La storia dell’italiano che ha portato la cultura dell’innovazione nella biotech americana Medtronic

Giovanni Di Napoli
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Articolo tratto dal numero di marzo 2021 di Forbes Italia. Abbonati!

Cinque anni fa Giovanni Di Napoli è sbarcato negli Stati Uniti: il Paese in cui aveva sempre pensato di arrivare. Solo, non aveva indovinato quale strada lo avrebbe condotto da Anzio alla California. “Ho sempre avuto una passione viscerale per il basket”, ricorda. “Ho iniziato a giocare a quattro anni e sono cresciuto con il sogno della Nba”. È invece arrivato sul Pacifico per ricoprire il ruolo di vicepresidente vendite per l’America della divisione GI (gastroenterologia) di Medtronic, la prima azienda al mondo nel settore delle tecnologie biomediche. “Tifavo per i Boston Celtics e i Golden State Warriors, la squadra della Baia di San Francisco. È finita che a Boston ho fatto il colloquio per entrare in Medtronic e la Baia è diventata il mio ufficio e la mia casa”.

Medtronic è una multinazionale nata nel 1949. Arrivò al successo nel 1957, quando il suo fondatore, Earl Bakken, sviluppò il primo pacemaker esterno. Oggi conta più di 100mila dipendenti e fattura circa 30 miliardi di dollari. Di Napoli, 46 anni, è diventato vicepresidente e general manager della divisione GI nel 2017 e presidente nel novembre 2020, ruolo in cui gestisce il business a livello globale. Lo scorso anno ha ricevuto il Crystal Awards Honoree nella categoria servizi industriali dalla American Society for Gastrointestinal Endoscopy – organizzazione di medici dedicata al miglioramento dell’endoscopia – tra i più prestigiosi riconoscimenti nel settore. 

“La mia carriera nell’healthcare è cominciata proprio quando sembrava dover decollare quella nel basket”, racconta. Ancora giovanissimo, lasciò Roma per diventare assistente allenatore a Livorno, in Serie A2. “Il mio unico legame con la sanità era mio padre, infermiere. Fu lui a insistere perché mi iscrivessi a Economia e commercio alla Sapienza. Dopo la laurea, quando ero pronto a diventare capo allenatore, mandai un curriculum a Johnson & Johnson, senza nemmeno sapere bene per che cosa mi stessi candidando. Al colloquio conobbi un dirigente che mi colpì moltissimo: accettai la loro offerta e lasciai il basket dopo vent’anni”.

L’esperienza terminò in un’altra aula universitaria. “Avevo voglia di mettermi alla prova fuori dall’Italia e in Johnson & Johnson le cose andavano a rilento. Allora nel 2006 chiesi un prestito e mi iscrissi a un Mba alla Bocconi. Prendevo le ferie per andare all’università. Alla fine del master arrivò un cacciatore di teste che cercava qualcuno con esperienza nei medical device. Ero l’unico. Mi propose Barrx, una startup nel settore della gastroenterelogia con fatturato zero. Dissi di sì”.

Quattro anni più tardi la multinazionale Covidien scelse di scommettere proprio sulla crescente Barrx. “In Covidien diventai direttore vendite e marketing per l’Europa. Mi trovai a gestire 90 milioni di fatturato e 150 persone. Ma l’aspirazione dell’America, nata quando sognavo la Nba, non era mai svanita”.

L’occasione si presentò quando Medtronic acquisì Covidien, nel gennaio 2015. “Poco dopo si liberò il posto di vicepresidente vendite negli Stati Uniti per la divisione GI. Chiesi al presidente se avesse pensato anche a me. Non mi rispose. Allora feci un ultimo tentativo: un sabato sera presi il computer e scrissi una mail fiume, in cui spiegai tutte le ragioni per scegliere me. Un attimo dopo rispose: ‘Nice!’. Iniziai il 28 gennaio 2016”.

L’impatto con gli Usa fu complicato da scetticismo e distanza culturale, oltre che dal rischio di entrare in un mercato in cui è possibile perdere il posto di lavoro in un istante. “Sul piano personale”, ricorda Di Napoli, “le difficoltà erano le banalità: fare la spesa e non sapere dove cercare le cose, l’approccio diverso ai rapporti quotidiani. Sul piano professionale, percepivo la diffidenza di chi non pensava che un italiano potesse dirigere un’attività in America. Alla fine, però, convinsi chi mi stava intorno che un punto di vista diverso, da outsider, poteva essere vincente”.

Lo strumento più importante per superare la diffidenza furono i numeri. “Da un tasso di crescita del 6-7% passammo al 20, il quadruplo della media del settore. Abbiamo rivoluzionato il processo di sviluppo: quando sono arrivato era molto lento, cosa incredibile se pensiamo che siamo a Sunnyvale, nella Silicon Valley, a due passi da Cupertino, Menlo Park e Mountain View. Anche tramite contatti con aziende come Google e Facebook, ho portato nella divisione la cultura dell’innovazione: abbiamo abbandonato tutti i progetti preesistenti per avviarne di nuovi”.

Tra questi, uno dei più importanti è quello per combattere il cancro al colon, la terza forma di tumore più diffusa al mondo con 1,8 milioni di casi all’anno. Decine di milioni di persone rinunciano alla procedura standard di prevenzione, la colonscopia, per via delle modalità dell’esame. Le tecnologie Medtronic coprono l’intero percorso dallo screening alla terapia. “Per esempio, PillCam Colon 2 è una capsula che percorre il tratto digerente, registra immagini e le invia a un computer. I dati dimostrano che è efficace nell’individuare chi deve sottoporsi alla colonscopia e chi può evitarla. E in era Covid, riduce l’interazione tra sanitario e paziente, e quindi il rischio di contagio”, dice.

“Un altro device, GI Genius, migliora del 15% le performance di un medico esperto nel rilevare lesioni e polipi durante la colonscopia. Un aumento dell’1% di questo dato equivale a una riduzione del 3% del rischio di cancro al colon. È il primo sistema al mondo a utilizzare l’intelligenza artificiale in gastroenterologia. Sfrutta un algoritmo basato su milioni di video e funziona come secondo osservatore: se rileva una lesione, la segnala al medico con un marcatore visivo. Seguendo le indicazioni dei gastroenterologi abbiamo sviluppato poi tecnologie che consentono di rimuovere lesioni precancerose e cancerose per via endoscopica. ProdiGI permette di evitare interventi chirurgici invasivi a favore di procedure di gastroscopia terapeutica, alla portata anche di medici non esperti. Infine, abbiamo lanciato un sistema emostatico che, grazie a una polvere, blocca il sanguinamento che spesso segue l’esame. Queste tecnologie possono cambiare le vite di milioni di pazienti. La nostra missione è prevenire la malattia o trattarla allo stadio iniziale, quando le possibilità di sopravvivenza sono oltre il 90%”.

“La nostra visione nell’adottare e implementare tecnologie sempre più all’avanguardia ci ha portato a essere una delle divisioni più innovative di Medtronic e sarà l’acceleratore della nostra crescita con un grande obiettivo: migliorare la vita di milioni di pazienti”. Una mentalità frutto dei vent’anni passati sui campi da basket: “Tutto quello che ho imparato sui parquet – gestione del gruppo, psicologia, capacità di motivare chi mi sta intorno – mi torna utilissimo ancora oggi”.