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SpaceEconomy 17 Gennaio, 2020 @ 5:26

Lo spazio è la nuova città d’oro: investimenti record nel 2019. Scontro miliardario tra Bezos e Musk

di Massimiliano Carrà

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uomo guarda il cielo di notte
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di Alex Knapp per Forbes.com

Lo scorso anno i venture capitalist hanno investito 5,8 miliardi di euro in 178 startup legate al mondo dello spazio, un aumento del 38% rispetto all’anno precedente. Ciò, secondo un report della società di venture capital Space Angels, rende il 2019 l’anno che ha ottenuto più investimenti privati per lo spazio. 

Le startup Blue Origins e SpaceX, sostenute rispettivamente dai miliardari statunitensi Jeff Bezos ed Elon Musk, da sole hanno raccolto circa il 41% degli investimenti, a cui si sono aggiunti poi quelli di altre imprese spaziali in Cina e nel Regno Unito. Altri investitori hanno anche cercato di entrare in contatto con le aziende nelle fasi successive.

“Riteniamo che ciò rifletta una sana maturazione dell’ecosistema spaziale imprenditoriale che accade quando le aziende nella fase iniziale passano dall’idea alla crescita”, ha dichiarato il CEO Chad Anderson in un email che accompagna il report.

La sfida tra Jeff Bezos ed Elon Musk

Secondo il rapporto, Jeff Bezos, co-fondatore di Amazon, ha investito circa 1,4 miliardi di dollari nella sua azienda, raccogliendo il capitale vendendo azioni del più grande sito di e-commerce al mondo.

SpaceX di Elon Musk non è rimasta molto indietro: la società ha raccolto poco più di 1 miliardo di dollari nel 2019 nelle serie J, K e L, portando la valutazione l’azienda, secondo Pitchbook, oltre 33 miliardi dollari. La società internet OneWeb Satellites ha anche raccolto oltre 1 miliardo di dollari di investimenti, guidati da Softbank Group e Grupo Salinas.

Spazio: gli USA trainano gli investimenti

Gli Stati Uniti sono ancora il Paese che raccoglie più investimenti per il settore dello spazio. Infatti ha contribuito al 55% del finanziamento totale registrato nel 2019 che, tra l’altro, è stato destinato a società con sede proprio negli USA. 

Le startup spaziali nel Regno Unito hanno invece attirato circa il 24% degli investimenti registrati nell’anno appena volto al termine. Il Paese che ha visto incrementare maggiormente l’attività in questo settore è la Scozia, dove tra l’altro è in costruzione uno spazioporto. 

Il singolo round di finanziamento più grande però proviene non dagli USA, ma dalla Cina. Qianxun SI, sostenuto da Alibaba, ha raccolto a ottobre un investimento di 141 milioni di dollari, in gran parte da società statali cinesi. La società sta sviluppando un sistema di posizionamento satellitare per l’internet of things per ottenere geolocalizzazioni accurate al centimetro.

I settori che hanno attirato più investimenti

In termini di settore industriale, gli investimenti sono stati divisi equamente tra i settori del lancio e dei satelliti: l’osservazione della Terra coinvolge la più grande singola applicazione per i satelliti, seguita dalla produzione satellitare e quindi dalle comunicazioni. In termini di volume degli affari, tuttavia, circa il 75% dei round erano sono stati orientati verso il settore satellitare.

Da quanto afferma il report, dal 2009 sono stati già investiti nel settore delle startup spaziali circa 25,7 miliardi di dollari. La crescita è avvenuta soprattutto negli ultimi anni. In sintesi, sono state circa 535 startup che hanno ricevuto finanziamenti dal 2009, ma con la crescita del settore a livello internazionale questo numero dovrebbe aumentare. “L’ecosistema spaziale imprenditoriale si è dimostrato solido dal punto di vista finanziario, sempre più globale e diversificato tematicamente”, rivela il report.

SpaceEconomy 30 Dicembre, 2019 @ 8:46

La sentinella dello spazio che protegge la Terra

di Emilio Cozzi

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Il Flyeye fa parte di quelle attività scientifiche di OHB che si possono definire di protezione dello spazio.

Articolo tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

Proteggere la Terra. Sembrerebbe il ritornello di tutti i polpettoni fantascientifici più scontati degli ultimi 50 anni, ma è lo scopo, ben poco fantasioso e ancor meno banale, di Flyeye, il telescopio “a occhio di mosca” che dalla Sicilia monitorerà i detriti spaziali e i corpi celesti capaci di minacciare l’orbita bassa o il nostro Pianeta. In altri termini, uno strumento per prevenire danni da centinaia di milioni di euro, se non catastrofi. Questo è Flyeye, summa dell’eccellenza italiana in ambito scientifico e tecnologico, nonché collaborazione virtuosa della nostra industria con l’agenzia spaziale nazionale, l’Asi, e quella europea, l’Esa. Una sinergia possibile grazie a un catalizzatore: OHB Italia.

“La ricerca spaziale è l’attività cui si dedica l’azienda” spiega Roberto Aceti, che di OHB è l’amministratore delegato. Ingegnere aeronautico formatosi alla fu Aermacchi, master in business administration a Edimburgo e 12 anni all’Esa come responsabile dei programmi di dimostrazione in orbita delle tecnologie, Aceti amministra OHB Italia da cinque anni, sebbene sia lì da “quando non si chiamava ancora così”, dice, ricordando che solo nel 2009 il gruppo di Brema acquisì l’allora Carlo Gavazzi Space. “Abbiamo un curriculum di missioni ultra decennale, un requisito indispensabile in un settore in cui i cicli dei prodotti sono pluriennali”. Vero, soprattutto se per prodotti si intendono satelliti o componentistica per sistemi più ampi. “Che sono esattamente le tipologie sviluppate da OHB” sottolinea Aceti: “Da una parte i satelliti o le loro parti, visto che in ambito europeo realizziamo anche pezzi destinati a chi assembla gli interi sistemi; dall’altra gli strumenti, in particolare scientifici, che possono essere portati in orbita, oppure apparati da integrare del tutto eccezionali: proprio a quest’ultimo gruppo appartiene il telescopio Flyeye”. Prototipo costato 15 milioni di euro e progettato per essere sfruttato in network con altri quattro esemplari identici, Flyeye è solo la testimonianza più recente di un approccio aziendale basato sulla collaborazione internazionale e sul trasferimento tecnologico. “Per chi lavora nel settore, instaurare un rapporto trasversale fra ricerca accademica e industria è un’esigenza. Per quanto ci riguarda, consideriamo la ricerca spaziale parte indissolubile del tessuto tecnico-scientifico e per questo riteniamo naturale lavorare con i laboratori universitari e con gli enti utilizzatori finali”.

È una strategia possibile grazie al ruolo di prim’ordine che l’industria spaziale tricolore ricopre a livello internazionale: “Un primo elemento indispensabile è avere un substrato scientifico di massimo livello: i nostri astronomi e fisici appartengono alla serie A della scienza mondiale e questo fa sì che il settore

Roberto Aceti è amministratore delegato di OHB dal 2014.

ingegneristico sia alimentato da idee di alto profilo. È una pietra angolare, su cui si sviluppa una filiera con poche analogie a livello globale: l’industria italiana parte da un’azienda manifatturiera come OHB Italia e passa da realtà che consentono l’accesso all’orbita (si pensi ad Avio), per completarsi con chi sfrutta i dati a terra, informazioni che possono anche non derivare da missioni prettamente scientifiche”.

Un quadro forse idilliaco, soprattutto a fronte di un paradigma dirompente, la new space economy, che sull’impeto di attori fino a poco tempo fa avulsi dal settore oggi promette di cambiare anche gli equilibri più consolidati. “Nessuna ingenuità”, ribatte Aceti, “per com’è stata gestita in passato, credo per esempio che la nostra politica industriale sia stata un punto debole. La situazione è cambiata in seguito alla legge che ha posto la politica spaziale sotto la responsabilità della Presidenza del Consiglio, con un comitato interministeriale e un sottosegretario preposto al coordinamento. Gli aspetti relativi alle potenzialità economiche e politiche dello spazio non potevano più essere gestiti da una sola persona. Ora siamo in via di correzione, ma il passaggio richiede tempo. L’importante è cogliere tutte le opportunità della nuova economia spaziale: l’intuizione della space economy, infatti, è promuovere un circuito virtuoso fra idee e investimenti per realizzare sistemi che servano il cittadino. Sembra una banalità, ma è una rivoluzione per noi, abituati ad accontentare gli scienziati. La new space economy è una promessa”.

Una promessa che potrebbe anche essere salvifica, come testimoniano i progetti della stessa OHB: “Abbiamo l’ambizione di partecipare alla missione Hera dell’Esa, il cui obbiettivo è indagare le conseguenze di un impatto cinetico su un asteroide causato volontariamente da una missione precedente della Nasa. Dal 2024 potremmo studiare l’interno dell’asteroide, colpito per produrre una deflessione della sua orbita. Con Flyeye ed Hera, di cui avremo la responsabilità del sistema di generazione e gestione della potenza elettrica, stiamo orientandoci verso attività scientifiche che potremmo definire di ‘protezione dello spazio’. Credo sia bello, oltre che importante, sapere che l’Italia potrebbe dare il suo contributo alla salvaguardia del nostro pianeta”.

SpaceEconomy 29 Luglio, 2019 @ 6:24

Luca Parmitano in collegamento dalla Iss: “Il futuro è il nostro mestiere”.

di Emilio Cozzi

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“A bordo della Stazione spaziale, il futuro è il nostro mestiere”.

Durante la prima conferenza stampa della sua missione, mentre orbita a 400 chilometri dalla Terra, Luca Parmitano sintetizza così il lavoro che il suo equipaggio affronterà fino a inizio febbraio, quando è previsto il rientro dalla Stazione spaziale internazionale, la Iss.

Quella dell’astronauta catanese dell’Agenzia spaziale europea non è retorica: partiti il 20 luglio dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakhstan, Parmitano e i due colleghi della Expedition 60, l’astronauta della Nasa, Andrew Morgan, e il cosmonauta russo, Alexander Skvortsov, lavorano già a pieno regime su un programma che prevede fra i 200 e i 300 esperimenti scientifici, di cui 30 nuovi ed europei e sei commissionati attraverso l’Agenzia spaziale italiana dalle nostre università.

“Basta guardare intorno a me – fa notare Parmitano a chi lo osserva in collegamento video dal Museo nazionale della scienza e della tecnologia di Milano, come sul canale streaming della Nasa – sono circondato da laboratori e attrezzature che creano il futuro. Dietro la telecamera, il mio collega Nick Hague (dell’equipaggio precedente, ndr) sta utilizzando una stampante tridimensionale per costruire tessuti biologici. Come mi piace dire, fra le stelle si vede il futuro. Letteralmente”.

Luca Parmitano tornerà nello spazio il prossimo 20 luglio.

L’astronauta Esa, che a ottobre diventerà, prima volta per un italiano, il comandante della Iss, non esagera. Come ricorda il nome che lui stesso ha dato alla sua missione, “Beyond”, quello che si testa e verifica in orbita non è mai un traguardo, ma una tappa verso le prossime missioni, in un unico e continuo processo di conoscenza. “Per questo ogni attività mi mette un brivido – ha continuato – a bordo sentiamo la responsabilità di quello che stiamo facendo, che sappiamo essere il risultato del lavoro annoso di decine, centinaia di persone. Ogni attività, tutti i giorni, concentra il massimo dei nostri sforzi”.

E di concentrazione, nei prossimi sei mesi e rotti, le attività sulla stazione orbitante ne chiederanno in abbondanza: “Per la prima volta svolgeremo esperimenti che interesseranno anche l’apparato neuro vestibolare, quello che presiede e integra tutti i sensori del corpo. Sono ricerche fondamentali per scoprire da una parte come lo spazio influisca sulla percezione degli astronauti e, dall’altra, per comprendere meglio specifiche patologie o traumi cerebrali”. Parole che ricordano quanto le attività in orbita abbiano significative ricadute sulla Terra e non solo in senso economico.

Parmitano lo ribadisce anche a chi, fra il serio e il faceto, gli ricorda che a ottobre comanderà un equipaggio comprendente “Cimon”, un robot connesso a un’intelligenza artificiale a Terra, che sta testando in orbita l’interazione con gli astronauti e la possibilità di supportarne le attività di routine in viaggi di lunga durata.

“Il mio equipaggio è fatto di donne e uomini; come comandante, il mio ruolo sarà quello di essere al loro servizio, per garantire che il lavoro svolto a bordo sia della migliore qualità. L’unico modo per ottenere un lavoro eccellente è che chi lo svolge sia felice di svolgerlo e abbia tutte le opportunità per farlo al meglio”.

Torna alla mente il nome della missione, quell’”oltre” – “Beyond” – che insieme evoca una responsabilità e una promessa: “è vero – conferma Parmitano – è la mia promessa: che l’uomo continui a spingersi più in là, continui la ricerca e l’espansione della sua conoscenza verso l’esplorazione della Terra e dello spazio profondo. Questo per me è il successo, non certo il numero di follower: continuerò a basare il successo della mia missione sui suoi risultati, in relazione a quello che la Nasa, l’Esa e le altre agenzie ci chiedono di fare. Se i nostri risultati consentiranno un cambiamento, o saranno di stimolo alla tecnologia, all’esplorazione e alla ricerca scientifica, allora lì mi convincerò di avere avuto successo”.

E se la vita a bordo ha anche aspetti più rilassanti – “mi sono sorpreso di quanto più veloce sia stato questa volta adattarsi alla microgravità, sto godendomi tutte quelle cose che durante la mia prima missione, “Volare”, ho apprezzato solo alla fine: il piacere di non avere un peso, di muoversi in totale libertà, di volare spingendosi con un dito” -, la consapevolezza di essere in un posto straordinario e con responsabilità straordinarie non sembra abbandonare mai l’astronauta: “la Stazione spaziale è una delle piattaforme da cui è possibile constatare gli effetti del riscaldamento globale – risponde serissimo a chi gli chiede come abbia trovato il Pianeta guardandolo dalla celebre Cupola affacciata sulla Terra – l’Agenzia spaziale europea ha un programma satellitare di osservazione del pianeta ad altissima definizione ed è lì che abbiamo constatato la realtà scientifica del global warming. Dalla Stazione ci limitiamo all’osservazione umana: ho notato che la Terra sembra diversa, anche a distanza di soli sei anni da quando l’ho vista e fotografata per la prima volta da qui, dalla Cupola della Iss. Ghiacci ritirati e deserti più estesi sono visibili a occhio nudo. Spero che il nostro sguardo sia condiviso per allarmare l’opinione pubblica nei confronti di quello che considero il nostro nemico numero uno e per dare una spinta ai nostri leader in modo che facciano tutto il possibile, e non solo qualcosa, per migliorare la situazione”.

Viene in mente lo stemma della missione “Beyond”, con la Terra in primo piano, sorvolata dalla Iss, e sullo sfondo Marte e la Luna. Ancora una volta la prospettiva, gli orizzonti futuri, quelli “un po’ più in là”.

“Se riusciremo davvero a tornare sulla Luna nei prossimi cinque anni, come vorrebbero gli Stati Uniti, o anche nei prossimi dieci o quindici, ho l’età giusta per poter sognare di andarci. Ma se anche non avessi l’età, sognare ci fa stare bene, è quello che ci spinge ad avere progetti sempre più grandi. Quindi perché no?, mi piace l’idea di essere sempre un passo più vicino alla meta, ogni volta che acquisisco esperienza. Tutto quello che facciamo e conosciamo è volto al futuro”.

SpaceEconomy 10 Maggio, 2019 @ 10:18

L’uomo più ricco del mondo ha presentato un veicolo per andare sulla Luna

di Forbes.it

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Jeff Bezos introduces a new lunar landing module called Blue Moon during an event at the Washington Convention Center in Washington. (Photo by Mark Wilson/Getty Images)

Ci sono voluti anni di test ma ne è valsa sicuramente la pena. Il numero uno di Amazon, Jeff Bezos, fondatore della società Blue Origin che costruisce capsule e razzi riutilizzabili da inviare in orbita, ha presentato infatti un nuovo modulo di atterraggio lunare, destinato a portare sul satellite nel 2024 astronauti e materiali.

Il lander lunare, battezzato Blue Moon, è capace di trasportare diverse tonnellate di materiale grazie al suo razzo propulsore BE-7. In che modo? Il piano superiore e gli alloggiamenti inferiori possono facilmente ospitare un’ampia varietà di carichi utili, inclusi satelliti di classe ESPA; ci sono inoltre posizioni di montaggio più basse per un accesso più ravvicinato alla superficie lunare e per lo scarico. I sensori di guida e discesa di precisione, infine, utilizzano la tecnologia di apprendimento automatico per atterrare accuratamente su qualsiasi parte della superficie lunare.

Con il prototipo oramai ultimato, nell’agenda di Blue Origini ci sono ora i test per condurre missioni senza equipaggio, a cui dovrebbero seguire quelle con persone a bordo. E anche se Bezos non ha ufficialmente fatto riferimenti alla NASA e all’eventualità di trasportare i suoi astronauti, non si può fare a meno di notare che la data annunciata per il primo sbarco, il 2024, coincide con gli ultimi obiettivi dichiarati dall’agenzia spaziale americana. Che, peraltro, non ha ancora selezionato un lander per il ritorno sul satellite.

Inutile dire che la concorrenza è già agguerrita. Oltre alla società del patron di Amazon è in lista d’attesa anche Lockheed Martin, impresa statunitense attiva nel settore dell’ingegneria aerospaziale, che ha da poco completato la progettazione di un habitat in grado di assicurare una presenza sostenibile dell’uomo nell’orbita lunare.

Bezos, i cui piani hanno subito un’accelerazione con la spinta dell’amministrazione Trump alla Nasa per costruire una piattaforma spaziale nell’orbita della Luna, investe ogni anno un miliardo di dollari in Blue Origin e ha confermato di recente che la sua società lancerà per la prima volta un razzo di nuova generazione, New Glenn, nel 2021.

 

Classifiche 4 Aprile, 2019 @ 11:00

Il giovane ingegnere italiano che vuole conquistare lo spazio

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

Coordinatore di Forbes ItaliaLeggi di più dell'autore
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Tiziano Bernard è uno degli Under 30 2019 selezionati da Forbes Italia nella categoria “Science”.

Articolo apparso sul numero di aprile 2019 di Forbes Italia. Abbonati.

Da sempre l’universo affascina e fa sognare. E nel novero dei sognatori c’è sicuramente uno come Tiziano Bernard, ingegnere aerospaziale classe 1992, la testa tra le nuvole, fin da piccolo: “Ho viaggiato molto in giro per il mondo e il fatto stesso di volare era quasi più importante della destinazione”. È nata semplicemente così una passione prima per l’aeronautica e poi per lo spazio. “Tra le figure che più mi hanno ispirato c’è Galileo Galilei. Un pensatore che, guardando di notte la volta celeste e vedendola ruotare sopra la propria testa, ha avuto la geniale intuizione: forse non era il cielo ma la terra a ruotare!”.

Quando può Tiziano torna lassù. Ora però lo fa in qualità di pilota acrobatico. Impegno e dedizione hanno caratterizzato il suo percorso di studi. Dopo un diploma all’International school di Trieste, si è trasferito in Florida per studiare al Florida institute of technology, fondato per dare supporto al Kennedy Space Center, la struttura per il lancio di veicoli spaziali della Nasa. È stato team leader del progetto Florida tech Mars rover, dove ha disegnato e costruito un rover (veicolo di esplorazione), premiato dalla Northrop Grumman come migliore progetto di ingegneria dell’istituto e pensato per fare da supporto operativo a una futura eventuale colonia su Marte. Non solo. “Sono stato il primo a conseguire un nuovo master in flight test engineering dall’università (in Florida ndr), nel 2016. Ho studiato con Ralph Kimberlin, una colonna portante nel mondo delle prove di volo, autore tra l’altro del libro Flight testing of tixed wing aircraft”.

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Infine, il dottorato: “Durante gli studi del master ho assistito lo Human-centered design institute del Florida Institute of Technology per un progetto su un simulatore Boeing 737-800. Il rettore, sorpreso dal mio modo di lavorare e dalla mia preparazione in aeronautica applicata, mi ha offerto un dottorato di ricerca. Durante il PhD ho analizzato il comportamento dei piloti per identificare la componente umana della perdita di controllo. Abbiamo lavorato in realtà virtuale e attualmente l’università ha depositato un brevetto temporaneo per proteggere la mia invenzione: metodo e configurazione di analisi in ingegneria cognitiva”.

Tiziano Bernard lavora alla Garmin International, società statunitense specializzata in tecnologie di aviazione con sede a Kansas City, negli Stati Uniti.

Tiziano si è distinto anche in ambito astronautico, con la progettazione e realizzazione di un prototipo di tuta spaziale adatta a risolvere problemi di orientamento e navigazione in orbita. “L’ambiente aerospaziale è un mondo dove l’uomo non può vivere. Studiare la perdita di controllo in ambito aerospaziale significa analizzare molto attentamente l’interazione tra uomo e sistema-macchina”.

Oggi Tiziano lavora presso la Garmin International, società statunitense specializzata in tecnologie di aviazione con sede a Kansas City, negli Stati Uniti. “Progettiamo le cabine di pilotaggio per gli aerei. Lavoriamo in particolare a progetti molto avanzati, direi futuristici”. Ma non ha abbandonato la ricerca: “Sono nel consiglio scientifico dell’Applied human factors and ergonomic conference (Ahfe) per lo spazio, dove ho dato vita a una nuova sessione per gli studi sui fattori umani nel turismo spaziale. Ho anche intenzione di organizzare un evento, possibilmente con il supporto di qualche università, dedicato ai giovani più brillanti. Vorrei offrire loro un’occasione per scambiarsi idee sul futuro del mondo, non solo aerospaziale. Ma anche su altri argomenti, come la politica ambientale”.

Intanto Bernard guarda alle nuove sfide dell’umanità nei cieli. “Credo che la prossima grande scoperta sia la propulsione supersonica silenziosa. Il trasporto aereo è in crescita e siamo sempre più dipendenti dal fattore tempo. Vogliamo volare più velocemente. E poi, penso alla colonizzazione di Marte: sarà senza dubbio l’evento del secolo, come fu l’atterraggio sulla Luna in quello scorso”.

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Un cervello in orbita, insomma. “Non mi considero un cervello in fuga. Sono sempre in contatto con l’Italia, anche con realtà aerospaziali molto attive, e spesso prendo in considerazione l’ipotesi di rientrare in patria. Bisogna ricordarsi che le opportunità non esistono solo all’estero. Certo, a volte dobbiamo essere creativi nel creare nuove occasioni. Se tornassi, lo farei con l’intenzione di dare il mio contributo per aiutare, come posso, il mio paese. Siamo noi gli artefici del nostro futuro”.

SpaceEconomy 28 Marzo, 2019 @ 3:39

Agenzia Spaziale Italiana: logo e sito nuovi, ma stessa intenzione di pesare

di Emilio Cozzi

Staff

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Un nuovo logo, con relativa inaugurazione del merchandise, dell’e-shop e di un font di proprietà, ribattezzato “Galileo Asi”, e un nuovo sito internet, online fra un mese circa, senza pagine statiche, ma con scroll più adatto alla fruizione mobile.

Queste le novità appena presentate dall’Agenzia Spaziale Italiana per bocca del suo commissario straordinario, Piero Benvenuti.

Il resto della conferenza stampa conclusa pochi minuti fa è stato un chiaro messaggio strategico e ha confermato un’intenzione, questa sì, non nuova: alla prossima Ministeriale dell’Esa, l’appuntamento più importante per la politica spaziale europea previsto il prossimo novembre, la prima in cui invece del ministro del Miur, Marco Bussetti, l’Italia sarà rappresentata da Giancarlo Giorgetti, il presidente del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e alla ricerca aerospaziale, l’Italia tenterà di ribadire il proprio primato in alcuni ambiti spaziali, se possibile aumentando i finanziamenti soprattutto dedicati alla ricerca scientifica.

I successi dell’Italia nello spazio

Indicativamente intitolata “Uno sguardo verso il futuro”, la conferenza dell’Asi è stata inaugurata da un video tributo a “Prisma”, il satellite per l’osservazione della Terra lanciato qualche giorno fa dallo spazioporto di Kourou, in Guyana Francese.

“Un grande successo della nostra industria – ha commentato Benvenuti – a partire dal lanciatore”, realizzato a Colleferro dalla Avio, che con lui vanta 14 lanci nominali in fila, un record storico. “E poi un satellite tutto italiano”, che precede altri satelliti made in Italy per l’Osservazione della Terra pronti a essere mandati in orbita, “il tedesco è in ritardo di due anni”, ha detto il commissario con un certo orgoglio.

“Il successo di Prisma ha una importanza strategica fondamentale perché ribadisce un’eccellenza italiana, che continuerà presto con COSMO-Skymed 2. Prisma contribuirà al monitoraggio del nostro Pianeta sfruttando caratteristiche uniche, come l’osservazione iperspettrale, in grado di individuare la composizione chimico fisica degli elementi e la sua evoluzione nel tempo.

Le sue applicazioni innovative, ancora da definire in dettaglio, saranno molteplici e ricchissime. L’accesso ai suoi dati, aperto a chiunque, permetterà alla nostra industria e ai nostri scienziati di mettersi in una posizione di predominanza in futuro. Siamo arrivati prima di ogni altro a questo risultato, dobbiamo esserne orgogliosi”.

Agenzia Spaziale Italiana: il nuovo logo web Asi
Il nuovo logo di ASI

Ariane e Avio, partita ancora aperta

Non sono parole di circostanza quelle del commissario, il cui successore potrebbe peraltro essere già annunciato la prossima settimana (le indiscrezioni vorrebbero sia Giorgio Saccoccia). In vista della Ministeriale, che determinerà i budget da destinare a ogni Paese membro oltre alla parte obbligatoria e proporzionale al Pil di ciascuno, le parole del capo dell’Asi pesano, o vorrebbero pesare, come macigni. Fra le altre, ai vertici Esa sta infatti disputandosi anche una lotta sull’utilizzo dei futuri lanciatori. Sul ring la francese Ariane, con il suo Arianne 6, e la Avio con Vega C.

“L’Italia – ha proseguito Benvenuti – si sta impegnando a trovare un accordo che sostenga gli sforzi sostenuti fin qui. I successi accumulati ci saranno d’aiuto, ma non sarà facile, vista la relazione a sua volta complessa fra Ariane e Avio. Riteniamo di avere colto per tempo le nuove tendenze del mercato, oggi orientate all’impiego di payload sempre più leggeri, una specificità di Vega – il vettore Ariane è invece progettato per portare in orbita carichi pesanti, nda – nulla però è da dare per scontato e la settimana scorsa abbiamo minacciato di porre il veto a un primo documento d’intesa. La discussione riprenderà fra pochi giorni; fino a novembre punteremo a un investimento dell’Agenzia Spaziale Europea che ci porti ad avere la nostra posizione di privilegio e sosterremo la complementarità fra i due lanciatori”.

Italia-Cina: insieme nello spazio

È un fine gioco di equilibrismo che si riproporrà anche per le promettenti relazioni con la Cina. Sancito la scorsa settimana tra l’Asi e la China National Space Administration, il protocollo d’intesa sulla missione “China Seismo-Electromagnetic Satellite 02” mette l’Italia in una posizione delicata nei confronti della Nasa e, soprattutto, del governo statunitense.

“Il Cse2 – ha spiegato Benvenuti – contribuirà al monitoraggio dell’alta ionosfera e della magnetosfera terrestre in relazione ai movimenti sismici, un tema fondamentale sia per la Cina che per noi, come purtroppo hanno dimostrato tragedie recenti.

L’accordo non è stato facile, ma ha confermato una collaborazione con l’Agenzia Spaziale Cinese, che sta emergendo con un’accelerazione incredibile. In più è un’ulteriore testimonianza della volontà, da parte di entrambi i paesi, di collaborare alla realizzazione di una base spaziale cinese, ambito nel quale l’Italia vanta un’esperienza consolidata”. Prospettiva non esattamente ambita dal governo americano.

“Abbiamo un solido accordo con Esa e Nasa per quanto concerne la Stazione spaziale internazionale e il suo futuro – ha sottolineato il commissario – è un accordo che mette l’Italia in una posizione privilegiata sia per quanto concerne il volo umano che la futura sperimentazione in orbita. Sarà tuttavia fondamentale si riesca a garantire che verso la Cina non ci siano trasferimenti tecnologici poco graditi al governo statunitense”.

Una space diplomacy su cui Benvenuti si rivela prudente ma ottimista. “Mi auguro che fra qualche anno si possano vedere astronauti ed esperimenti italiani sulla stazione cinese. L’intero panorama spaziale sta cambiando. Dovranno fare lo stesso tanti accordi in essere”.