Perché le politiche di Google e Facebook sullo smart working potrebbero svuotare le grandi città

Milano deserta smart working
(Shutterstock)
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“Se si vuole uno stipendio da New York, si deve lavorare a New York”. Diceva così, appena un paio di mesi fa, James Gorman, il ceo di Morgan Stanley, ai dipendenti della sede newyorkese. Il tema era il lavoro da remoto, che in Italia è chiamato smart working. Con quella uscita, Gorman è stato un po’ il pioniere di quella discussione che tiene banco in questo periodo di transizione verso la fine della pandemia. A riportare in auge il tema è stata la notizia che Google ha ideato uno strumento in grado di tagliare lo stipendio ai suoi dipendenti che decidessero di continuare a lavorare da remoto.

Il sistema funziona in base al costo della vita. Per esempio, coloro che risiedono a New York e lavorano da remoto non vedranno alcuna riduzione della retribuzione. Tuttavia, Reuters ha scoperto che un dipendente che vive a Stamford, nel Connecticut – dove risiedono molte persone che fanno i pendolari nella Grande Mela – verrebbe pagato il 15% in meno se lavorasse da casa. Un altro, che ha lasciato San Francisco per Lake Tahoe, in California, avrebbe addirittura un taglio salariale del 25%.

La linea di Twitter e Facebook sullo smart working 

Un primo caso di applicazione, dunque, che potrebbe innescare un effetto domino. Sia sul mercato del lavoro, sia su quello immobiliare. Il ceo di Twitter, Jack Dorsey, ha lasciato i dipendenti liberi di lavorare “dove si sentono più creativi”. Ha detto più o meno la stessa cosa Mark Zuckerberg, patron di Facebook, che ha annunciato che la sua sarà “l’azienda più orientata al futuro sul lavoro a distanza”. C’era però un trucco: i dipendenti dovranno dire al loro capo se si trasferiscono. Secondo Zuckerberg, coloro che fuggono in città a basso costo “potrebbero vedersi adeguare i compensi in base alle loro nuove posizioni”. Ha quindi aggiunto minacciosamente: “Ci saranno gravi conseguenze per le persone che non sono oneste su questo aspetto”. Zuckerberg, infatti, può ora cercare talenti in tutto il paese (e nel mondo) laddove la vita costa meno. 

Assumere chi ha le competenze giuste e vive in aree a basso costo della vita, insomma, potrebbe diventare più conveniente, per le aziende. Un aspetto che potrebbe portare a mutamenti sostanziali anche nel mercato immobiliare, con le grandi e costose città a perdere di appeal dopo la rivoluzione del lavoro da remoto. Al contrario, aree attualmente meno appetibili potrebbero beneficiare del nuovo orientamento delle multinazionali.

Quanto sta risparmiando Google

Per le grandi aziende, questo sviluppo potrebbe aggiungersi ad altre voci di risparmio maturate in seguito alla pandemia. Secondo numeri ripresi da Bloomberg, infatti, durante il primo trimestre 2021 Google ha risparmiato 268 milioni di dollari dall’applicazione del lavoro da remoto. La cifra sale a 1 miliardo se si considera l’intera durata della pandemia.

Secondo un portavoce di Google, “i nostri pacchetti retributivi sono sempre stati determinati dalla posizione e paghiamo sempre nella parte superiore del mercato locale, in base a dove lavora un dipendente”. Il rappresentante dell’azienda ha poi aggiunto che la retribuzione sarà diversa da città a città e da stato a stato.

Tuttavia, non tutte le aziende tecnologiche lo stanno facendo. Reddit e Zillow, per esempio, hanno “modelli di pagamento indipendenti dalla posizione” e non cambieranno la paga di una persona in base a dove vive.