Perché dobbiamo imparare a sfruttare i dati che arrivano dai satelliti nello spazio

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Articolo tratto dal numero di dicembre 2021 di Forbes Italia. Abbonati!

di Matteo Marini

C’è una miniera ‘a cielo aperto’ che produce ricchezza senza fermarsi mai. Non estrae minerali, ma immagini, dati, informazioni. I minatori sono satelliti, centinaia, migliaia che orbitano sopra le nostre teste e osservano il Pianeta, lo fotografano, lo misurano. Ma a fronte del denaro investito per costruirli, lanciarli e gestirli, in gergo l’upstream, ancora non si sfruttano fino in fondo i magazzini colmi di materia prima, che dallo spazio scende a terra, il downstream.

L’analisi è quella proposta da Partners4innovation (P4i), società di consulenza nei settori della digitalizzazione e dell’alta tecnologia con competenze legali, di diritto spaziale e sicurezza informatica. “La percentuale più alta di investimenti deriva dal settore upstream”, sostengono gli esperti, “come ha evidenziato Primo Space, il fondo italiano di investimenti in ambito spaziale, solo un terzo dei loro investimenti sono nel downstream. Che però registra una generazione di reddito di circa 70%, mentre l’upstream si ferma a un 30%”.

Il dato è confermato dal rapporto dello European space policy institute (Espi). Nel 2020, il settore upstream europeo ha contato per l’86% del totale degli investimenti, le attività terrestri derivate dallo spazio solo per il 14%, a picco rispetto al 48% del 2019. Questo può in parte essere spiegato con la crisi pandemica. Tuttavia i margini di miglioramento mostrano larghi orizzonti. “Se c’è questo grosso ritorno, perché c’è una sproporzione così grande?”, ragiona Pietro Santoriello, di P4i. “Bisogna sensibilizzare le imprese e gli end user, che percepiscono lo spazio solo come scientifico e tecnico, quando invece è interdisciplinare con capacità infinite di progresso”. E l’Italia può avere un ruolo di primo piano, con oltre 200 aziende del settore e un fatturato di più di due miliardi di euro.

I dati non sono come il carbone, possono essere usati da chiunque per creare servizi innovativi: “Le applicazioni su cui investire sono, per esempio, quella agricola, già affermata”, continua Santoriello. “Un altro settore è quello di logistica e grande distribuzione, tracciando i container; il settore commerciale e finanziario è interessato al controllo dei punti vendita grazie al car counting nei parcheggi. Si può individuare dall’alto la falla in una rete di migliaia di chilometri di acquedotti”.

Anche la gestione del territorio e delle sue componenti può trarne beneficio. “Con i dati radar si possono valutare le cause e le tempistiche del crollo di un ponte o di una strada”, sottolinea Ivan Fino, esperto in diritto dello spazio. Il monitoraggio “in tempo reale, invece, è una delle sfide del nostro secolo: gestire una mole di dati pazzesca. Il compito potrebbe essere affidato a società che analizzano i dati e forniscono questo servizio ai gestori di strade e autostrade”. Si torna quindi agli investimenti nel downstream, cioè in realtà innovative e magari ‘non spaziali’ in grado, con consulenti esperti in vari settori, anche di soddisfare una nuova domanda di sicurezza informatica su dati strategici per governi o aziende. Nuove opportunità di business, tutte nate da quella mole di dati che piove dal cielo.

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