Leonardo DiCaprio racconta a Forbes il suo impegno per l’ambiente: “Il mondo ci lancia segnali d’allarme”

Leonardo DiCaprio
Leonardo DiCaprio (Jeff J Mitchell/Getty Images)
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Ci sono uomini e ci sono gentiluomini. Leonardo DiCaprio è di certo un gentiluomo. Leo, come lo chiamano gli amici, è uno su cui puoi sempre contare e che mantiene le promesse. Come fece con il suo amico Tobey Maguire, con cui ha recitato nel Grande Gatsby. Si conobbero da bambini, durante un casting, e divennero subito amici. 

DiCaprio è un idealista, si butta con cuore e anima nelle amicizie e nei film. Come quando ha voluto produrre The Wolf of Wall Street, ispirato alla storia dell’imprenditore Jordan Belford, o quando ha passato settimane al freddo nella natura più selvaggia per recitare in Revenant – Redivivo, per cui ha vinto un Oscar. Con la stessa passione, ma anche con un pizzico di razionalità, si butta anche negli investimenti imprenditoriali. Ed è raro che sbagli. Inoltre è un filantropo e mette tutto se stesso quando crede in una causa. Da decenni è un attivista ambientale e un sostenitore delle automobili elettriche e del business sostenibile, quando nessuno ancora ne parlava.

Di recente, ha mostrato il suo supporto per l’Ucraina. “Il mondo è nel caos. Su Instagram ho condiviso il mio supporto per l’Ucraina contro l’invasione russa e ho indicato come poter aiutare tramite associazioni umanitarie che stanno intervenendo attivamente”. Non ha voluto però aggiungere altro, dato che i media avevano da subito insinuato donazioni milionarie, senza chiedergli conferma. Del resto, è una persona che non ama comparire troppo in pubblico se non per promuovere una causa o un progetto in cui crede, come il suo ultimo film su Netflix, Don’t Look Up.

Nei giorni scorsi, il film si è conquistato alcuni tra i principali riconoscimenti alla 74a edizione dei Writers Guild of America Awards, i premi del sindacato degli sceneggiatori. DiCaprio sarà inoltre nel prossimo film di Martin Scorsese, Killers of the Flower Moon, prodotto da entrambi con le loro case di produzione, l’Appian Way Productions e la Sikelia Productions, e distribuito da Paramount Pictures e da Apple Tv+.

Don’t Look Up è un film che le sta particolarmente a cuore per la tematica. Due astronomi si accorgono dell’esistenza di una cometa in rotta di collisione con la Terra e cercano di avvisare il mondo.

Abbiamo girato nel bel mezzo della pandemia e, al momento, le cose paiono avere la stessa complessità. Il messaggio del film è particolarmente importante, perché induce a credere nella comunità scientifica e fa riflettere sulla crisi ambientale. Sono stato felice di interpretare un uomo di scienza con una missione e di poter dare voce a tanti come lui. E la fine è proprio quella che avrei voluto, anche se non è quella che ci si aspetta da un film di Hollywood. Ma forse, se non fosse stata così, non avrei accettato questo ruolo.

Lei è impegnato nella causa ambientale da tanti anni. Cosa pensa della situazione attuale?

Mi preoccupa molto vedere troppe persone che ancora non si occupano con la dovuta serietà della crisi. L’urgenza della situazione è chiara e problemi come il riscaldamento climatico ci hanno dimostrato che siamo alla soglia della catastrofe. Eppure, la gente continua a ignorare tutto questo. Paradossalmente, la stessa cosa è accaduta con la pandemia: non avrei mai immaginato che la gente potesse non credere agli scienziati e pensare che il virus non esistesse. 

Cosa bisogna fare per porre rimedio a tutto questo?

Prima di tutto, si deve agire. È importante avere un comportamento consapevole, con scelte sostenibili sia nella vita privata sia nel business, ma allo stesso modo è importante cercare di premere sui governi e sulla gente al potere, sulle imprese e sul settore privato. Solo così potremo vedere un cambiamento effettivo.

Lei ha dimostrato di credere nel potere della tecnologia di trasformare le industrie dannose per il Pianeta. E ha spronato diverse star a investire nella stessa direzione, creando la tendenza del venture capitalism e degli eco investor.

Adesso sono in molti ad avere associazioni ambientaliste, ma io lanciai la Leonardo DiCaprio Foundation con programmi per proteggere l’ambiente, gli animali e le comunità indigene. Nel 1998 avevo 24 anni e avevo girato Titanic da circa un anno. Ho lavorato moltissimo come attore fin da bambino, ma quel film mi ha dato un grande successo internazionale che mi ha permesso di essere ascoltato.

Ha sostenuto startup di auto elettriche e svariati progetti di sostenibilità. Inoltre ha investito nel settore alimentare.

Nel mio lungo percorso di ricerca ho appreso quanto sia fondamentale combattere la crisi climatica alle radici. Per questo è importante rimodellare radicalmente il nostro sistema alimentare globale e contribuire a limitare il consumo di carne. 

Da dove è nato il suo interesse per l’ambiente?

Fin da bambino sono stato affascinato dagli animali. Sognavo di diventare un esploratore o un biologo marino, di viaggiare in luoghi esotici. Sfogliavo grandi libri ed enciclopedie per scoprire tutto su di loro. E questo mi aiutava anche a uscire dal quartiere povero di Los Angeles in cui sono cresciuto. Fin da bambino sognavo di andarmene. Mi dissi che ce l’avrei fatta anche a costo di grandi sacrifici. Quelle fotografie mi aiutarono ad alimentare la mia immaginazione, a entrare in mondi fantastici quando tutto intorno a me pareva terribile. Fu così che conobbi mari e oceani, foreste, montagne, estraniandomi da tutto il resto. La natura per me è sempre stato un mezzo per salvarmi. All’inizio, il mio impegno era dedicato a sfondare come attore. Ma quando ci riuscii, decisi che volevo assumermi le mie responsabilità. Era una promessa. La prima persona che mi ha ispirato è stato Al Gore (ex vicepresidente degli Stati Uniti e ambientalista, ndr). Lo conobbi in una visita a Washington: ci sedemmo insieme a un tavolo e lui tracciò un disegno dell’atmosfera per farmi rendere conto di quanto la situazione fosse pericolosa per il pianeta e per l’umanità. Fu allora che sviluppai il mio spirito da attivista per salvare il Pianeta.

Da allora ha prodotto molti documentari, tra cui The Loneliest Whale e Cowspiracy – Il segreto della sostenibilità ambientale. Per alcuni progetti ha addirittura viaggiato per il mondo per intervistare i leader mondiali.

Tutti i documentari che ho realizzato fanno parte della mia ricerca a favore dell’ambiente, con cui spero di creare consapevolezza e spingere la gente all’azione. Alcuni documentari sono realizzati proprio come veri e propri film, perché credo prima di tutto nel potere delle storie per raggiungere una vasta audience. 

Con questo spirito ha realizzato Sea of Shadows: Trafficanti di mare, che mette in luce anche un commercio losco poco noto.

Ha come protagonista un coraggioso gruppo di ambientalisti che cerca di fermare il commercio illegale di totoaba nel Mare di Cortez, in Messico. La vaquita, una rara focena endemica del Golfo di California, è infatti prossima all’estinzione poiché il suo habitat naturale è stato distrutto da un cartello messicano. Quest’ultimo pesca selvaggiamente il totoaba, la cui vescica natatoria è ricca di proprietà curative e viene venduta in Cina e nei Paesi asiatici a cifre da capogiro, tanto da essere soprannominata la “cocaina del mare”.

Cosa suggerisce per migliorare la situazione?

Credo che il primo impegno debba arrivare dai governi e dai nostri politici. Ci sono quelli che chiamo gli eroi dell’ambiente, come Naomi Klein, che con il suo libro Una rivoluzione ci salverà esplora il rapporto tra capitalismo e ambiente. Un altro grande esempio di attivismo ambientale è la giovane svedese Greta Thunberg, che si rivolge soprattutto ai giovani. Credo che il mondo ci stia lanciando segnali d’allarme in tutti i campi. Stime recenti indicano che abbiamo bisogno di un livello di finanziamento ambientale dieci volte superiore per promuovere progetti che aiutino a stabilizzare gli ecosistemi. Sono convinto che si debba investire sulle generazioni future.

In che modo?

È stato mio padre, George DiCaprio, di origini italiane, a trasmettermi l’amore per la natura. Era un fumettista underground ed è anche un attivista ambientale e un grande amante dei libri. Con lui ho imparato ad apprezzare Ernest Hemingway e le sue opere, come Il vecchio e il mare, metafora del rapporto tra uomo e natura. I miei genitori mi portavano spesso al Museo di storia naturale di a Los Angeles, dove mi divertivo a guardare documentari e video sulla biodiversità e sul pianeta. Fu allora che nacque il mio impegno. Ora posso viaggiare, e non devo limitarmi a fantasticare. Amo moltissimi luoghi come la Cambogia, la Polinesia francese, la foresta amazzonica. Luoghi dove la natura è ancora meno contaminata, lontana dalla civiltà. E lì trovo sempre pace ed equilibrio.

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