Il neo miliardario Federico De Nora porta l’idrogeno verde in Borsa: capitalizzazione di 2,7 miliardi

Federico De Nora
Federico De Nora, presidente di Industrie De Nora (foto Sergio Oliverio/Imagoeconomica)
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A 99 anni dalla fondazione, Industrie De Nora sbarca in Borsa. Il gruppo elettrochimico debutta a Piazza Affari oggi, giovedì 30 giugno. Come ha scritto il Sole 24 ore, è il primo a quotarsi in Italia dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.

Il prezzo delle azioni è stato fissato a 13,50 euro, cioè al minimo della forchetta (13,50-16,50). La capitalizzazione è di 2,7 miliardi di euro. Poco più della metà, quindi, dei cinque miliardi ipotizzati a febbraio, nel giorno dell’annuncio della quotazione, ma più del doppio rispetto alla valutazione di 1,2 miliardi data lo scorso anno da Snam al momento di acquistare il 32,9% della società. L’offerta pubblica iniziale genererà 474 milioni di euro. 200 andranno alla società, 274 agli azionisti venditori.

Nel 2021 Industrie De Nora ha registrato ricavi per 616 milioni di euro, di cui circa il 90% sui mercati esteri, e un margine operativo lordo di 127 milioni. Ha 1.700 dipendenti, cinque centri di ricerca e sviluppo e 25 sedi operative. Il suo presidente, Federico De Nora, è uno dei 52 italiani sulla lista dei miliardari di Forbes 2022, con un patrimonio di 2,6 miliardi di dollari.

Il fondatore, padre dell’Amuchina

Il fondatore di Industrie De Nora era il nonno di Federico. Era nato il 19 marzo 1899 ad Altamura, in provincia di Bari, e si chiamava Oronzio Giuseppe Galileo De Nora: Oronzio come il nonno, Giuseppe come il santo della sua data di nascita e Galileo come uno dei miti del padre, ingegnere. Combatté nella Prima guerra mondiale, per la quale nel 1974 ottenne una Croce di guerra. Si trasferì poi a Milano, dove, nel 1922 si laureò in ingegneria elettrotecnica al Politecnico.

L’anno successivo fu quello della sua invenzione più celebre. Una mattina del 1923, ha raccontato Francesca Olivini, curatrice del Museo della scienza e della tecnologia di Milano, De Nora si ferì a una mano nel suo laboratorio. Senza nulla per medicarsi, immerse il dito nella soluzione contenuta nella cella su cui lavorava. Si asciugò, si coprì la mano con un fazzoletto e riprese a lavorare. Dopo un paio d’ore, la ferita si era rimarginata. De Nora comprese che il liquido – l’ipoclorito di sodio – disinfettava e favoriva la cicatrizzazione. In quell’anno, dopo altri esperimenti, lo brevettò in Germania. Pensò di chiamarlo “ossicloruro elettrolitico”. Fu il padre a trovare un nome più accattivante: pensò al termine greco muche, “ferita”, e aggiunse un’alfa privativa. Amuchina, quindi: “Senza ferita”.

La crescita e la “Ferrarina”

Non è stata però l’Amuchina a fare la fortuna di Oronzio De Nora. Il brevetto fu infatti venduto e appartiene oggi alla Angelini. Industrie De Nora nacque invece, sempre nel 1923, per produrre elettrodi. Un settore che avrebbe rivoluzionato negli anni ’60 con la tecnologia Dsa, con cui sostituì la grafite con il metallo. I processi divennero meno inquinanti, il fabbisogno di energia minore.

Nello stesso periodo, De Nora tentò l’avventura nel mondo delle auto. Nel 1961 Enzo Ferrari negò all’ultimo momento il logo della sua azienda alla Mille, una vettura sportiva di piccola cilindrata, con motore e telai progettati da ingegneri Ferrari e carrozzeria disegnata dall’esordiente Giorgetto Giugiaro. Fu De Nora, allora, a farsi avanti e a produrla con una nuova azienda, Autocostruzioni Società per Azioni, che avrebbe chiuso nel 1969. La Mille fu ribattezzata Asa 1000 Gt, ma per tutti fu “la Ferrarina”.

La multinazionale tascabile

Nel 1969 De Nora iniziò la sua espansione all’estero. In quell’anno siglò una joint venture con la giapponese Mitsui, poi aprì stabilimenti in India, in Brasile, a Singapore e in Cina. Firmò contratti con giganti come Bayer, l’azienda che produce l’Aspirina, e Foxconn, uno dei più grandi produttori mondiali di componenti elettrici ed elettronici, fornitore di società come Apple, Dell e Hp.

A Oronzio De Nora, morto nel 1995, sono succeduti il figlio, Niccolò, e poi i nipoti, Federico e Michele. Anche sotto la loro guida l’azienda ha continuato a crescere con acquisizioni e joint venture. Tra queste c’è Thyssenkrupp Nucera, una società che appartiene per il 34% a De Nora e per il 66% a Thyssenkrupp, gruppo tedesco da più di 34 miliardi di euro di fatturato nel 2021. Nel 2017 la famiglia De Nora ha ceduto il 32,9% dell’azienda alla società di investimento Blackstone, che ha venduto a sua volta a Snam lo scorso anno.

De Nora oggi

Nel XXI secolo Industrie De Nora si è aperta a manager esterni: dal 2010, la carica di amministratore delegato è di Paolo Dellachà. Dopo la fine della Montedison e la crisi della chimica italiana, poi, ha iniziato a guardare anche a nuovi mercati. Sebbene resti uno dei maggiori produttori mondiali di elettrodi – 700mila metri quadri all’anno -, De Nora punta oggi sul trattamento delle acque e sulla transizione energetica. In particolare, sul cosiddetto ‘idrogeno verde’, cioè ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua in celle alimentate da energie rinnovabili. La sede è la stessa del 1923: via Leonardo Bistolfi 35 a Milano.

Federico De Nora, 54 anni, in azienda dal 1993 e oggi presidente, era la 24esima persona più ricca d’Italia e la 1196esima più ricca al mondo secondo la classifica dei miliardari di Forbes del 2022. Secondo la graduatoria in tempo reale, alle 17 del 28 giugno era al 32esimo posto in Italia e 1728esimo nel mondo, con una fortuna di 1,7 miliardi.

Un cugino di Federico De Nora, Matteo, che non ha interessi nell’azienda di famiglia, ha guadagnato invece articoli sui giornali per ragioni sportive: è il team principal di New Zealand, l’imbarcazione che nel 2021 ha sconfitto Luna Rossa per la Coppa America.

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