Fusioni, bonus ai manager e dipendenti dimenticati: dove ha fallito lo stakeholder capitalism

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Negli ultimi anni è diventato il pallino di economisti, manager, accademici: è lo stakeholder capitalism, bellezza. Si tratta di un modello di gestione delle aziende che non ha come unico fine il profitto, ma che considera anche gli effetti dell’attività produttiva sulla società, sull’ambiente e sul territorio. In parole povere, un’etica d’impresa. 

Addio allo shareholder capitalism

A partire dagli anni ’80, lo stakeholder capitalism ha mandato in pensione il suo genitore, lo shareholder capitalism, e cioè una forma di capitalismo che punta a massimizzare l’utile per i propri azionisti. Del resto, quest’ultimo ha fatto il suo tempo. Sebbene il concetto sia stato formulato in modo esplicito soltanto nel 1970 da Milton Friedman in un saggio dal titolo eloquente, The Social Responsibility of Business is to Increase Its Profits, lo shareholder capitalism ha origini più antiche. Si potrebbe affermare che sia nato con la rivoluzione industriale, quando di inquinamento e di diritti dei lavoratori non importava niente a nessuno.

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In ogni caso, lo shareholder capitalism non va più di moda. E il suo posto è stato preso, appunto, dal capitalismo degli stakeholder, concetto che può essere accostato all’espressione italiana, per la verità molto meno accattivante, di responsabilità sociale di impresa. Lo stakeholder capitalism, insomma, da alcuni anni va forte.

La presunta importanza dello stakeholder capitalism

Lo stakeholder capitalism è stato citato nel Davos Manifesto del 2020 del World economic forum come nuovo modello di business. Nell’agosto del 2019 è stato definito il faro del capitalismo contemporaneo dal Business Roundtable, un’associazione che raccoglie i 180 ceo delle più importanti aziende statunitensi. E tantissimi dirigenti di alto livello hanno giurato fedeltà ai suoi principi. In molti si sono impegnati a proteggere gli stakeholder dai rischi creati dalla pandemia. Tra questi Larry Fink, ceo di BlackRock – la più grande società di investimento al mondo – che ha dichiarato: “Nel mondo Covid, lo stakeholder capitalism sta diventando sempre più importante”.

In alcune imprese sono state addirittura create delle divisioni specializzate sul tema. Ma non solo. Alcune aziende hanno assunto esperti del tema, altre hanno previsto una diretta supervisione del board sui progressi fatti. Altre ancora hanno delegato il controllo sulla tutela degli stakeholder a investitori e società di consulenza.

Il canto delle sirene dei grandi manager Usa

Nonostante i proclami, però, nei fatti non è cambiato nulla. E sembrerebbe che, come nel caso del greenwashing, anche il capitalismo degli stakeholder sia una formula vuota, usata per blandire i consumatori. Del resto, questo è il parere di tre professori di Harvard, Lucian Bebchuk, Kobi Kastiel e Roberto Tallarita, che in un lungo articolo denunciano l’ipocrisia dei grandi manager statunitensi. Secondo loro, lo stakeholder capitalism è retorica pura, e persino un po’ pericolosa: un “canto delle sirene”.

Nell’articolo sono analizzata le acquisizioni avvenute durante la pandemia Covid di 116 imprese con un fatturato totale di 731,9 miliardi di dollari e 450mila dipendenti. Nello specifico, il periodo considerato va da aprile 2020 a novembre 2021. Venti mesi particolarmente significativi, caratterizzati da una fase di grande salute per l’economia americana. Infatti, già nel novembre del ’21, l’indice Standard&Poor 500 – che registra le quotazioni delle 500 più grandi società statunitensi – aveva segnato un aumento del 41% rispetto alla fine del 2019.

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Il fallimento dello stakeholder capitalism

Grazie ai bassi tassi di interesse e all’abbondante liquidità, si è avuto un vero e proprio boom di fusioni e acquisizioni. Soltanto nella prima metà del 2021, il valore delle fusioni è stato di 1,740mila miliardi di dollari, circa il Pil dell’Italia, il numero più alto in oltre quarant’anni. Insomma, un momento d’oro per gli azionisti, ma anche propizio per redistribuire almeno una parte dei guadagni ai dipendenti. Cosa che, però, non è avvenuta. Anzi: “Sebbene i leader delle compagnie hanno contrattato per avere dei guadagni sostanziali per gli azionisti e per i propri interessi, hanno fatto poco per ottenere protezioni per i dipendenti o per gli altri gruppi di Stakeholder”.

Lo studio dei professori di Harvard si propone di stabilire quanto le scelte delle imprese abbiano favorito interessi diversi da quello degli azionisti durante la pandemia. Interessi che riguardano sia tutte quelle persone che sono coinvolte dalle decisioni delle aziende, come consumatori, dipendenti e fornitori, sia la società nel suo complesso, a partire dagli effetti delle produzioni sull’ambiente. Le conclusioni dei tre professori sono nette: “lo stakeholder capitalism ha fallito”. E i numeri del fallimento si ricavano dal confronto tra i guadagni di manager e azionisti delle società vendute e quelli dei dipendenti e delle comunità locali. Riassumendo, a fronte dei premi miliardari dei primi, i secondi non hanno avuto in cambio neanche la tutela del posto di lavoro. 

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Tasche piene solo per i top manager

I ricercatori hanno stimato quanto gli azionisti abbiano guadagnato dalle operazioni di fusione o acquisizione. I risultati sono impressionanti: rispetto al valore delle società prima dell’acquisizione, il premio incassato dagli azionisti è stato di 161 miliardi di dollari, con una media per ogni accordo concluso di 1,4 miliardi di dollari. 

Anche i top manager hanno riempito i loro portafogli. Considerando soltanto la rivalutazione delle azioni che molti direttori esecutivi detengono e i ricavi dalla vendita delle stock options, ogni affare ha portato nelle tasche dei dirigenti di primo livello in media 320 milioni di dollari. A questo bisogna aggiungere i bonus ottenuti dai manager per la conclusione dei contratti, in media 109 milioni di euro. Ma anche i dirigenti non esecutivi hanno tratto grossi benefici. Queste figure hanno ottenuto in media 56 milioni di dollari, tra aumento del valore delle azioni e bonus. 

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Dipendenti dimenticati

Per rendersi conto della diversità di trattamento riservato ai dipendenti basta guardare ai premi. Innanzitutto, al contrario dei top manager, i bonus per i dipendenti sono stati previsti soltanto nel 23% degli accordi. L’ammontare, poi, è molto modesto: in media 3 milioni di dollari, lo 0,3% di quanto andato agli azionisti. Ma, a stupire, è soprattutto il fatto che ai lavoratori non sia stata riconosciuta nessuna forma di protezione dagli accordi di cessione delle società. Nonostante i dipendenti siano considerati il principale gruppo di stakeholder dal Davos Manifesto e dalle costituzioni di 31 Stati americani, nessuna tutela è stata loro garantita dai contratti analizzati nello studio. 

Infatti, dei 116 accordi di fusioni o acquisizioni, soltanto 4 prevedevano il divieto di licenziamento. Mentre nessuna protezione è stata concordata nei contratti di vendita delle imprese più grandi, quelle con ricavi superiori ai 10 miliardi di dollari. Cosa ancora più interessante, quei pochi accordi che impedivano la riduzione del numero di lavoratori non erano vincolanti. I contratti per la vendita delle aziende, infatti, erano accompagnati da clausole che escludevano la possibilità di far valere in tribunale la violazione del divieto di licenziamento.

Rischi ignorati e nessuna tutela

Infine, nessun accordo prevedeva il pagamento di un’indennità al dipendente che fosse stato lasciato a casa. E anche gli impegni a non ridurre i salari e i benefit per i lavoratori sono rimasti sulla carta. In nessun caso è stato riconosciuto ai dipendenti il diritto di fare causa in caso di inadempimento.

Anche i rischi per le comunità locali, come quello di delocalizzazione dell’impianto o del quartier generale, sono stati completamente ignorati. 

Per quanto riguarda la tutela di fornitori, creditori e consumatori, nello studio si legge che “i leader delle imprese non hanno mai contrattato per nessun tipo di protezione”. Insomma, sia i costi per l’indotto, dalla ristorazione ai fornitori, sia quelli a carico dei clienti, come i possibili aumenti dei prezzi, non sono stati minimamente affrontati. 

Promesse illusorie

Infine, anche la tutela dell’ambiente non è stata presa in considerazione nelle operazioni di acquisizione o fusione. Ma è l’ipocrisia dei top manager a lasciare basiti. Secondo gli autori dello studio i dirigenti sapevano che le operazioni che stavano portando avanti avrebbero avuto delle ricadute negative. Secondo i tre ricercatori, i manager erano consapevoli che “gli accordi avrebbero avuto rischi significativi per i dipendenti e gli stakeholder”.

Alcune imprese hanno cercato di placare i timori usando, nei propri comunicati agli investitori e ai dipendenti, formule vaghe e oscure come “adeguare i ruoli alle nuove priorità e alle strategie comuni”. Oppure sostenendo che, “con la chiusura dell’accordo, l’azienda si impegnerà a fare un attento progetto di integrazione”.

Le conclusioni di Bebchuk, Kastiel e Tallarita sono categoriche: se lo stakeholder capitalism “non è in grado di funzionare in transazioni da miliardi di dollari e che riguardano centinaia di migliaia di lavoratori, allora la sua rilevanza per la società è probabilmente trascurabile”. L’unico modo per tutelare i gruppi di interesse diversi dagli azionisti, dunque, è soltanto una: cambiare le leggi. “Si dovrebbe evitare di fare affidamento sui leader delle aziende e, piuttosto, concentrarsi sulle riforme del governo”. Con un avvertimento finale: “Il fallimento dello stakeholder capitalism al tempo del Covid dovrebbe far riflettere tutti coloro che sono attratti dalle sue illusorie promesse”. 

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