Pessimi capi: i consigli per riconoscerli (e come si può evitare di diventarlo)

pessimi capi
(foto Getty)
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Se parlare di leadership è sempre più di moda, spesso, però, si dimentica che non tutti i capi sono leader e che, nelle loro scelte quotidiane, sono influenzati dalle loro convinzioni, dal loro vissuto e da tanto altro. Ed è così che ci si ritrova, molto più spesso di quanto si creda, con dei pessimi capi. 

Il problema è che, in un mondo del lavoro in così profonda mutazione, in cui si parla di Great Resignation (‘grandi dimissioni’, ndr) e Yolo Economy (You only live once, ‘si vive una volta sola’, ndr), un capo che non sa gestire le persone e non sa come rapportarsi con loro può essere determinante nella decisione di un dipendente di andarsene. E a poco possono servire, in questi casi, un aumento di stipendio o nuovi benefit aziendali. 

Di pessimi capi, senza dare spazio a lamentele, ma piuttosto a spunti di riflessioni importanti – perché “tutti possiamo essere il capo di qualcuno” -, parla Domitilla Ferrari, chief marketing officer di BlueIT SpA – Società Benefit, nel suo libro Il pessimo capo, edito da Longanesi.

Domitilla Ferrari

Chi è un pessimo capo oggi? Quali caratteristiche ha o potrebbe avere? In fondo, non è detto che un capo resti uguale nel tempo.

“La mia è una classifica personale, che si basa sulle tante esperienze lavorative fatte, e devo dire che molte tipologie di pessimi capi tra loro si incrociano. Ossia non c’è “il peggiore dei pessimi”, perché si può avere un capo maleducato o sessista, ma si può anche avere a che fare con persone che incarnano entrambe le caratteristiche. A mio avviso, il peggiore in assoluto è il capo che non condivide mai perché, se è vero che il capo maleducato è pessimo dal punto di vista umano, una persona che non dice mai perché una cosa va fatta, quindi non ne condivide gli obiettivi, non ha grandi qualità dal punto di vista della leadership. 

Capi così danno scadenze pressanti senza spiegare a cosa sono dovute e portano i dipendenti a essere meri esecutori. Invece, quando si condivide il motivo con i propri collaboratori, si può capire come fare quella cosa al meglio e le persone stesse si sentono più coinvolte. Perché capi così non condividono? Perché non possono dire: “Mi hanno chiesto di fare questa cosa”, così come non possono ammettere di non sapere il perché la si sta facendo. Bisogna ricordare che, a sua volta, il capo ha un altro capo cui deve rispondere. Comunque sì, per me i pessimi sono proprio coloro che non condividono obiettivi e motivazioni: una tipologia molto diffusa oggi”.

Quali altri tipi di pessimi capi esistono?

“Esistono i capi incapaci, inadeguati e confusi, quelli in crisi, i cafoni, i rovesciati, ossia chi non riesce a entrare nel suo ruolo di leader e continua a comportarsi come un collega. Per non parlare del ragionere che conosce i costi di ogni cosa ma non ha una visione d’insieme, e del procrastinatore. Quest’ultimo è il capo che rimanda senza analizzare la situazione esistente: compila liste per cose da delegare a chissà chi. Cosa che spesso succede a chi è nuovo”.

Cosa impara da un pessimo capo chi un giorno diventerà capo?

“Soltanto a non essere il pessimo capo che ha avuto. Da un pessimo capo non impari granché: se non sa gestire le persone, se non sa motivare la squadra, alla fine non impari nulla. Forse quello che si può imparare è che un pessimo capo ha dei modi cattivi. Ne sono piene le aziende, anche se c’è da dire che un pessimo capo che lo è per me non è detto lo sia per il suo. Cosa intendo? Che se porta i risultati, fa quello che deve fare, spesso basta questo. In tal caso, si gioca tutto sulla doppia reputazione: ci sono persone che magari sono umanamente orribili ma vengono considerate dei geni. La reputazione non è mai a tutto tondo”. 

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Cosa quindi dovrebbe fare un capo oggi per coinvolgere dipendenti e collaboratori? 

“Oggi lo smart working ci ha fatto capire tantissimo cose, come l’inutilità di fare un’ora di macchina all’andata e al ritorno per fare una riunione e l’importanza, per esempio, di poter far mangiare il proprio figlio senza dover delegare questo compito ad altri. Alla fine, secondo me la vera differenza rispetto al passato è che, con quello che è successo, nessuno di noi vuole più tornare indietro, abbiamo visto tutti cosa vogliamo davvero fare e come vogliamo gestire le cose. Non è più il “voglio lavorare e basta”, ma conta come lo si fa.

Alla luce di questo, i capi cosa devono fare?

Devono uscire dalla propria zona di comfort: sanno fare i capi perché hanno imparato a farlo in quel mondo, puntando, per esempio, sul controllo visivo. Per alcuni lavori, infatti, basta che si vedano le persone al computer per pensare che stiano facendo quello che devono. Ma questo non vale più. Prendiamo una persona che lavori in un ufficio acquisti: che sia in sede o meno, può sentire i fornitori ovunque si trovi. Quando invece deve visionare i materiali si sposterà e andrà in ufficio. Insomma, tutto dipende dal lavoro che si deve svolgere. 

Alla luce di tutto questo, un capo deve imparare a gestire la relazione in un modo diverso: puntare sugli obiettivi e sulla produttività. Per il resto, l’importanza di essere in ufficio è legata alla socializzazione. A quella che si basa sulle relazioni non programmate: una chiacchiera informale ti fa risolvere un problema, cosa che nessuno ha imparato a gestire da remoto. Questo è ciò che ci è mancato di più durante i mesi di lavoro da casa: il carattere informale delle relazioni in ufficio. E se è vero che ci sono tanti mezzi per provare a gestire anche tale aspetto, è anche vero che non siamo maturi digitalmente per farlo. Ed è qualcosa su cui i capi dovrebbero riflettere”.

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Tutto ciò ci porta a parlare di un altro tema: quello dei pessimi uffici, argomento ancora più importante oggi che si discute di lavoro ibrido, di ritorno cinque giorni su cinque e così via. Qual è il rapporto tra pessimi capi e pessimi uffici?

“A mio avviso molto stretto: se l’ufficio non piace, se ci si lamenta troppo delle persone con cui si lavora, il capo ha la sua responsabilità. Il clima aziendale non è fatto dalla piscina, dalla sdraio, da stanze arredate in un certo modo, ma da quello che il capo fa. I benefit contano fino a un certo punto. Anche parlare di azienda come grande famiglia è un discorso che non ha senso: un lavoro non è per sempre e l’ufficio non è una casa. Le persone sono in azienda perché ricevono dei soldi.

Da cosa si vede che un ufficio è pessimo?

Dalla discrepanza che c’è tra i messaggi ufficiali e quelli che vengono diffusi in corridoio. Tutto questo crea incongruenze che portano le persone a chiedersi se quello è il posto per loro. Cosa che succede anche quando arriva una persona nuova: si rischia un imprinting negativo”. 

Cosa pensa del fatto che ci sono persone disposte a lasciare il lavoro se non sussistono determinate condizioni? E come deve comportarsi un capo di fronte a una situazione simile?

“Io non me la sentirei di lasciare il lavoro senza avere un’alternativa, ma è anche vero che questo è un momento in cui la gente si sta guardando dentro per capire quanto il lavoro le possa costare in termini di salute. Se mi hai fatto vedere che posso lavorare, sono stata produttiva, sto portando un beneficio all’azienda e questa, per il modo di gestire le cose, mi fa spendere dei soldi in psicoterapia, ovviamente mi faccio dei conti. Chi arriva a scelte simili è una persona stremata che dà un segnale molto forte, ancor più delle cosiddette exiting interview (i colloqui tra le persone del team hr e chi sta lasciando l’azienda, ndr). Un capo deve rivedere le proprie politiche aziendali, non giustificare sempre le scelte degli altri (dicendo “avrà trovato altro”) e, di fronte a dipendenti insoddisfatti, deve porsi delle domande, organizzare incontri con l’hr per capire perché le persone sono andate in burn out e analizzare la situazione da tutti i punti di vista. Il momento che stiamo vivendo da un lato è delicato, dall’altro dà tante opportunità: le aziende possono risparmiare sui costi fissi avendo le persone che lavorano in smart working, possono ridurre l’impatto ambientale e possono accedere a persone di talento che vivono in qualsiasi parte del mondo o che provengono da comunità diverse”.

Chi possiamo definire un leader oggi? 

“Un leader non è solo una persona carismatica. Un pessimo capo potrebbe benissimo esserlo, per esempio nell’individuare un obiettivo da far raggiungere e riuscendo nell’impresa. Secondo me, un leader è un bravo insegnante, ossia una persona che porta tutti allo stesso livello. Se un capo gestisce 10 persone, riesce a raggiungere l’obiettivo e, nel frattempo, si perde una persona facendo sì che questa se ne vada, non si tratta di un successo a tutto tondo: una scelta simile comporta sempre dei costi. Mentre se si riesce a raggiungere l’obiettivo tutti insieme, senza lasciare indietro nessuno, ecco, quello è un caso in cui la leadership funziona”.

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