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Investimenti 24 Giugno, 2020 @ 12:20

Jeff Bezos e Amazon lanciano un fondo da 2 miliardi per l’ambiente

di Forbes.it

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amazon jeff bezos
Mark Wilson – Getty Images

Jeff Bezos e Amazon proseguono lungo la strada per la tutela dell’ambiente. Dopo aver promesso, nel mese di febbraio, un investimento pari a 10 miliardi di dollari, all’epoca quasi il 10% della propria fortuna, per combattere il cambiamento climatico e salvaguardare la Terra, il ceo e fondatore del colosso dell’e-commerce ha deciso – come rivela il Wall Street Journal  di lanciare un nuovo fondo di capitale di rischio da 2 miliardi di dollari da investire in energia pulita e altre tecnologie proprio per ridurre l’impatto ambientale dovuto ai cambiamenti climatici.

Un investimento importante che ricade all’interno di un piano più grande, ossia quello soprannominato “Climate Pledge”(annunciato lo scorso settembre). L’obiettivo, seppur molto imponente, è abbastanza mirato: portare la società a zero emissioni di carbonio entro il 2040.

Il ruolo di Jeff Bezos e Amazon per l’ambiente

Entrando nel merito del funzionamento di questo fondo da 2 miliardi di dollari, soprannominato “Climate Pledge Fund”, la stessa Amazon ha spiegato, in un comunicato, che servirà “a sostenere lo sviluppo di tecnologie sostenibili e di decarbonizzazione” e che le risore saranno impiegate per “investire in aziende visionarie i cui prodotti e soluzioni agevoleranno la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio”.

Proprio riguardo la connessione tra gli investimenti a sostegno del tema ambientale e le aziende, la stessa società fondata e diretta da Jeff Bezos ha evidenziato che quest’ultime operano in diversi e molteplici settori: dai trasporti e l’energia, fino ad arrivare allo stoccaggio delle batterie e all’agricoltura e che, come rivela lo stesso Bezos, saranno “di tutto il mondo e di tutte le dimensioni e fasi, dalle start-up fino ad arrivare alle aziende consolidate”. Inoltre, i 2 miliardi messi sul piatto da questo nuovo fondo dovrebbero essere solo l’inizio di altri investimenti.

Le critiche

Anche se nel 2019 è stato un anno da record per Amazon (considerando che le vendite nette sono incrementate del 22%) e che il 2020, nonostante il Covid-19, abbia fatto toccare nuovi massimi alle azioni del titolo e contemporaneamente aumentare il patrimonio di Jeff Bezos, l’e-commerce, proprio in tema ambientale, ha ricevuto notevoli critiche.

Proprio nel 2019, infatti, nonostante l’impegno preso con il piano “Climate Pledge”, Amazon ha riportato un aumento delle emissioni di carbonio del 15%. Un dato che non è affatto piaciuto neanche all’interno dell’azienda stessa, tant’è che qualche mese fa, precisamente a gennaio, diversi dipendenti su Medium hanno criticato la politica ambientale di Amazon, chiedendo “più impegno”.

 

Trending 19 Aprile, 2020 @ 11:41

Cosa resterà del dibattito sul clima dopo il Coronavirus, secondo Goldman Sachs

di Alessandro Turci

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greta thunberg
Un manifesto pubblicizza il più recente libro dell’attivista ambientale Greta Thunberg (Shutterstock)

La Pandemia sta cambiando, e in modo definitivo, il dibattito sul clima. Bisogna innanzitutto ammettere che il dibattito sul tema era giunto a un punto morto. Due le cause principali:

– la totale incapacità dei governi nel gestire il cambiamento climatico, incapacità resa evidente dal puntuale fallimento di tutte le Conferenze mondiali sul tema (le celebri COP, Conferenza delle Parti).

– la narrazione apocalittica, basata sul modello pessimistico e accusatorio, degli ambientalisti che ha finito per stancare e far allontanare dal tema il pubblico neutrale non specialista.

Non conta invece, in quanto folklore, il cicaleccio dei negazionisti.

Chi invece non ha tempo da perdere, e nemmeno denaro da perdere, come ad esempio Goldman Sachs, ha scattato una nitida fotografia in un report dal titolo GS Sustain – Covid19- Shifting the climate change debate, che parla molto chiaro. Un’immagine capace di illuminare tanto le sfide quanto le opportunità.

Prima di tutto, cos’è successo? Il report sottolinea al principio come il coronavirus abbia spostato il dibattito perché invece di lasciarlo alla palude della teoria, ha creato un concreto scenario di basse emissioni che mai l’azione dei governi avrebbe potuto conseguire per via politica e diplomatica. Lo shutdown ha insomma fornito dei dati oggettivi, non delle proiezioni ipotetiche, che ci permettono di capire meglio lo scenario futuro.

Goldman Sachs nota come Covid-19 abbia fatto registrare, ad oggi, il calo più marcato nelle emissioni di gas serra della storia. La pandemia ha colpito il 97% del Pil mondiale facendolo scendere, in media globale, del 2,5%. Tradotto in termini di emissioni di carbonio, per il solo 2020, parliamo di una diminuzione dei livelli che varia dalle 4 alle 5 volte i livelli pre-crisi.

Siamo insomma di fronte a un interrogativo e a un bivio. La madre di tutte le domande è sapere se il carbonio abbia raggiunto il suo picco storico. Lo lascerebbe pensare il fatto che questa crisi, non essendo di origine finanziaria ma sanitaria, sarà diversa nel ritorno alla status quo ante bellum rispetto a tutte le crisi passate, le quali hanno sempre fatto registrare un ritorno di emissioni pari ai livelli precedenti.

Ma il bivio resta di fronte a noi. Goldman Sachs mette in rilievo come i fattori che aiuterebbero il Re Carbonio a tornare sul trono del mondo sono tre: gli stimoli fiscali che i governi potrebbero mettere in campo in favore delle potenti aziende dell’energia fossile; le scelte strategiche della Cina in campo di energia fossile; i bassi prezzi dell’energia fossile.

Il fattore che potrebbe al contrario sancire la fine del dominio del carbonio (che in questo caso avrebbe raggiunto, causa coronavirus, il suo picco con dieci anni d’anticipo sul previsto) è uno, ma spalmato su due attori: e cioè l’implementazione delle energie rinnovabili da parte del settore privato con il dovuto sostegno e stimolo (vincolo?) da parte dei governi.

Purtroppo, nonostante una bella notizia sulla qualità dell’aria (migliorata del 30-40% in nord Italia, a San Francisco, a New York e in alcune zone della Cina) la storia potrebbe non essere a lieto fine. C’è solo da augurarsi che i calcoli fatti a Parigi (COP 21) sui target da raggiungere siano errati, ma se al contrario sono corretti prepariamoci a una radiografia impietosa.

Per Goldman Sachs, numeri alla mano, anche lo scenario più favorevole, quello cioè basato sul picco del carbonio nel 2020 e l’implementazione delle rinnovabili, non sarebbe sufficiente al raggiungimento degli obiettivi di Parigi, che occorre ricordare impongono un limite al surriscaldamento del Pianeta di massimo 1,5° entro il 2050.

Per ottemperare a quanto Parigi chiede, la riduzione di emissioni dovrebbe procedere al ritmo compreso tra il 3% e il 6% annuo, mentre nell’attuale fase di shutdown, che tutti possiamo tangibilmente percepire, siamo nell’ordine dello 0,5%-1,0% con una proiezione al 5,4% se la situazione attuale rimanesse identica fino al 31 dicembre 2020.

Gli analisti di Goldman Sachs stimano che il 29% delle emissioni cinesi di gas serra viene dal settore delle infrastrutture, cioè dalla fabbricazione, trasporto e assemblaggio di acciaio e cemento. Nel 2020 in Cina le infrastrutture cresceranno del 3% e del 12% a livello globale, perché sono una forma classica, essendo semplice e collaudata, di stimolo da parte dei governi alla ripartenza dell’economia.

E’ una foto di chiaroscuri: per gli esperti di Goldman Sachs il trasporto aereo rimarrà debole anche in tutto il 2021, mentre il settore delle auto elettriche avrà un incremento significativo, a discapito però di quello tradizionale, che fino al 2023 non vedrà spiragli di luce.

Ma di quale luce parliamo, alla fine dei conti? La banca d’affari sembra non avere dubbi: senza ipocrisie il costo sociale della decarbonizzazione sembra al momento fuori dalla portata dell’umanità, a meno di non ipotizzare un impatto a “magnitudo Covid-19” per i prossimi tre decenni.

Solo a quel punto, e con l’ausilio di una radicale riconversione green di tutta l’economia mondiale (supportata dall’innovazione, perché il livello attuale d’ingegneria green non basta), gli obiettivi di Parigi sarebbero realistici.

Giunti alla fine del documento di Goldman Sachs tutti autorizzati a dire, dal proprio lato della barricata, è esattamente come pensavo io? No, l’esatto contrario.

Se il picco del carbonio è raggiunto in questo momento, con dieci anni d’anticipo, e i governi fossero pronti ad adottare la tecnologia green già operativa e a dare contemporaneamente stimoli importanti alla ricerca e allo sviluppo di una ancora più performante, forse vale la pena fare un tentativo per sconfiggere l’ultimo, clamoroso tabù. Quale? Parigi non dice che in pericolo estinzione c’è il Pianeta, in pericolo estinzione ci siamo noi.

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22 Gennaio, 2020 @ 10:16

Sostenibilità ambientale: l’impegno e le iniziative di Tempocasa

di Forbes.it

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(Shutterstock)

“Un mondo sostenibile è quello che combatte la povertà e crea opportunità eque per tutti”. Così Valerio Vacca, direttore della comunicazione di Tempocasa, racconta a Forbes l’idea che ha spinto il Gruppo ad aprirsi al tema principale che guiderà nei prossimi anni le misure economiche e politiche di tutti i Paesi del mondo: la sostenibilità.

Cosa significa sostenibile per Tempocasa?

Per noi un mondo sostenibile è quello che combatte la povertà e crea opportunità eque per tutti. Per questo in seno alla nostra azienda è nata da poco l’associazione benefica “Un sogno per tutti”, prossima al riconoscimento di Onlus: una realtà che raccoglierà fondi a favore di cause benefiche, donando di fatto il 99% di quanto incassato. Ci siamo resi conto che, negli anni passati, le agenzie hanno sposato e supportato diversi progetti solidali, tra cui quelli di AIL per sostenere la ricerca medica e di “Tempocasa for Uganda”, un’iniziativa che ci ha permesso di costruire due scuole e donare un futuro migliore a centinaia di bambini dell’Africa. Per noi essere eco-sostenibili significa prestare attenzione e migliorare l’ambiente in cui viviamo non solo sotto il profilo ambientale, ma anche economico, sociale e istituzionale.

Come state declinando il tema della sostenibilità all’interno del vostro core business?

Per quanto riguarda la sfera ambientale stiamo lavorando su due fronti. In prima battuta abbiamo conferito un’impronta “verde” al marketing e al merchandising: i gadget che regaliamo ai clienti sono infatti ecosostenibili. Negli uffici, e nella sede centrale, ci impegniamo a differenziare i rifiuti come da manuale. Secondariamente, invece, quando trattiamo immobili da ristrutturare, cerchiamo sempre di orientare il cliente verso quel nucleo di imprese che hanno dimostrato di essere al passo coi tempi e che sono in grado di garantire interventi mirati e veramente sostenibili. Più in generale, poi, Tempocasa si sta allineando alla certificazione Iso9001, che di certo ci porta benefici a livello di credibilità, ma consente allo stesso tempo di allineare l’azienda alle direttive della Comunità europea. Nel nostro quotidiano ragioniamo nell’ottica dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, un programma d’azione sottoscritto dai Paesi membri dell’Onu. Noi ovviamente non abbiamo la pretesa di avere il peso specifico di una nazione, ma di certo siamo sicuri che il contributo di ogni tassello della realtà socio-economica italiana e internazionale può e deve fare la differenza.

Trending 6 Maggio, 2019 @ 2:59

Allarme Onu: una specie animale e vegetale su 8 si estinguerà a breve

di Simona Politini

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Allarme Onu: 1 specie su 8 a rischio estinzione in pochi decenni - Rapporto Ipbse

Biodiversità in pericolo: circa un milione di specie animali e vegetali tra gli 8 milioni stimati presenti sulla terra sono a rischio di estinzione, molti nei prossimi decenni. È questo l’allarme lanciato dall’organismo Onu per la biodiversità composto da 145 ricercatori provenienti da 50 paesi, affiancati da altri 310 collaboratori, che negli ultimi tre anni si sono cimentati nella compilazione di quello che può essere considerato il rapporto più esaustivo e schiacciante mai compilato al mondo sullo stato della natura: il Rapporto Ipbes, la piattaforma intergovernativa per la scienza e la politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici.

Ben 1.800 pagine compongono lo studio e quello che riportano non prelude a nulla di buono se l’uomo continuerà a percorrere la stessa strada mosso da un unico obiettivo: il profitto. il Rapporto, infatti, valuta i cambiamenti negli ultimi cinquant’anni, fornendo un quadro completo della relazione tra i percorsi di sviluppo economico e il loro impatto sulla natura offrendo anche una gamma di possibili scenari per i prossimi decenni.

“Le prove schiaccianti del Global Assessment Ipbes presenta un quadro inquietante”, ha detto il presidente dell’Ipbes, Sir Robert Watson. “La salute degli ecosistemi da cui dipendiamo noi e tutte le altre specie si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo erodendo le basi stesse delle nostre economie, mezzi di sussistenza, sicurezza alimentare, salute e qualità della vita in tutto il mondo “.

Sulla base della revisione sistematica di circa 15.000 fonti scientifiche e governative, il Rapporto attinge (per la prima volta su questa scala) sulla conoscenza indigena e locale.

“La diversità all’interno delle specie, tra le specie e degli ecosistemi, così come molti contributi fondamentali che ricaviamo dalla natura, stanno declinando rapidamente, sebbene abbiamo ancora i mezzi per garantire un futuro sostenibile per le persone e il pianeta.”, ha affermato la prof.ssa Sandra Díaz (Argentina) che ha contribuito allo studio.

Biodiversità, allarme Onu: un milione di specie sono minacciate di estinzione sul pianeta

Il Rapporto Ipbes rileva che circa 1 milione di specie animali e vegetali sono ora più che mai nella storia dell’umanità minacciate di estinzione, molte entro qualche decennio.

L’abbondanza media di specie autoctone nella maggior parte degli habitat terrestri è diminuita di almeno il 20%, soprattutto dal 1900. È minacciato più del 40% delle specie di anfibi, quasi il 33% dei coralli e più di un terzo di tutti i mammiferi marini. L’immagine è meno chiara per le specie di insetti, ma le prove disponibili supportano una stima provvisoria del 10% sottoposto a minaccia di estinzione. Almeno 680 specie di vertebrati sono state portate all’estinzione dal 16 ° secolo e più del 9% di tutte le razze di mammiferi domestici utilizzate per il cibo e l’agricoltura si sono estinte entro il 2016, con almeno 1.000 altre razze ancora minacciate.

“Gli ecosistemi, le specie, le popolazioni selvatiche, le varietà locali e le razze di piante e animali domestici si stanno restringendo, deteriorandosi o scomparendo. La rete essenziale e interconnessa della vita sulla Terra sta diventando sempre più piccola”, ha affermato il professor Settele. “Questa perdita è un risultato diretto dell’attività umana e costituisce una minaccia diretta per il benessere umano in tutte le regioni del mondo”.

Biodiversità in pericolo: le cause dell’estinzione di un milione di specie nei prossimi decenni

Secondo il Rapporto Ipbes i cinque fattori diretti ai quali si può imputare il cambiamento in natura con il maggiore impatto globale sono, in ordine decrescente: (1) cambiamenti nell’uso della terra e del mare; (2) sfruttamento diretto degli organismi; (3) cambiamenti climatici; (4) inquinamento e (5) specie esotiche invasive.

Il rapporto rileva che, dal 1980, le emissioni di gas serra sono raddoppiate, facendo salire le temperature medie di almeno 0,7 gradi Celsius – con i cambiamenti climatici che hanno già influenzato la natura dal livello degli ecosistemi a quello della genetica – gli impatti dovrebbero aumentare nei prossimi decenni, in alcuni casi sorpassa l’impatto del cambio di uso della terra e del mare e altri fattori.

Ambiente, l’Onu lancia l’allarme biodiversità: il declino della vita sulla terra sta accelerando

Altre importanti conclusioni del Rapporto Ipbes includono:

• Tre quarti dell’ambiente terrestre e circa il 66% dell’ambiente marino sono stati significativamente modificati dalle azioni umane. In media queste tendenze sono state meno severe o evitate nelle aree detenute o gestite dalle popolazioni indigene e dalle comunità locali.
• Più di un terzo della superficie terrestre del mondo e quasi il 75% delle risorse di acqua dolce sono ora destinate alla produzione di colture o bestiame.
• Il valore della produzione agricola è aumentato di circa il 300% dal 1970, il raccolto di legname grezzo è aumentato del 45% e circa 60 miliardi di tonnellate di risorse rinnovabili e non rinnovabili sono ora estratte a livello globale ogni anno – quasi il doppio dal 1980.
• Il degrado del suolo ha ridotto la produttività del 23% della superficie terrestre globale, fino a 577 miliardi di dollari in colture globali annuali sono a rischio di perdita degli impollinatori e 100-300 milioni di persone sono a maggior rischio di inondazioni e uragani a causa della perdita di habitat costieri e protezione.
• Nel 2015, il 33% degli stock ittici marini veniva raccolto a livelli insostenibili; Il 60% è stato pescato in modo massimamente sostenibile, con appena il 7% di raccolti a livelli inferiori rispetto a quelli che possono essere pescati in modo sostenibile.
• Le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992.
• L’inquinamento plastico è aumentato di dieci volte dal 1980, 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri rifiuti da impianti industriali sono gettati ogni anno nelle acque del mondo, ei fertilizzanti che entrano negli ecosistemi costieri hanno prodotto più di 400 “zone morte” oceaniche, per un totale di oltre 245.000 km2 (591-595) – un’area combinata superiore a quella del Regno Unito.
• Le tendenze negative in natura continueranno fino al 2050 e oltre in tutti gli scenari politici esaminati nel Rapporto, ad eccezione di quelli che includono il cambiamento di trasformazione – a causa dell’impatto previsto dell’aumento dei cambiamenti nell’uso del suolo, dello sfruttamento degli organismi e dei cambiamenti climatici, sebbene con significative differenze tra regioni.