L’inflazione colpisce il tenore di vita degli inglesi. Ma il mondo della finanza è sempre più ricco

finanza Londra
Il distretto finanziario di Londra (foto Leon Neal/Getty Images)
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Mentre i cittadini inglesi sono alle prese con un’inflazione record, che si mangia una parte sempre maggiore dei loro stipendi, c’è un settore che non conosce crisi: la finanza. Chi lavora per banche e assicurazioni, infatti, sta guadagnando molto più del solito e sente meno gli effetti del carovita. Secondo l’Institute for Fiscal Studies (Ifs), questi lavoratori hanno beneficiato di aumenti salariali doppi rispetto al resto della popolazione. A febbraio di quest’anno, si legge nello studio Return of bumper pay growth in finance fuels new rise in earnings inequality (“Il ritorno di aumenti eccezionali nella finanza alimenta un nuovo incremento della disuguaglianza di reddito”), la paga media nel mondo della finanza era del 31% più alta in confronto al dicembre 2019, contro il 14% degli altri settori. Se si esclude l’inflazione, la crescita è stata del 23% e del 7%, rispettivamente.

Si tratta di un fatto insolito: tra il 2014 e il 2019, infatti, l’aumento dei salari medi degli impiegati del comparto è stato in linea con quello degli altri lavoratori. “Negli ultimi mesi c’è stato un forte incremento nelle retribuzioni nel settore finanziario e assicurativo, a livelli mai visti negli ultimi dieci anni”, scrive Xiaowei Xu, ricercatore all’Ifs. Il trend si è intensificato a partire da ottobre 2021, quando la crescita dei redditi del settore ha “drammaticamente sopravanzato il resto dell’economia”. 

Anche i dati del Monthly Wages and Salaries Survey (Mws) confermano i risultati dell’Ifs. Dal dicembre 2019 al febbraio 2022 gli stipendi nel “comparto finanziario e dei servizi di business” – che comprende però anche l’immobiliare e i servizi amministrativi e professionali – sono cresciuti del 15%, contro l’11% degli altri settori.

Un affare per i super manager

È difficile contestare i risultati dello studio dell’Ifs. Non vale neanche l’obiezione secondo cui le paghe del mondo della finanza sono influenzate dai bonus, distribuiti proprio a gennaio e febbraio. Il divario tra i settori, infatti, è iniziato nell’autunno del 2021 e “la recente impennata delle retribuzioni eccede di gran lunga qualunque andamento stagionale registrato negli anni precedenti”, si legge nel report. Le statistiche Mws, inoltre, “suggeriscono che la gran parte (quasi l’80%) degli aumenti delle paghe nel comparto dei servizi finanziari e di business sia dovuto a un incremento dei compensi regolari piuttosto che dei bonus”. Insomma, i pur sostanziosi premi hanno un ruolo marginale. “Sembra che questa sia la prima volta dalla crisi finanziaria che il settore è decollato in modo così netto”, ha dichiarato Xiaowei Xu. “Rimane da vedere se si tratta di un picco o di un nuovo trend”.

Un aspetto, soprattutto, merita di essere sottolineato: a guadagnarci sono stati soprattutto i super manager. L’aumento, infatti, è stato trainato dai lavoratori ad “alto reddito”. Sebbene in quasi tutte le industrie l’aumento medio dei compensi sia stato superiore alla mediana (il valore al centro della distribuzione), con la conseguenza che i più ricchi hanno beneficiato di incrementi maggiori, in nessun comparto il divario è stato così marcato come nella finanza. In questo settore, “il contrasto è particolarmente netto”: la crescita della paga media (31%) è stata di due terzi maggiore della crescita di quella mediana (19%).

Le cause

Tuttavia, se i numeri sono cristallini, non altrettanto si può dire dei motivi dietro a questo trend. Tra le cause potrebbero esserci gli elevati profitti registrati da alcuni colossi bancari, dovuti in parte alle numerosi fusioni avvenute negli ultimi due anni. Si tratta, comunque, di una spiegazione non esaustiva. Infatti, “l’output del settore finanziario, nel suo complesso, non sembra essere cresciuto più di quello di altri settori”.

Inoltre, l’incremento delle paghe registrato nella finanza non è stato causato da un calo del numero di lavoratori: un fatto che, in teoria, avrebbe aumentato il loro potere contrattuale nei confronti dei datori. Al contrario di quanto avvenuto in altri comparti dell’economia, in cui la Brexit e i pensionamenti dei baby boomer hanno ridotto l’offerta di lavoro, per banche e assicurazioni ciò non è avvenuto. La finanza, infatti, “non è più dipendente di altri settori dagli immigrati Ue” e non c’è stata un’ondata di dimissioni dei lavoratori tra i 50 e i 70 anni.

La fine della redistribuzione

Al netto delle cause del fenomeno, lo studio dell’Ifs sottolinea anche un’altra cosa: il problema della giustizia sociale. Dal momento che “lavora nella finanza il 29% dei dipendenti che ricadono nell’1% più ricco, e il 44% di quelli nello 0,1% più ricco”, l’incremento dei compensi in questo settore “ha contribuito a spingere verso l’alto la disuguaglianza dei redditi”. Negli ultimi due anni, infatti, gli aumenti maggiori si sono registrati tra i lavoratori meglio pagati. Nel complesso, “tra dicembre 2019 e febbraio 2022, le retribuzioni mensili sono cresciute del 10-12%”, mentre quelle dell’1% più ricco del 14%. “Questo dato è in netto contrasto con gli anni che precedono la pandemia, quando i lavoratori meno pagati hanno visto i propri salari crescere di più rispetto a quelli delle classi medie e alte”, prosegue il report.

La situazione diventa ancora più preoccupante alla luce dello stato di salute dell’economia britannica. Il governo guidato da Boris Johnson fatica a contenere i rincari energetici, mentre sono andati in pensione gli aiuti varati durante il Covid, che erano riusciti a ridurre le disparità di reddito tra le famiglie. Insomma, il periodo della redistribuzione è ormai finito. Senza i sussidi del governo, e con un’inflazione altissima, il rischio, per molti, è quello di un peggioramento delle condizioni di vita. “Il cambiamento dei trend pre pandemici verso una maggiore eguaglianza retributiva può implicare una maggiore disuguaglianza dei redditi familiari negli anni a venire”, conclude il report dell’Ifs.

Il circolo vizioso

Nel frattempo, le cifre dello studio hanno alimentato un acceso dibattito nel Regno Unito. Anche perché fanno a pugni con l’appello fatto ai sindacati dal governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey. Il capo della banca centrale, preoccupato da una possibile spirale inflazionistica, nei giorni scorsi aveva chiesto ai lavoratori di contenere le richieste di aumenti salariali.

Il pericolo è che si inneschi un circolo vizioso tra prezzi e stipendi in ascesa, che ridurrebbe ulteriormente il potere d’acquisto dei consumatori. Quello che è certo è che finora sono stati i ceti meno abbienti a sopportare il peso di un’inflazione che è al massimo da trent’anni. E secondo le stime della banca centrale, la crescita dei prezzi, adesso al 7%, potrebbe arrivare in doppia cifra entro la fine dell’anno.

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