del fatturato del colosso hi-tech (161,9 miliardi di dollari) e negli ultimi tre mesi del 2019 ha messo a segno 4,7 miliardi di dollari di fatturato in pubblicità (il 36,5% in più rispetto al corrispettivo precedente).

La storia di YouTube e la sua nascita “misteriosa”

Anche se ormai è naturale pensare a Google quando si parla di YouTube, in realtà va ricordato che la piattaforma video è stata ideata e fondata non da Big G, ma da tre ragazzi che lavoravano in un’azienda che in quegli anni era ancora agli albori: PayPal. I loro nomi sono: Chad Hurley, Jawed Karim e Steve Chen.

Chad Hurley, tra l’altro, è entrato in PayPal dopo che Max Levchin, uno dei papà dell’azienda che sta rivoluzionando il mondo dei pagamenti digitali, gli ha chiesto come prima prova di disegnare il logo dell’azienda. Prova ampiamente superata, visto che Hurley è diventato immediatamente il primo designer. Adesso però viene il bello o, meglio, la parte più “oscura” della storia. Nonostante tutti e tre i ragazzi abbiano più volte confermato di essere diventati subito amici e di aver discusso nell’appartamento di Steve Chen a San Francisco dell’ipotesi di mettersi in proprio, la storia sulla nascita di YouTube ha due versioni differenti. 

Una riguarda Chad Hurley e Steve Chen, l’altra Jawed Karim. Partendo dalla prima, Steve in un’intervista a una trasmissione televisiva americana, ha raccontato che l’idea di YouTube è frutto suo e di Chad, che erano invitati a una festa: “Eravamo lì e gli invitati facevano foto e giravano video con i loro telefoni. Volevamo condividerli e abbiamo provato a trasferirli via email, ma il processo era troppo complesso. Allora abbiamo pensato che con tutti i dispositivi digitali in circolazione non c’era ancora una piattaforma che facilitasse la condivisione di clip sul web”.

Questa dichiarazione però a Jawed non è piaciuta. Tant’è successivamente ha rivelato a Usa Today che l’idea di YouTube è nata in seguito alla difficoltà di reperire online video di due eventi ben precisi: il Super Bowl del 2004 (quando Justin Timberlake strappò il reggiseno a Janet Jackson) e il devastante tsunami del 26 dicembre del 2004. 

Tralasciato questo piccolo aneddoto “misterioso”, è innegabile che i tre in pochissimo tempo hanno creato un colosso che gli ha permesso di diventare miliardari. Infatti, nell’ottobre del 2006 (solamente 1 anno e 5 mesi dopo il primo video diffuso online) Google ha comprato YouTube per la cifra di 1,65 miliardi di dollari. Festa o non festa, il modo di festeggiare alla fine lo hanno trovato tutti e tre. 

Investimenti 17 Gennaio, 2020 @ 8:30

Google entra nel club del trilione, Alphabet ora vale più di 1.000 miliardi

di Forbes.it

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Google - Alphabet
La lobby degli uffici di Washington di Google (Mark Wilson/Getty Images)

Il passo era atteso da giorni. Anche Alphabet, la casa madre di Google, mette un piede nell’esclusivo club del trilione di dollari, del quale fa già parte Apple e nel quale in passato sono entrati (per poi uscirne) altri due titoli: Amazon e Microsoft.

Con un ulteriore colpo di reni di ieri a Wall Street (+0,87% a 1.451 dollari) il titolo Alphabet ha infatti raggiunto e superato una capitalizzazione di Borsa superiore al miliardo di dollari.

Un risultato raggiunto grazie alla progressione messa a segno nel 2019 e allo scatto dei primi 16 giorni del 2020, periodo nel quale il titolo ha portato a casa un rialzo complessivo di circa l’11 per cento. Un balzo che ha peraltro seguito l’abbandono, nel dicembre scorso, di tutte le cariche direttive da parte dei due fondatori, Larry Page e Sergey Brin, in favore di Sundar Pichai.

Alphabet, inserito dagli analisti interpellati da Forbes a inizio anno nell’elenco dei titoli da acquistare per il 2020, è dunque il quarto titolo nella storia di Wall Street a raggiungere la pietra miliare dei mille miliardi. Il primo in assoluto fu Apple nel 2018.

Leader 4 Dicembre, 2019 @ 10:25

Il testo della lettera con cui Brin e Page hanno lasciato Alphabet (Google)

di Forbes.it

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Sergey Brin (a sinistra) e Larry Pge hanno fondato Google nel 1998 quando erano studenti all’università di Stanford. (Photo by Ralph Orlowski/Getty Images)

Cambio di gestione in Alphabet, la casa madre di Google. Mountain View ha infatti annunciato con una nota che i due fondatori del famoso motore di ricerca Larry Page e Sergey Brin, rispettivamente ceo e presidente di Alphabet, hanno deciso di lasciare i loro incarichi con effetto immediato. Continueranno a essere coinvolti come co-fondatori, azionisti e membri del cda, ma la guida sarà affidata a Sundar Pichai, che diventa ceo del gruppo.

Larry Page e Sergey Brin, compagni di università alla Stanford hanno co-fondato Google nel 1998. Oggi prendono uno stipendio formale di un dollaro all’anno da Alphabet, ma la loro ricchezza deriva dal valore delle azioni detenute nella società. Per Forbes Sergey Brin ha un patrimonio netto di $ 56,8 miliardi, mentre Larry Page di $58,9 miliardi.

Per annunciare la loro decisione i due hanno scritto una lettera che riportiamo in versione integrale:

La nostra primissima lettera da fondatori del 2004 iniziava così:

“Google non è una società convenzionale. Non intendiamo che lo diventi. Durante l’evoluzione di Google come azienda privata, abbiamo gestito Google in modo diverso. Abbiamo anche promosso un’atmosfera di creatività e sfida, che ci ha aiutato a fornire un accesso imparziale, accurato e gratuito alle informazioni per coloro che si affidano a noi in tutto il mondo”.

Crediamo che quei principi centrali siano ancora veri oggi. La società non è convenzionale e continua a fare scommesse ambiziose sulle nuove tecnologie, in particolare con la nostra struttura Alphabet. La creatività e la sfida rimangono sempre presenti come prima, se non di più, e vengono sempre più applicate a una varietà di settori come l’apprendimento automatico, l’efficienza energetica e i trasporti. Tuttavia, il servizio di base di Google, che fornisce un accesso imparziale, accurato e gratuito alle informazioni, rimane al centro dell’azienda.

Tuttavia, da quando abbiamo scritto la nostra prima lettera da fondatori, l’azienda si è evoluta ed è maturata. All’interno di Google, ci sono tutti i popolari servizi per i consumatori che hanno seguito la ricerca, come Maps, Photos e YouTube; un ecosistema globale di dispositivi basati sulle nostre piattaforme Android e Chrome, inclusi i nostri dispositivi Made by Google; Google Cloud, inclusi GCP e G Suite; e, naturalmente, una base di tecnologie fondamentali relative all’apprendimento automatico, al cloud computing e all’ingegneria software. È un onore che miliardi di persone abbiano scelto di rendere questi prodotti centrali nelle loro vite: questa è una fiducia e una responsabilità a cui Google lavorerà sempre per essere all’altezza.

E strutturalmente, la società si è evoluta in Alphabet nel 2015. Come abbiamo detto nella lettera di fondazione Alphabet nel 2015:

“Alphabet riguarda le aziende che prosperano grazie a leader forti e indipendenti”.

Da quando l’abbiamo scritto, centinaia di residenti di Phoenix guidano ora auto Waymo, molti senza conducente! Wing è diventata la prima compagnia di droni a effettuare consegne commerciali ai consumatori negli Stati Uniti. Verily e Calico stanno facendo un lavoro importante, attraverso una serie di grandi collaborazioni con altre aziende sanitarie. Alcune delle nostre “Altre scommesse” hanno nei propri consigli membri indipendenti e investitori esterni.

Questi sono solo alcuni esempi di società tecnologiche che abbiamo formato all’interno di Alphabet, oltre alle società di investimento GV e Capital G, che ne hanno supportato altre centinaia. Insieme a tutti i servizi di Google, questo costituisce un colorato arazzo di scommesse tecnologiche in una vasta gamma di settori, il tutto con l’obiettivo di aiutare le persone e affrontare le principali sfide.

La nostra seconda lettera da fondatori invece inizia così:

“Google è nata nel 1998. Oggi, nel 2019, se la compagnia fosse una persona, sarebbe un giovane adulto di 21 anni e sarebbe il momento di lasciare l’ovile. Sebbene sia stato un enorme privilegio essere profondamente coinvolti nella gestione quotidiana dell’azienda per così tanto tempo, crediamo che sia tempo di assumere il ruolo di genitori orgogliosi: offrire consulenza e amore, ma non fastidi quotidiani!

Con Alphabet ormai consolidato e Google e le altre scommesse che operano efficacemente come società indipendenti, è il momento naturale di semplificare la nostra struttura di gestione. Non siamo mai stati quelli che si aggrappano a ruoli manageriali quando pensiamo ci sia un modo migliore per gestire l’azienda. E Alphabet e Google non hanno più bisogno di due amministratori delegati e un presidente. In futuro, Sundar sarà l’amministratore delegato di Google e Alphabet. Sarà il dirigente responsabile e alla guida di Google e della gestione degli investimenti di Alphabet nel nostro portafoglio. Siamo profondamente impegnati a lungo termine con Google e Alphabet e resteremo attivamente coinvolti come membri del consiglio di amministrazione, azionisti e co-fondatori. Inoltre, prevediamo di continuare a parlare regolarmente con Sundar, in particolare su argomenti di cui siamo appassionati!

Sundar porta umiltà e profonda passione per la tecnologia ai nostri utenti, partner e dipendenti ogni giorno. Ha lavorato a stretto contatto con noi per 15 anni, attraverso la formazione di Alphabet, come ceo di Google e membro del consiglio di amministrazione di Alphabet. Condivide la nostra fiducia nel valore della struttura Alphabet e la capacità che ci offre di affrontare grandi sfide attraverso la tecnologia. Non c’è nessuno su cui abbiamo fatto più affidamento dalla fondazione di Alphabet e nessuna persona migliore per guidare Google e Alphabet nel futuro.

Siamo profondamente grati di aver visto un piccolo progetto di ricerca trasformarsi in una fonte di conoscenza e responsabilizzazione per miliardi di persone – una scommessa che abbiamo fatto quando eravamo due studenti di Stanford e che ha portato a una moltitudine di altre scommesse tecnologiche. Non avremmo potuto immaginare, quando nel 1998 trasferimmo i nostri server da un dormitorio a un garage, il viaggio che stavamo per intraprendere.

Larry Page e Sergey Brin,
Fondatori

Style 18 Settembre, 2019 @ 10:33

Com’è il nuovo zaino smart di Saint Laurent realizzato con Google

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda, viaggi, arte e nuove tendenze.Leggi di più dell'autore
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(ysl.com)

Prosegue il trend della tecnologia indossabile. Ultimo marchio ad abbracciare questo fenomeno è Saint Laurent che ha collaborato con Google per creare un rivoluzionario zaino smart. Il modello si chiama Cit-E e nella spalla sinistra contiene un mini computer (Jacquard Tag) che si abbina all’app del telefono e trasforma una serie di movimenti della mano sulle fibre in comandi che poi l’applicazione esegue.

Tutto funziona con Google Assistant che è in grado di assolvere a molteplici funzioni come la riproduzione della musica e la navigazione di Google Maps. Il prezzo per questo accessorio è di 795 euro, anche se il gigante di Mountain View ha fatto sapere che in futuro prevede di mettere sul mercato versioni più economiche. Sul sito web del marchio francese l’articolo è già sold out.

La collaborazione tra le due realtà segue l’esperimento ben riuscito della giacca iperconnessa Commuter Jacket, sviluppata insieme a Levi’s nel 2017, e altri esempi nel territorio moda come le valigie Horizon di Louis Vuitton, dotate di un innovativo dispositivo di controllo che permette di tracciare il proprio bagaglio in tutti gli aeroporti internazionali.

Tecnologia 12 Luglio, 2019 @ 11:19

Shoelace, il nuovo social network di Google che ci riporta nel mondo reale

di Simona Politini

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Google

Dall’online all’offline. Google lancia Shoelace, il nuovo social network che vuole scardinare le logica delle community digitali che ci vuole tutti dietro una tastiera a tessere relazioni effimere.

Dopo la chiusura di Google Plus, Big G non sembra voler rinunciare ad accaparrarsi una fetta di quegli internauti che amano relazionarsi all’interno di ambienti virtuali, ma lo fa con un nuovo obiettivo: far incontrare nel mondo reale persone che hanno gli stessi interessi.

Il nuovo social network di Google Shoelace “Potenzia la tua vita sociale”

“Potenzia la tua vita sociale”. È proprio questo il payoff scelto da Google per presentare la sua nuova piattaforma social. Sviluppata dal gruppo di lavoro sperimentale di Google Area 120 e, ancora in versione Beta, accessibile su invito per i soli cittadini di New York, Shoelace è un’app mobile (non è prevista la versione deskstop) che aiuta a connettere le persone con interessi condivisi.

Ti sei trasferito in una nuova città o in un nuovo quartiere e hai voglia di integrarti con la gente del posto? Sei appassionato di cinema horror e non sai con chi condividere il tuo gusto per il macabro? Shoelace arriva in aiuto. Scegli i tuoi interessi e curatori in carne ed ossa (un particolare non da poco, che dovrebbe garantire una certa sicurezza e qualità dei contenuti) ti aiuteranno a entrare in contatto con persone con i tuoi stessi interessi e ti suggeriranno attività e eventi ai quali potrebbe farti piacere partecipare. Così come anche tu stesso potrai condividere un annuncio per un evento o un’attività a cui intendi partecipare e invitare amici coi quali sei collegato, o estranei, a unirsi a te.

Tecnologia 20 Giugno, 2019 @ 10:43

Generali Italia e Google insieme per il cloud

di Forbes.it

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(Getty Images)

Generali Italia e Google hanno annunciato una partnership strategica basata sul cloud per lo sviluppo di prodotti e servizi personalizzati, l’evoluzione della tecnologia digitale a supporto delle reti e la trasformazione del modello di interazione con il cliente per garantire eccellenza e qualità del servizio. L’accordo, che fa leva sulla tecnologia innovativa e i servizi avanzati del cloud di Google, prevede tre aree di intervento prioritarie:

1. Nuove soluzioni e servizi digitali personalizzati e connessi per la mobilità. Proprio dall’Italia, infatti, prenderà il via la piattaforma paneuropea del Gruppo Generali, per la gestione dei servizi di mobilità connessi, che fa leva sulla forte expertise di Generali Italia maturata nell’ambito dell’Internet of Things.

2. Strumenti innovativi e capacità avanzate per personalizzare l’offerta sia verso il retail sia verso il corporate e per supportare l’evoluzione del rapporto tra cliente e agente.

3. Miglior servizio al cliente, ad esempio con la gestione dei processi sempre più rapida e accurata grazie all’uso del machine learning reso disponibile dalle piattaforme di Google Cloud.

Per rispondere a questi obiettivi e accelerare sul percorso di costante innovazione, all’interno dell’Innovation Park di Mogliano Veneto aprirà un laboratorio in cui personale qualificato di Google, riconosciuto come uno dei leader globali nella fornitura di servizi cloud sicuri, aperti, intelligenti e trasformativi, affiancherà gli esperti di Generali Italia nell’ideazione e industrializzazione di prodotti e servizi innovativi.

LEGGI ANCHE: “Alla scoperta della nuvola di Google”

“Generali è all’avanguardia nella trasformazione del settore assicurativo in Italia e in Europa e siamo orgogliosi di essere parte di questo percorso”, ha commentato Thomas Kurian, ceo di Google Cloud. “Lavorando insieme per risolvere problemi di business utilizzando gli strumenti di collaborazione intelligente e le funzionalità all’avanguardia del machine learning di Google, stiamo aiutando Generali a velocizzare lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi e a migliorare le relazioni con i clienti.”

La partnership prevede anche un intenso programma di formazione sulle nuove tecnologie e competenze del futuro, come intelligenza artificiale e machine learning, accelerando così il percorso di cultura del cambiamento intrapreso da Generali Italia. Nel prossimo triennio, la compagnia prevede l’aumento del 30% in formazione su questi ambiti.

“Con questa partnership acceleriamo sul nostro piano strategico per essere Partner di Vita delle persone nei momenti rilevanti: famiglia, benessere, lavoro e mobilità”, ha aggiunto Marco Sesana, Generali Country Manager Italy & Global Business Lines. “Insieme a Google, unendo le reciproche competenze, svilupperemo soluzioni assicurative con servizi innovativi e tecnologicamente avanzati. Vogliamo così rendere eccellente e personalizzata l’esperienza dei nostri clienti retail e corporate delle Global Business Lines”.

Trending 21 Maggio, 2019 @ 8:05

Cosa succede dopo la rottura tra Google e Huawei? Inizia la guerra delle piattaforme

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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impianto huawei in CINA
L’impianto Huawei di Dongguan, vicino a Shenzhen, in Cina. (Kevin Frayer/Getty Images)

Dopo essere rimasta per mesi confinata negli editoriali di giornale e sui libri degli esperti di geopolitica, la guerra fredda commerciale tra Stati Uniti e Cina potrebbe, per la prima volta, avere un impatto concreto sulle nostre vite. Un effetto non certo drammatico, e limitato per ora alle attitudini di  consumo. Ma le minacce di Trump di mettere Huawei in una blacklist si sono trasformate in un vero terremoto, lungo la faglia delle catene del valore globale. Trasformando alcuni dei più grandi produttori di componentistica e software da brand multinazionali in soldati di un impero, come ai tempi di Francis Drake e la regina Elisabetta I.

Esageriamo? Innanzitutto lunedì, a pochi giorni dalla decisione dell’amministrazione americana di soffocare Huawei, i produttori di chip come Intel, Qualcomm, Xilinx e Broadcom hanno annunciato di voler tagliare i ponti con la società cinese fino a data da definirsi. Ma la vera bomba è stata la notizia che a interrompere i rapporti con Huawei sarà presto anche Google, che fino ad ora aveva consentito al produttore di Shenzhen di funzionare con Android. In pratica, Trump ha indicato il nemico – Huawei è accusata di spionaggio industriale, come tante altre multinazionali cinesi – e i giganti della Silicon Valley hanno anticipato, con solerzia e un tempismo che non lascia adito a dubbi, le mosse della nazione a cui appartengono.

Il ban, di fatto, tarpa le ali al secondo produttore di smartphone al mondo, che negli ultimi dieci anni si era reso protagonista di una crescita portentosa, superando Apple e piazzandosi al secondo posto dopo la coreana Samsung. L’obiettivo, ora compromesso, era ed è tuttora quello di raggiungere il primato assoluto. Con il nuovo blocco commerciale disposto contro Huawei, del resto, si mette a rischio potenzialmente anche il giro d’affari di diversi colossi americani del microchip, come Micron, e l’espansione del network 5G nel mondo, inclusa la Cina. La quale potrebbe rivalersi sugli Stati Uniti, ad esempio, colpendo la produzione di iPhone nelle fabbriche sul suolo patrio. Non proprio una mossa indolore, considerando le decine migliaia di operai che sfornano prodotti Apple nel territorio cinese. Per ora Pechino non reagisce, ma le implicazioni del cambio di paradigma vanno analizzate nel lungo termine.

Per il momento, se implementata sul serio, la mossa di Trump potrebbe danneggiare anche il settore globale dei semiconduttori: Intel è il principale fornire di microchip per i server Huawei; Qualcomm gli fornisce processori e modem per i suoi smartphone; Xilinx gli vende microchip programmabili, e così via. Una catena che potrebbe spezzarsi e riconfigurarsi in modo imprevedibile. La quota di profitto che queste società ricavano da Huawei, va detto, è ancora esigua (tra l’1 e il 2  per cento) eppure tutte le società hanno perso lunedì sera tra il 2 e il 4 per cento in borsa. I produttori di componentistica europei che hanno contratti commerciali con Huawei per ora stanno a guardare, dicendosi pronti ad adattarsi.

Ma è chiaro che la guerra commerciale tra Washington e Pechino riguarderà presto anche il Vecchio Continente, tra paesi esplicitamente legali all’import cinese (la Germania) e altri che vorrebbero diventarlo (l’Italia). Nel caso nostrano, il ministro degli interni Salvini aveva rassicurato sul fatto che eventuali accordi commerciali nell’ambito della “nuova Via della seta” richiederanno un sovrappiù di attenzione per le informazioni strategiche riguardanti il nostro Paese. Sarà interessante vedere quali briciole potrebbero cadere sul Mediterraneo da un’eventuale boicottaggio più ampio degli americani. Probabilmente l’Europa tutta, incapace di rappresentare un player competitivo per la supremazia delle tecnologie di oggi e di domani, potrà diventare un terreno di sperimentazione e seduzione per i due poli globali, che faranno di tutto per accaparrarsi i nostri consumatori. Una guerra di prossimità giocata a colpi di app e di servizi.

Huawei, comunque, ha cercato di tranquillizare tutti dicendo di avere in magazzino abbastanza microchip e componenti vitali per lasciare tutto così com’è per almeno altri tre mesi, e che si stava preparando per tale eventualità dalla metà del 2018. In due modi: accumulando componenti importati, da un lato, e accelerando lo sviluppo di componenti propri. La speranza, nemmeno troppo nascosta, è quella di placare il conflitto con un armistizio, e riprendere gli accordi di un tempo. Ma la mossa dei giganti americani potrebbe avere l’effetto, nell’immediato, di favorire una escalation tra le superpotenze, non solo commerciale.

Secondo Simone Pieranni de Il Manifesto, “la sensazione è che l’odierna comunicazione di Google possa innescare una reazione a catena, portando all’affermazione di nazionalismi digitali in tema di piattaforme: sistemi operativi chiusi, app fornite da sviluppatori nazionali o di ‘area’… Siamo nel mezzo di una guerra tecnologica destinata a rivoluzionare i confini del mondo di domani”.

Che succede adesso? Sui device Huawei già in commercio, non molto. Ma nel giro di un anno gli aggiornamenti di Android e delle app Google potrebbero essere sospesi, e in quel caso gli smartphone Huawei potrebbero risultare più esposti ai rischi, e all’improvviso più vetusti. La domanda si fa ancora più interessante per i nuovi prodotti: come si regoleranno gli utenti al momento di dover scegliere uno smartphone nuovo di zecca? Accetteranno il rischio di ritrovarsi con un Huawei senza alcuna licenza Google, ma con soltanto la versione Aosp di Android, vale a dire quella open source che non prevede l’ecosistema di Google app che siamo abituati a usare, da Gmail a Maps, da YouTube a Calendar?

“Ci stiamo conformando all’ordine e stiamo valutando le ripercussioni. Per gli utenti dei nostri servizi, Google Play e le protezioni di sicurezza di Google Play Protect continueranno a funzionare sui dispositivi Huawei esistenti”, ha scritto in una nota Google. Mentre Huawei promette che “continuerà a fornire aggiornamenti di sicurezza e servizi post-vendita a tutti i prodotti Huawei e Honor esistenti per smartphone e tablet che coprono quelli venduti o ancora disponibili a livello globale. Continueremo a costruire un ecosistema software sicuro e sostenibile, al fine di fornire la migliore esperienza per tutti gli utenti a livello globale”.

Qualche mese fa Huawei aveva fatto sapere di stare lavorando a un sistema operativo fatto in casa, che potrebbe chiamarsi Kirin Os. La preoccupazione che le minacce di Trump potessero trasformarsi in guerra aperta aveva spinto il produttore ad aumentare gli investimenti per un’eventuale strategia autarchica. Dal quartiere generale di Shenzhen, fanno sapere, un sistema operativo pronto per rimpiazzare Android è quasi pronto. La prospettiva potrebbe essere dunque quella di una “balcanizzazione” del capitalismo tecnologico, con ogni area geopolitica fornita dal suo colosso di riferimento: come ai tempi della Guerra Fredda, con auto come le Trabant vendute soltanto all’interno dei mercati socialisti.

E se fosse proprio questo, potrebbe sostenere un complottista della geopolitica, il senso recondito della mossa di Google? Servire, cioè, a mettere gli utenti di fronte alle conseguenze concrete dei dazi, e a provocare insieme alla sparizione delle app una piccola rivolta contro il protezionismo? Difficile crederlo davvero, ma di fatto siamo di fronte una fase di ulteriore restringimento della globalizzazione, con tutte le conseguenze inquietanti ed eccitanti del caso.

 

Tecnologia 3 Maggio, 2019 @ 1:30

Alla scoperta della nuvola di Google

di Marco Barlassina

Direttore, Forbes.it

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Quartier generale di Alphabet (Google)
Quartier generale di Alphabet (Google)

Avete mai provato a stare sulla nuvola di Google? Stiamo parlando naturalmente della nuvola del cloud dell’azienda di Mountain View, ossia di quell’insieme di servizi come l’archiviazione, l’elaborazione o la trasmissione dati che Google Cloud offre on demand in remoto attraverso internet. E sono sempre di più le aziende in tutto il mondo, Italia compresa, che hanno scelto di affidare i dati derivanti dalle loro attività (e la loro gestione) all’azienda che più di tutte ha fatto grande internet proprio attraverso la capacità di gestire i dati.

Fabio Fregi è il country manager di Google Cloud per l’Italia, la divisione che si occupa di portare soluzioni cloud alle aziende e offre servizi in un’ottica completamente business to business, o B2B come si usa dire.

“Le aziende hanno capito che il cloud è un modo per risparmiare ma anche un fattore competitivo di successo”, esordisce Fregi, in Google da cinque anni (dopo un passato in varie aziende hi-tech come Microsoft e Oracle), ossia da quando l’azienda di Mountain View ha scelto di far diventare la sua divisione dedicata al Cloud una parte importante del suo business. “Perché”, dice, “ho avuto il privilegio di lavorare in quelle che erano le aziende leader nell’innovazione nelle diverse epoche”. E l’evoluzione nel settore del cloud è stata velocissima. “Agli inizi di questa epopea, c’era un po’ di diffidenza. Le cose sono cambiate e oggi non c’è nessun settore che non abbia abbracciato con decisione il paradigma del cloud”, sottolinea Fregi.

Oggi veniamo contattati dalle stesse aziende che sono alla ricerca di percorsi trasformativi, perché ci viene riconosciuta la capacità innovativa di trasformare positivamente interi settori merceologici”. Tra le industrie su cui Google Cloud è focalizzata ci sono il finance, la sanità, il retail, il manifatturiero, il settore comunicazioni, media & entertainment e la pubblica amministrazione. “Il grande vantaggio è la flessibilità nell’utilizzo dei servizi necessari. Quindi un time to market molto più snello, molto più veloce. Quando si parte con un nuovo servizio IT questo richiede anni, di solito un anno e mezzo. Con la tecnologia cloud invece nel giro di pochi minuti si possono attivare servizi. In più alcuni di questi non sono replicabili con modalità tradizionali e quando si hanno grandi volumi di dati da analizzare, in cloud si riesce a ridurre costi”.

camicia volto
Fabio Fregi

Google non è certo l’unica azienda al mondo a offrire servizi cloud. Ha qualcosa tuttavia di unico: “Quando i clienti scelgono la Google Cloud Platform, gran parte di ciò che cercano è l’infrastruttura”, spiega Fregi, “la stessa infrastruttura di Google, che alimenta otto applicazioni con oltre un miliardo di utenti, è alla base di Google Cloud. Il nostro obiettivo è offrire la gamma di servizi di Google a tutti coloro che vogliono usarli, in tutto il mondo”. Forse l’applicazione più nota all’interno dei servizi cloud di Google è Gmail, ma la nuvola di Google comprende una serie di servizi che rientrano nell’ambito di alcune macrocategorie: dalla cosiddetta collaboration, all’infrastructure as a service (portare macchine virtuali nel cloud), dalla migrazione di piattaforme di dati alle piattaforme per l’analisi dei dati.

“Pensiamo innanzitutto alle soluzioni di collaboration”, spiega Fregi. “G Suite, di cui Gmail fa parte, viene usata da più di cinque milioni di aziende nel mondo, come abbiamo annunciato lo scorso febbraio. Abilita il lavoro collaborativo anche da strumenti mobili, per essere produttivi in qualsiasi momento e ovunque, tanto da risultare uno strumento in grado di facilitare il cambio culturale dell’azienda, rendendo più semplice lo scambio di informazioni. L’altro grande filone è quello delle piattaforme cloud infrastrutturali. Che offrono la possibilità di implementare nuove applicazioni.

Un’azienda ha il pieno controllo dei costi se lo fa in casa, ma ciò richiederebbe delle persone dedicate. La tecnologia cloud permette invece di disporre di una soluzione completa senza problemi di ingombro, manutenzione e aggiornamenti. Si pensi alle soluzioni di analisi di dati, attraverso un’applicazione big data il cloud può essere sfruttato per analizzare dati relativi ai propri processi, per ottimizzare un’attività oppure per migliorare una strategia verso i clienti. Lo stesso avviene anche con l’internet delle cose, che permette di raccogliere dati importantissimi per i produttori, perché rende possibile convertire informazioni preziose dal mondo reale in dati digitali e fornisce una maggiore visibilità sul modo in cui gli utenti interagiscono con un prodotto, servizio o applicazione.

Prospettive testimoniate anche dall’accoglienza che il mondo aziendale ha dato a Google Cloud Next di aprile, evento annuale di riferimento organizzato a San Francisco che nell’edizione 2019 ha ospitato oltre 30mila partecipanti. Anche nell’edizione italiana, Google Cloud Summit, sta avendo una crescita esponenziale: “Cinque anni fa”, dice Fregi, “erano un centinaio di persone, poi 300, poi 1600, fino ad arrivare all’edizione 2018 quando i partecipanti sono stati oltre 2mila”. Il prossimo appuntamento con il Google Cloud Summit è in calendario per il 25 giugno al MiCo di Milano. Intanto però il 16 maggio sarà la volta dell’evento Networking in Cloud – Il futuro delle imprese di successo, che Google Cloud ha concepito proprio con Forbes (e la partecipazione di Telepass). L’evento vedrà alternarsi sul palco i responsabili dell’innovazione di alcune grandi aziende italiane che hanno affrontato con successo il percorso fino alla nuvola, tanto da diventare testimonial delle opportunità che la tecnologia può fornire alle aziende.