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Investimenti 7 Luglio, 2020 @ 2:49

La Palantir Technologies di Peter Thiel si prepara alla quotazione

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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L’imprenditore statunitense Peter Thiel, co-fondatore di Palantir, ha un patrimonio netto stimato di 2,3 miliardi di dollari. (Photo by Michael Cohen/Getty Images for The New York Times)

Palantir Technologies, società statunitense di software, specializzata nell’analisi di big data, ha annunciato di aver presentato alla Sec una richiesta di quotazione, che potrebbe tradursi in una delle più grandi Ipo tech dallo sbarco in borsa di Uber dell’anno scorso.

Nella nota Palantir ha evidenziato che “la quotazione pubblica dovrebbe avvenire dopo che la Sec avrà completato il processo di revisione, soggetto a condizioni di mercato e di altro tipo”. Non ha quindi esplicitato le tempistiche, né fornito altre informazioni sul flottante o la forchetta di prezzo delle azioni in vendita.

Palantir è stata fondata nel 2004 da Joe Lonsdale, Nathan Gettings, Steven Cohen, Alex Karp insieme all’imprenditore statunitense Peter Thiel, co-fondatore anche di PayPal e uno dei primi investitori in Facebook, di cui ha venduto la maggior parte della sua partecipazione rimanendo però nel consiglio di amministrazione. Secondo Forbes ha un patrimonio netto stimato di 2,3 miliardi di dollari. Mentre Palantir, che ha raccolto in tutto circa 3 miliardi di dollari di finanziamenti da parte di vari investitori, tra cui In-Q-Tel, il braccio di investimento della CIA, avrebbe raggiunto una valutazione di oltre 20 miliardi di dollari.

Dopo il debutto da record di Lemonade, sembra quindi che il Covid-19 non abbia frenato la voglia di quotazione delle big tech e che presto potremmo assistere ad altri grandi debutti.

Investimenti 2 Aprile, 2020 @ 2:50

Le 10 azioni che hanno tenuto testa al peggior trimestre delle Borse dal 1987

di Forbes.it

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Il nyse di new york (migliori titoli in Borsa durante il coronavirus)
Il floor del New York Stock Exchange (Photo by Drew Angerer – Getty Images)

di Sergei Klebnikov per Forbes.com

Il coronavirus ha causato un calo molto grave sui mercati finanziari durante i primi tre mesi del 2020 (il Dow Jones per esempio ha riportato una perdita del 23%, ossia il suo peggior trimestre dal 1987, mentre l’S&P 500 è è andato incontro a un crollo del 20%, la sua più grande perdita trimestrale dal 2008). Nonostante il sell-off legato alla pandemia, ci sono alcune aziende che hanno sovraperformato nel massacro del mercato azionario.

Statistica cruciale: solo 31 titoli nell’intero S&P 500 — poco più del 6% dell’indice – hanno riportato guadagni netti per il primo trimestre 2020. I restanti 469 titoli sono tutti in rosso, secondo i dati Bloomberg per il trimestre conclusosi il 31 marzo.

Coronavirus, i 10 migliori titoli in Borsa

Regeneron Pharmaceuticals: +30%

Il titolo dell’azienda Regeneron Pharmaceuticals è quello più performante nel primo trimestre. Esso, infatti, ha riportato un rialzo del 30%. La società americana di biotecnologie è in prima linea negli sforzi per sviluppare un trattamento per il coronavirus e recentemente ha avviato una sperimentazione clinica per un nuovo farmaco per curare la malattia.

Citrix Systems: +27,6%

Al secondo posto di questa particolare classifica dei migliori titoli che hanno guadagnato di più in Borsa in questi tre mesi del 2020 vi è la società di cloud computing e software Citrix Systems. Grazie al fatto di aver beneficiato di un numero maggiore di persone costrette a lavorare in smartworking, il suo titolo in Borsa  ha riportato da inizio anno un incremento del 27,6%. 

NortonLifeLock: +27%

L’economia del lavoro da casa sta rendendo la sicurezza informatica più importante che mai e NortonLifeLock ne sta beneficiando. La società, leader mondiale nella sicurezza informatica dei consumatori, ha visto crescere il suo titolo in Borsa di quasi il 27% negli ultimi tre mesi.

Netflix: +16%

La quarantena e le conseguenti direttive di rimanere a casa stanno costringendo molti a cercare intrattenimento a casa. Non sorprende quindi che Netflix sia molto richiesto e che i suoi investitori stiano godendo dei premi: il titolo è andato incontro a un rally del 16% nel primo trimestre.

Digital Realty Trust: +16%

A differenza della maggior parte dei suoi competitor nel settore immobiliare, Digital Realty Trust ha visto le sue azioni crescere del 16% nonostante la volatilità del coronavirus, grazie alla maggiore sicurezza dei dividendi rispetto ai suoi concorrenti.

Gilead Sciences: +15%

Anche un’altra azienda biotecnologica all’avanguardia nello sviluppo di un trattamento per COVID-19 è in lista: Gilead Sciences. Il titolo della società, negli ultimi tre mesi, ha visto crescere le sue azioni del 15% rispetto alle perdite diffuse del mercato.

Clorox: +13%

Anche Clorox, produttore di salviette disinfettanti, continua a essere un titolo caldo. I prodotti dell’azienda, infatti,  rimangono molto richiesti durante la pandemia da coronavirus. Da inizio anno, le sue azioni hanno fatto segnare un incremento di quasi il 13%.

Nvidia: +12%

Il produttore di chip grafici Nvidia ha anche resistito alla recessione del mercato. Le sue azioni, nel primo trimestre del 2020, hanno fatto registrare una crescita del 12%, grazie al fatto che l’azienda sta da una parte mostrando segnali di forte crescita e dall’altra che le sue azioni si sono dimostrate resistenti.

SBA communications: +12%

Sulla stessa scia di Nvidia anche SBA Communications. Prorietario dell’infrastruttura wireless e operatore, l’azienda nei primi tre mesi dell’anno ha riportato una crescita in Borsa del 12%.

MSCI: +11,9%

A completare i dieci migliori titoli in Borsa del primo trimestre 2020 troviamo MSCI. Il fornitore globale di indici azionari, obbligazionari e azionari, ha infatti fatto registrare un aumento dell’11,9%.

Da segnalare anche le performance positive di T-Mobile (+7%), di The JM Smucker Co (+6,6%) e di Amazon (+5,5%)

I 10 peggiori titoli dell’S&P500

I dieci peggiori titoli, dal punto vista della performance, dell’S&P500 includono, ovviamente, tre operatori crocieristici e sette compagnie energetiche: entrambi i settori sono stati colpiti in modo particolarmente duro negli ultimi mesi.

Il titolo peggiore dell’indice di riferimento nel primo trimestre è stato Apache Corp., in calo dell’83,7%. La guerra dei prezzi del petrolio ha portato a uno shock di domanda e offerta per il settore energetico, provocando una serie di società che hanno visto i loro corsi azionari precipitare in parallelo con il calo dei prezzi del greggio.

Negli ultimi tre mesi si sono accumulate altre riserve energetiche: Marathon Oil è sceso del 75,9%, Energia nobile del 75,7%, Devon Energy Corp. del 73,4%, Halliburton Co. del 72%, Occidental Petroleum del 71,9% e Diamondback Energy del 71,8 %.

Tre operatori di crociere completano i primi dieci principali titoli peggiori di Borsa dell’S & P 500 mentre l’industria viene colpita da una forte riduzione dei viaggi e del turismo globali: Norwegian Cruise Line è precipitata dell’81,2%, Royal Carribean del 75,9% e Carnival del 74,1%. È importante segnalare che ogni volta che l’S&P500 è sceso di oltre il 10% nel primo trimestre, l’indice guadagna una media del 40% durante il resto dell’anno, secondo l’analisi dei dati storici di LPL Financial.

Investimenti 10 Marzo, 2020 @ 9:49

La Borsa ha tradotto in crolli quel che tutti temono. Ecco invece cosa potrebbe sorprenderci

di Forbes.it

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(Michael Nagle/Getty Images)

di Giacomo Damian

Per i mercati i lunedì 9 marzo non sono un giorno qualunque. Esattamente come oggi, undici anni fa era un lunedì dalla disarmante bellezza di un giorno di quasi primavera sorto su un paesaggio desolante: l’industria aveva fermato i propri ingranaggi. Eravamo reduci da una delle più gravi crisi finanziarie della storia e l’economia, secondo le previsioni dei maggiori centri studi, rischiava di sprofondare in un nuovo ‘29.

In quell’aria stantia l’unica ventata fresca fu l’elezione come nuovo presidente americano di Barack Obama che, pur se in carica da poche settimane, affermò che era arrivato il momento di acquistare azioni in ottica di lungo termine. Un consiglio doveroso vista la situazione depressiva ma che incredibilmente di lì a poco i mercati avrebbero ascoltato. Eravamo di fronte a ribassi generalizzati in tutto il mondo e nessuno vedeva la fine del tunnel anzi, molti economisti si preparavano ad arredarlo. L’unica voce a levarsi fuori dal coro fu quella di Doug Kass fondatore dell’hedge fund Seabreeze. Sembra che sia stato uno dei primi a dare la “chiamata” al rialzo quando venerdì 6 marzo 2009 l’analista, con grande coraggio, lanciò il suo buy. Per molti era una follia, l’indice S&P500 era in calo del 57% dai massimi del 2007, lo Stoxx del 61% e Milano del 71%. Il coro unanime voleva un allineamento al ribasso sul 90%. La storia fu di opinione diversa, perché da quel giorno a oggi c’è stata l’inversione: Wall Street ha inanellato 10 anni di rialzi che l’hanno portata a un +320% dai minimi del 2009, +137% per le borse europee e fanalino di coda Milano con un modesto +65%.

Sembrava un giorno qualunque quel 9 marzo 2009, una classica giornata di pausa tra il black friday precedente e una nuova giornata nera che presto si sarebbe palesata, invece si gettarono le basi per una grande costruzione rialzista. Il giorno successivo, martedì 10 marzo, sarà ricordato come uno di quei giorni con rialzi da record. Rialzi all’apparenza estemporanei ma che segneranno una riscossa. In quei giorni Ben Bernanke, l’allora presidente della Fed, in una dichiarazione davanti alla commissione bilancio del senato americano, disse: “E’ meglio agire con decisione oggi per risolvere i nostri problemi. L’alternativa potrebbe essere quella di un episodio prolungato di stagnazione economica che non solo contribuirebbe a un ulteriore deterioramento della situazione fiscale ma implicherebbe anche bassa produzione, bassa occupazione e bassi redditi per un lungo periodo”. Dichiarazione che venne tradotta nei fatti nelle seguenti misure esecutive: repentino taglio dei tassi di interesse a livello zero, iniezione di liquidità a sostegno del sistema bancario, per non bloccare il canale dei finanziamenti e successivamente l’invenzione e l’attuazione dei quantitative easing monetari che si sono riprodotti negli anni quasi quanto i sequel di Rocky Balboa. Stimoli monetari, alchimie finanziarie e qualsiasi altra fantasia la finanza possa immaginare, che ancora oggi come undici anni fa potrebbero servire a sostenere l’impianto delle borse.

Ieri, lunedì 9 marzo 2020, undici anni di rialzo dopo, il toro ha trovato davanti a sé un nuovo ostacolo da superare. Ieri si chiamavano mutui subprime, oggi si chiama coronavirus. Piazza affari a Milano ha chiuso a -11,17%. Un Black Monday. Una giornata che secondo gli esperti non sarebbe dovuta accadere perché i mercati sono in totale choc. A dirlo in un tweet è Giovanni Tamburi, fondatore di TIP, con l’intenzione di richiamare l’attenzione di Borsa Italia e Consob, scrive “come a New York hanno chiuso i mercati per vari giorni dopo l’11 settembre, noi possiamo benissimo, anzi dobbiamo farlo. L’emergenza che sta vivendo l’Italia oggi è ad un livello d’eccezionalità mai visto a parte le guerre”. Una dichiarazione che in seguito spiegherà motivandola con l’attuale incertezza generale che si trasmette sugli scambi che già da giorni risultano fortemente falsati. Anche da informazioni sbagliate e fuorvianti ma più che altro “perché il risparmio delle persone meno informate specie in un Paese come il nostro, va rispettato, in maniera particolare in giorni in cui a moltissimi operatori è stato impedito fisicamente (per decreto legge da oggi) di andare in ufficio per cui gli scambi saranno ancora più falsati.” Dall’altra c’è chi la pensa in maniera opposta, come il finanziere e scrittore Guido Maria Brera, che sostiene che i mercati devono fare il loro corso, perché i mercati li puoi anche chiudere, il problema è poi riaprirli. New York lo fece in modo eccezionale successivamente all’11 settembre, per tutta la settimana. Una volta riaperti, si scatenarono le vendite. Un ribasso che si sarebbe prolungato per un altro anno e mezzo fino al marzo del 2003 con lo scoppio della guerra in Iraq. In mezzo però ci sono state lo scandalo Enron, il fallimento dell’Argentina, e tutti gli scandali contabili che hanno affossato Wall Street.

Siamo oggi nella stessa situazione in cui un coronavirus scoperchia un vaso di Pandora? Secondo Scott Minerd, capo degli investimenti di Guggenheim, “pare che la bolla di tutto (everything bubble) sia prossima a scoppiare” e i motivi per credergli non mancano. Gli eccessi in questo momento sono ovunque, dalla liquidità ai tassi sui Bond a rendimento zero o sotto, alle quotazioni di borsa che, come scritto sopra, corrono da dieci anni e si trovano tuttora su record storici e al debito che è oramai dilagante ovunque. Nouriel Roubini ha detto che il coronavirus sarà l’occasione per una nuova catastrofe internazionale, ma Roubini non è nuovo a queste nefaste previsioni. Come dice il politologo Yascha Mounk, l’economista ha previsto otto delle ultime due crisi, ma non è l’unico a preoccuparsi in questo momento. La Fed pochi giorni fa ha agito con un primo taglio dei tassi secco dello 0,5% e in tutta risposta, i mercati hanno reagito con una nuova discesa. Secondo Giuseppe Sersale, gestore di Anthilia, la mossa della Fed così brusca e improvvisa lascia intendere una profonda preoccupazione. Sono in molti in questo momento a ripetere che le munizioni delle banche centrali sono ridotte se non esaurite.

Se il 9 marzo del 2009 ci ritrovavamo in una situazione con le borse ai minimi e potenzialità monetarie elevate, oggi ci troviamo con borse ai massimi e potenzialità monetarie esigue. Larry Summers, voce importante dell’economia americana ed ex segretario al Tesoro di Clinton, ha dichiarato che quando hai poche munizioni non le devi sprecare e che i tassi di interesse non curano il coronavirus e non riparano la catena del valore. È una dichiarazione che rischia di creare rassegnazione, però è anche vero che frasi di questo tipo si sono sentite ripetere sia dopo la tragedia 2001 con Greenspan e sia nella stagione 2008/2009 con Bernanke e tutte le volte le banche centrali come laboratori finanziari hanno creato nuovi strumenti per sconfiggere nuovi tipi di crisi, per ogni crisi sono sempre riuscite a creare un nuovo vaccino. Quale sarà la prossima invenzione? Olivier Blanchard, ex capo economista del Fmi, più di un anno fa disse che la prossima crisi avrebbe permesso alla Fed di fare un salto di qualità permettendole di comprare direttamente azioni o addirittura beni. A oriente il Giappone, attraverso la sua banca centrale lo sta già sperimentando, avendo acquistato indici di borsa attraverso lo strumento degli Etf. All’appello manca solo madame Lagarde che per ora tace e non si muove. Oppure basterebbe seguire la via della seta, l’epicentro della crisi. La Cina infatti approfittando della festività del Capodanno ha deciso di chiudere la borsa e al tempo stesso iniettare grandi dosi di stimoli fiscali e monetari. I mercati hanno sofferto ma poi hanno recuperato tutto. In fondo, come diceva Confucio, non conta di che colore sia il gatto, conta che prenda il topo. Tradotto nel linguaggio cinico dei mercati, qualsiasi sia la soluzione basta che funzioni.

 

Investimenti 6 Marzo, 2020 @ 2:58

Perché l’illusione della finanza onnipotente va in pezzi contro il coronavirus

di Forbes.it

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Il nyse di new york
Il floor del New York Stock Exchange (Photo by Drew Angerer/Getty Images)

di Alessandro Tentori, chief investment officer di AXA IM Italia

Rimane molto alta l’apprensione dei mercati sull’epidemia globale in corso con l’indice VIX che si attesta oltre il 40%. Anche se i dati macro ufficiali ancora non ci permettono di stimare con precisione l’impatto sul ciclo economico, già si intravede uno shock da domanda molto forte (ad esempio sulle importazioni di autovetture di produzione Europea dalla Cina). Per effetto della dinamica del contagio, i primi dati rilevanti – cioé con effetti diretti e indiretti – li vedremo in Europa nel mese di aprile, negli Stati Uniti invece nel mese di maggio.

Nonostante la chiusura pesante di giovedì, Wall Street è in positivo su base settimanale (+1.5%). Da inizio anno, invece, la performance è negativa (-6.4%).
Facendo due riflessioni sull’azionario:

  1. L’economia Usa è in espansione da 129 mesi consecutivi, il ciclo più lungo della storia economica statunitense. Nel contempo, l’S&P500 ha reso il 300% su base total return. Una correzione del 6% da inizio anno, non è un evento.
  2. Una correzione del 6% potrebbe però essere foriera di un sentiment che sta cambiando rapidamente alla luce dell’incertezza sul ciclo congiunturale. Al momento, gli analisti stanno rivedendo le stime di crescita per il 2020, ma la vera domanda per gli investitori riguarda il profilo di crescita sul biennio: Sarà a “U” oppure a “L”? Le stime degli utili cambiano radicalmente in funzione di questi due profili.

In generale, mi sembra che alcune asset class stiano già scambiando con una filosofia di preservazione del capitale. Basti guardare all’oro ($1678) ai massimi dal 2013, ai Bund Tedeschi (-0.72%) e ai TIPS, i Treasury indicizzati all’inflazione, che implicano un’inflazione attesa su 10 anni di appena 1.4%. Forse gli investitori si stanno anche accorgendo che la politica monetaria non è una panacea. In particolare la reazione negativa dei mercati azionari dopo il taglio a sorpresa della Fed e la mancanza di un intervento coordinato insieme alla BCE e la BOJ, fanno immaginare che i limiti della politica monetaria siano molto vicini. Ma non è sempre stato così, mi si potrebbe giustamente obiettare? Da che mondo è mondo, le banche centrali possono smussare gli angoli del ciclo economico, ma non invertirne la rotta. Forse negli ultimi 20 anni ci siamo lasciati trasportare da una sensazione di onnipotenza della finanza, una arroganza monetaria sul cui piedistallo abbiamo costruito teorie astruse e universi iper-globalizzati. Bene, i risultati già li vedevamo: crescente diseguaglianza, cambiamenti climatici, società liquida. Forse i nostri banchieri centrali avrebbero avuto bisogno dell’accompagnatore sul carro del trionfo, per sussurrare loro come si usava in tempi antichi: Hominem te esse memento…ricordati che sei solo un uomo!

Investimenti 28 Febbraio, 2020 @ 12:50

Le Borse verso la peggiore settimana da Lehman Brothers

di Massimiliano Carrà

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coronavirus (crisi)
Oli Scarff – Getty Images

L’effetto coronavirus non si ferma e continua a causare ingenti perdite economiche giorno dopo giorno. Una crisi mondiale, come prospettato dall’agenzia di rating Moody’s, non è effettivamente uno scenario improbabile e le principali economie mondiali lo sanno. Dal Giappone a Wall Street, dall’Europa a Seul, il coronavirus ha costretto i mercati a mandare in fumo miliardi su miliardi. 

Gli effetti del coronavirus in Italia: a Piazza Affari pesa per 14 miliardi

Partendo proprio dall’Italia, il coronavirus ha mandato nel buio più totale il principale indice di Piazza Affari: il Ftse Mib. In meno di una settimana, esattamente dalla seduta di venerdì scorso a quella odierna (al momento in negativo del 3%), il principale paniere della Borsa Italiana ha visto vanificare oltre 14 miliardi di euro in termini di capitalizzazione. Al momento, tra l’altro, il Ftse Mib è ai minimi da luglio 2018.

Ieri il ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri a Radio 24 ha confermato che in risposta agli effetti del coronavirus “il governo è pronto utilizzare gli spazi di flessibilità, o meglio, di adattamento alle circostanze eccezionali”. Proprio per questo, ha rivelato Gualtieri, “stiamo lavorando a queste misure da diversi giorni, il primo decreto ci sarà già questa settimana, l’altro la prossima settimana”. 

Ovviamente, anche se questa può essere considerata una notizia positiva, l’intervento va a inserirsi in un contesto che già scontava un rallentamento dell’economia. A soffrire è così anche il debito, con l’impennata dello spread Btp-Bund oltre 160 punti e il rendimento del titolo decennale all’1,07%.

Gli effetti del coronavirus su tutta Europa

Il coronavirus ovviamente ha avuto degli effetti economici anche in tutta Europa. E i principali indici di Borsa del vecchio continente lo dimostrano.

Solo nella seduta di oggi, che ha aperto le contrattazioni da poco più di due ore, le principali borse del vecchio continente sono nel profondo rosso: Parigi -3,76%, Madrid -3,95, Francoforte -4,19% (al momento la peggiore), Londra -3,65%.

Come nel caso dell’Italia, l’andamento negativo dei principali indici europei è iniziato dalla seduta di venerdì scorso, ossia dall’inizio della diffusione del coronavirus. Dal 21 febbraio ad oggi Parigi ha ceduto l’8,86%, Madrid il 9,1%, Francoforte l’8,92% e Londra l’8,21%. Come ha affermato il nostro ministro dell’Economia Roberto Gualtieri non serve, quindi, solamente una risposta italiana al coronavirus, “ma una risposta comune e concertata da tutta l’Unione Europea”. 

Gli effetti del coronavirus Oltreoceano

Sorvolando l’Europa e andando Oltreoceano, sia ad est sia ad ovest, la situazione non cambia. Gli effetti del coronavirus si riflettono su tutte l’economie, anche su quella americana.

Crisi Wall Street: ieri la peggior seduta di sempre

Dopo un 2019 da record per Wall Street, che ha permesso ai tre principali indici di far segnare, seduta dopo seduta, nuovi massimi, anche a causa dello scivolone di alcuni dei titoli più importanti (dai grandi colossi tecnologici come Apple, Microsoft, Tesla, fino ad arrivare a Jp Morgan, Bank of America e Coca Cola), il Dow Jones ieri ha messo a segno la peggiore seduta di sempre in termini di punti in una singola seduta (quasi 1.200). 

Dalla chiusura delle contrattazioni di venerdì 21 a quella di ieri l’indice ha ceduto poco più dell’11%. L‘S&P500 non è stato da meno. Ieri, infatti, ha ceduto la medesima percentuale, il 4,4% scendendo sotto la soglia psicologica dei tremila punti. Ma non è tutto. Come nel caso del Dow Jones, l’S&P 500 dalla chiusura di venerdì ha ceduto circa l’11%, portando entrambi gli indici nel territorio di una correzione tecnica.

L’indice tecnologico Nasdaq, invece, ieri ha ceduto il 4,6 per cento. Anch’esso, come gli altri due indici principali di Wall Street, dalla chiusura di venerdì a quella di ieri ha ceduto quasi l’11%.

A causa di ciò Wall Street minaccia di chiudere la settimana peggiore dal 2008, ossia dalla grande crisi finanziaria legata allo scoppio della bolla dei mutui subprime che divenne poi la più grave debacle economica dalla Grande Depressione.  

Goldman Sachs a causa del coronavirus ha previsto una crescita azzerata per gli utili della Corporate America nel 2020 e un possibile, ulteriore calo ravvicinato della borsa del 7 per cento. Ha inoltre ammonito che “una più severa pandemia può portare a effetti più prolungati e a una recessione negli Usa”. 

Seul, Shanghai, Hong Kong, Tokyo: la crisi continua

Al di là dell’Oceano Pacifico le cose non migliorano, anzi continuano ad andare peggio, visto che comunque il coronavirus (che ormai ha contagiato 50 Paesi) ha iniziato la sua diffusione proprio nel continente asiatico, più precisamente, in Cina. Proprio Shanghai nella giornata di oggi ha ceduto per esempio il 3,55%, l’Hang Seng di Hong Kong  il 2,68%.

Male anche Tokyo. Questa mattina, infatti, dopo essere arrivata a cedere il 4,51% ha chiuso la seduta odierna in negativo del 3,67%. Ma non è tutto. Sempre nella giornata di oggi, Seul ha messo a segno una chiusura negativa del 3,35%, Singapore il 2,83% e Shenzen il 4,07%.  

Come difendersi dalla crisi e dagli effetti del coronavirus

Secondo Amundi, società di asset management francese, dopo che i mercati azionari sono stati la scelta migliore in questi mesi, adesso, a causa degli effetti del coronavirus e all’incertezza dettata da esso è preferibile puntare sui tassi Usa posizioni lunghe, sull’oro e sullo yen.

Questi, secondo Matteo Germano, chief investment di Amundi, sono “asset che fungono da bene rifugio nelle fasi di tensione, ma anche di protezioni su azioni e credito”. Anche il franco svizzero è un approdo consigliato. Sul fronte dei bond, è, invece, preferibile il debito societario europeo investment grade, sostenuto da fattori tecnici, come il Quantitative easing della Bce e la domanda degli investitori. 

Secondo quanto affermato da Hans-Jörg Naumer, director Global Capital Markets & Thematic Research di Allianz Global Investors, “la crescita deve essere stimolata subito, non frenata”. Tuttavia, anche se “siano già state adottate alcune misure a sostegno dell’attività, abbiamo motivo di ritenere che tali interventi non saranno sufficienti”. Questo perché “gli operatori del mercato attendono le prossime mosse della Federal Reserve e della Bce”.

 Infine, secondo quanto Naumer, “i settori più vulnerabili saranno quelli più esposti alle filiere asiatiche, mentre i “settori difensivi mostreranno probabilmente maggiore resilienza, come pure le obbligazioni governative, considerate beni rifugio”. 

Business 17 Febbraio, 2020 @ 1:22

La Lazio all’assalto della Juventus. Chi vale di più in campo e fuori

di Massimiliano Carrà

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Ciro Immobile (Foto di: Marco Rosi – Getty Images)

Davide contro Golia. Potrebbe essere questa la frase che sintetizza lo scontro al vertice del campionato di Serie A tra la Juventus di Maurizio Sarri e la Lazio di Simone Inzaghi, che ieri grazie alla vittoria per  2 a 1 contro l’Inter di Antonio Conte si è aggiudicata il titolo di “anti Juve”, oltre che quello di sua bestia nera.

A differenza degli altri anni, infatti, la Juventus non è ancora riuscita a battere i biancocelesti, anzi ne è uscita sempre con le ossa rotte: prima perdendo in campionato e poi in finale di Supercoppa italiana. Tra l’altro sempre con il risultato di 3 a 1.

E ciò nonostante le diverse disponibilità economiche che, inevitabilmente, vi sono tra le due società e la conseguente differenza valoriale che intercorre tra la rosa bianconera e quella biancoceleste, che analizzeremo prendendo a riferimento i dati forniti dal sito Transfermarkt.

Lazio vs Juventus: il valore delle due rose

Sebbene sul campo la Lazio ha dimostrato di poter annichilire la Juventus, dal punto di vista economico il confronto è  ad armi impari. Infatti, tralasciando i bilanci delle due società e concentrandosi esclusivamente sul valore di mercato delle due rose, le differenze sono abbastanza evidenti.

formazione più preziosa Juventus – transfermarkt.it


Da quanto emerge dai dati di Transfermarkt, prendendo in considerazione gli 11 giocatori con il più alto valore economico di mercato di entrambe le squadre, emerge che il valore della rosa della Juventus è quasi il doppio rispetto a quello della Lazio: 560 milioni di euro contro 282,50 milioni di euro. 

formazione più costosa Lazio – transfermarkt.it

Prendendo poi a riferimento i dati della rosa completa (composta da 23 giocatori), la differenza economica tra Juventus e Lazio è sempre più ampia. Se infatti il valore della rosa bianconera aumenta fino ad attestarsi a 762,5 milioni di euro, quello della compagine biancoceleste non va oltre ai 326,4 milioni di euro.

In Borsa la Lazio batte la Juventus

E se le vittorie sul campo hanno permesso alla Lazio di pareggiare l’1 a 0 della Juventus dovuto al valore della sua rosa, la performance in Borsa Italiana del titolo biancoceleste permette alla società del presidente Lotito di ribaltare la partita e portarsi sul 2 a 1. Infatti, grazie al sogno scudetto (che manca in casa Lazio precisamente da 20 anni) l’aquila biancoceleste non sta volando solamente in campo, ma anche in Borsa. In 3 mesi, e quindi dal 17 dicembre ad oggi, il titolo della Lazio ha guadagnato il 56,7%. 

Tra l’altro, grazie alla vittoria di ieri, oggi le azioni del titolo Lazio stanno facendo registrare una crescita del 9% rispetto alla chiusura di Borsa di venerdì 14 febbraio, attestandosi quindi al prezzo di 1,95 euro per azione. La Juventus, invece, sempre prendendo a riferimento gli ultimi 3 mesi, ha ceduto il 5,2%. Infatti, se alla chiusura delle contrattazioni del 17 dicembre le azioni si attestavano a 1,314 euro per azioni, adesso (al momento della scrittura) si posizionano a 1,245 euro per azione. 

Business 5 Febbraio, 2020 @ 11:45

eBay: dall’asta per un puntatore laser al possibile takeover da 30 miliardi

di Massimiliano Carrà

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eBay, colosso e-commerce
shutterstock

“Signore, sicuro che ha capito bene la descrizione di questa asta?” “Sì sono un appassionato di puntatori laser”. Inizia così, con un puntatore laser rotto venduto a 14,83 dollari, la storia di uno dei più grandi e-commerce e “mercato delle pulci” online: eBay. Fondato il 4 settembre 1995 da Pierre Omidyar (programmatore di origini iraniane nato a Parigi nel 1967 e naturalizzato statunitense) da quel giorno eBay ha iniziato una scalata imminente, che prima le ha permesso di acquisire PayPal (incrociando la storia dei tre fondatori di YouTube), e poi di sbarcare in Borsa sul Nasdaq di Wall Street.

Nelle ultime ore però eBay è finita sotto i riflettori per un motivo ben preciso: da “banditore” si appresta a diventare l’oggetto venduto. Secondo il Wall Street Journal, l’Intercontinental Exchange, la società proprietaria del Nyse (New York Stock Exchange), avrebbe presentato ai vertici di eBay un’offerta di acquisizione del valore di 30 miliardi di dollari. 

L’indiscrezione ha messo subito le ali alle azioni eBay. Nella giornata di ieri infatti il titolo dell’azienda fondata a San Jose ha guadagnato l’8,78%, fissando il prezzo delle azioni a 37,41 dollari per azioni. Non convinti invece gli investitori dell’Intercontinental Exchange che ha invece ceduto il 7,45%.

eBay: la nascita e la leggenda del puntatore laser

In occasione dei suoi prossimi 25 anni, che compirà il 4 settembre 1995, è interessante ripercorrerere tutte le tappe fondamentali della storia di eBay, a partire dalla sua nascita e dall’aneddoto che ha permesso al suo fondatore Pierre Omidyar di diventare miliardario. Come accennavamo all’inizio, un po’ come tutte le storie dei più grandi successi, eBay nasce un po’ per caso, ma da un’idea ben precisa: permettere a chiunque di potersi disfare di tutti quei vecchi oggetti che non usava più.

Per farlo, Pierre Omidyar, nella sua casa a San Jose (California), decise di inserire una sezione dedicata alle aste all’interno del suo sito “AuctionWeb”. Questo era infatti il nome iniziale di eBay. La gente postava un annuncio corredato da foto e impostava un prezzo di partenza, gli utenti poi avrebbero le loro offerte giocando al rialzo con le offerte precedenti. Il tutto era gratuito e il sito caricava suolo una percentuale sulla vendita finale.

E si narra appunto che il primo oggetto venduto fu un puntatore di laser rotto. Secondo la “leggenda”, infatti, il programmatore nato a Parigi capì la potenza della sua idea quando riuscì a vendere per 14,83 dollari proprio quell’oggetto non funzionante. Ne rimase così stupito che contattò addirittura l’acquirente, che gli rispose con tranquillità, dicendogli: “Sono un appassionato di puntatori laser, sono felice”.

Leggenda a parte, per garantire l’affidabilità eBay decide di basarsi sul vecchio sistema del passaparola che impera in ogni mercato reale. Ogni utente dà un suo giudizio, valuta se il venditore è veloce nelle risposte, se ha prezzi di spedizione equi o vende oggetti fasulli. Questo sistema di rating permette di conoscere quanto il venditore sia affidabile, oppure se vende merce contraffatta.

Il cambio nome e la storia di eBay

Dopo i primi oggetti venduti e la nomina nel 1996 di Jeffrey Skoll come primo presidente della compagnia, eBay inizia la sua ascesa nel 1997, ossia quando Pierre apre (a settembre) il dominio eBay.com e le aste da 250.000 diventano 2.000.000. La svolta però che ha contribuito a questa escalation è arrivata senza dubbio dall’accordo firmato a novembre 1996 con la Electronic Travel Auction per utilizzare la tecnologia SmartMarket al fine di vendere biglietti aerei, ferroviari e altri titoli di viaggio.

Nel 1997 eBay ottiene ingenti finanziamenti: 6,7 milioni di dollari dalla società di venture capital Benchmark (che si aggiudica il 21% della società) e diversi milioni di dollari anche da altri finanziatori (che hanno anche investito in  Instagram e Twitter). Siamo giunti al 21 settembre 1998 e eBay (dopo 3 anni dalla sua fondazione) si quota in Borsa. Il primo giorno è un successo. Le azioni del titolo infatti volano dai 18 dollari iniziali a 53,50 dollari. Omidyar ha ufficialmente ottenuto il successo, è milionario.

Tra le operazioni più importanti di eBay si ricorda soprattutto l’acquisizione nel 2002 per 1,54 miliardi di dollari di PayPal (che nel 2018 ha fatturato oltre 15 miliardi di dollari), e quella di Skype nel 2005 per 2,6 miliardi di dollari. Quest’ultima però è stata rivenduta da eBay nel 2011 a Microsoft per 8,5 miliardi di dollari.

L’arrivo di Amazon e la difficoltà di eBay

Ovviamente, c’è anche un aspetto che va ricordato: eBay detiene anche siti come eBay annunci, Kijiji o Gumtreeche, che hanno portato in Rete i vecchi annunci sui giornali, dando vita quindi a un mercato delle pulci online e globale.

E proprio queste controllate sarebbero state messe in vendita da eBay al prezzo di circa 10 miliardi di dollari per cercare di contrastare Amazon che ovviamente negli ultimi anni ha costretto l’azienda di San Jose a cambiare strategia. Decisione dettata anche dal fatto che i numeri non stanno sorridendo.

Per esempio, negli ultimi tre mesi del 2019 eBay ha visto gli utili scivolare a 558 milioni di dollari (dai 763 milioni di dollari dello stesso corrispettivo precedente) e il fatturato è diminuito del 3,4%, passando da 2,9 (degli ultimi tre mesi del 2018) a 2,8 miliardi dollari. Ma non è tutto. Secondo eBay stessa il giro d’affari per il prossimo trimestre del 2020 è previsto ancora al ribasso e con precisione intorno ai 2,55-2,60 miliardi di dollari. 

Investimenti 11 Settembre, 2019 @ 2:02

Hong Kong vuole comprarsi la Borsa di Londra (e quindi anche Piazza Affari)

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
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La Borsa Italiana finirà nelle mani di Hong Kong? Lo scenario potrebbe delinearsi se dovesse andare in porto l’acquisto della Borsa di Londra, che detiene il 100% di Piazza Affari, da parte della Borsa di Hong Kong. Hong Kong Exchanges e Clearing Limited proprio questa mattina hanno infatti annunciato, tramite una nota, di aver presentato un’offerta di 32 miliardi di sterline per l’acquisto della London Stock Exchange.

Charles Li, ceo di HKEX,  ha detto che unire le due Borse “ridefinirà i mercati dei capitali globali per i decenni a venire. Tutte e due le aziende hanno grandi marchi, forza finanziaria e comprovata esperienza di crescita. Insieme noi collegheremo est e ovest, saremo più diversificati e saremo in grado di offrire maggiori clienti innovazione, gestione del rischio e opportunità commerciali. Un gruppo combinato sarà fortemente posizionato per beneficiare di un panorama macroeconomico dinamico e in evoluzione, migliorando al contempo la resilienza e la pertinenza a lungo termine di Londra e Hong Kong come centri finanziari globali”.

I termini dell’offerta prevedono che per ogni azione della London Stock Exchange gli investitori ricevano 20,45 sterline e 2495 nuove azioni emesse dall’Hong Kong Exchanges. In sostanza, ogni azione della Borsa di Londra viene valutata 83,61 sterline. L’offerta dovrà essere finalizzata entro il 9 ottobre.

Come condizione necessaria a un esito positivo della trattativa, spiega la nota, la Borsa di Hong Kong chiede che la London Stock Exchange rinunci all’acquisizione di Refinitiv, un provider di dati finanziari di proprietà di Thomson Reuters, con cui era stato raggiunto un accordo nel mese di agosto.

Forbes Italia 30 Agosto, 2019 @ 12:00

Meglio senza Governo? Durante le crisi la Borsa italiana sale in media del 5%

di Salvatore Gaziano

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Che esito avrà la crisi di Governo che si è aperta con la fine del Conte I è ancora difficile da prevedere anche perché in Italia abbiamo avuto Governi che sono durati in carica poco più di una settimana (il Fanfani VI).

Può essere interessante fare un’analisi statistica di Piazza Affari per smontare alcuni luoghi comuni.

L’Italia priva di un Governo per la Borsa rappresenta necessariamente un mercato senza bussola e investitori (italiani e stranieri) in fuga?

Le cose non stanno in realtà come molti sarebbero indotti a pensare e un’analisi statistica condotta da SoldiExpert SCF, società di consulenza finanziaria indipendente, dimostra che in base all’andamento di Piazza Affari dal 1973 (fine del primo governo Andreotti) a oggi le crisi di Governo fanno dal punto di vista statistico bene alla Borsa italiana, poiché mediamente dalla caduta o fine dell’esecutivo all’insediamento del nuovo, l’indice Comit tende a salire mediamente del +5,28% (l’indice Comit ha il vantaggio di essere una delle serie storiche più lunghe del nostro listino e tiene conto anche dei dividendi staccati, fornendo quindi un rendimento “total return”).

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

Gli investitori probabilmente sperano sempre che l’esecutivo futuro sia migliore del precedente ed è significativo che su 38 Governi che si sono succeduti in 46 anni (mediamente uno ogni 14 mesi) nell’86,5% delle volte Piazza Affari sia salita durante il periodo di transizione dal vecchio al nuovo.

Naturalmente ogni crisi di governo è figlia del suo tempo e delle condizioni economiche e finanziarie specifiche dell’epoca, sia a livello nazionale che internazionale, e sono esistite anche crisi o cambi di Governo che hanno lasciato il segno meno sul listino italiano. Fra le peggiori, la caduta del Governo Forlani nel maggio 1981 (a seguito dello scandalo della loggia P2) a cui succedette dopo un mese il primo Governo Spadolini (e la Borsa italiana perse il -14,5%).

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

Il periodo più positivo senza un Governo pieno è stato nel 1994 precedentemente all’ascesa del primo Governo Berlusconi: le attese nei 118 giorni dopo le dimissioni del governo Ciampi erano evidentemente altissime e la Borsa salì del 34,2%. In realtà poi il governo Berlusconi I, in sella dal maggio 1994 al dicembre 1994 (quando cadde in seguito alla decisione dell’allora segretario della Lega Umberto Bossi di revocare l’appoggio all’esecutivo), non fu particolarmente fortunato per Piazza Affari che perse il -21,4%.

Al Berlusconi IV (dal maggio 2008 al novembre 2011) va il palmares del Governo in carica con la peggiore performance: Piazza Affari registrò un pesantissimo -40,5% dopo lo scoppio della Grande Crisi che dagli Stati Uniti si è propagata in tutto il mondo ma con un effetto più pesante per l’Italia che da allora borsisticamente non si è più ripresa, restando ben lontana dai massimi mentre tutte le altre borse mondiali raggiungevano nuovi record.

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

La medaglia d’oro, con un anno da incorniciare per la Borsa italiana campione del mondo (il 1985), va senza dubbio al Governo Craxi I dall’agosto 1983 al giugno 1986 con un rialzo da Borsa emergente: +274,5%.

Di rilievo, quando fu in carica, anche la performance di Piazza Affari durante il Governo Prodi I dal maggio 1996 all’ottobre 1998 con un +70% che arrivò prima della caduta perfino al +160% e che fu sfiduciato dal passaggio all’opposizione di Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti.

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

Il fenomeno che in assenza di Governo i mercati azionari non crollano ma addirittura si rafforzano, come spesso paventato invece da alcuni esperti o dal senso comune, non è solo stato osservato in questi anni in Italia ma anche in altri Paesi e questo apparente paradosso lo abbiamo visto realizzarsi per esempio in Belgio (con una crisi di governo durata 541 giorni) e Spagna (oltre un anno) che hanno addirittura avuto il periodo più forte di crescita dell’economia senza governi effettivi in carica ma solo “provvisori”.

Alcuni economisti spiegano che questo fenomeno da una parte è dovuto anche al fatto che la maggior parte delle politiche di governo oramai viene deciso fuori dai paesi sovrani ovvero da Bruxelles e Francoforte e lo spazio di manovra non è poi così largo come i politici in campagna elettorale vogliono far credere. E l’assenza di un governo c’è chi provocatoriamente ritiene che per un Paese come l’Italia sia quasi un toccasana visto che decenni di provvedimenti economici “salvifici” hanno solo provocato fino a oggi un innalzamento del rapporto debito pubblico/Pil ai massimi livelli mondiali e una delle performance dell’economia fra le più deboli di tutti i Paesi occidentali.

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

 

Investimenti 4 Luglio, 2019 @ 1:47

Pietro Giuliani e il segreto per crescere del 50% all’anno, per 15 anni – Video

di Marco Barlassina

Direttore, Forbes.it

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ritratto di pietro giuliani
Pietro Giuliani, presidente di Azimut (Imagoeconomica)

Ricordate il 2008, il crack Lehman Brothers e la grave crisi che ne è seguita? Da allora il più importante indice della Borsa Italiana, il FTSE Mib, che contiene le 40 azioni a maggiore capitalizzazione del nostro mercato finanziario, non si è più risollevato. Resta ancora abbondantemente al di sotto dei valori precedenti lo scoppio della crisi iniziata con i subprime. Sono passati quasi 11 anni, ma anche estendendo lo sguardo su un orizzonte di 15 anni il bilancio resta negativo, per ben 23 punti percentuali.

E proprio 15 anni fa, il 7 luglio 2004, fa sbarcava a Piazza Affari Azimut, società indipendente che si occupa di consulenza e gestione del risparmio. Ebbene, dal giorno della quotazione il gruppo, che ha oggi oltre 55 miliardi di euro di masse gestite, ha premiato i suoi azionisti con un total return, ossia con una performance che tiene conto anche dei dividendi distribuiti, del 751% (circa un +50% all’anno), classificandosi 1° nel periodo per rendimento totale tra i titoli finanziari italiani e 4° tra i componenti del FTSE Mib.  Anche gli altri titoli del settore dell’asset management hanno offerto rendimenti di tutto rispetto. Si va da un total return del 455% di Banca Generali, al 191% di Fineco, fino al 148% di Mediolanum. Più contenuti invece i valori riferiti al mondo bancario/assicurativo, dove tra i principali titoli gli unici casi positivi sono quelli di Mediobanca (57%), Generali (36%) e Intesa Sanpaolo (32%).

Azimut, il segreto di una crescita costante

Forbes.it ha chiesto al presidente di Azimut, Pietro Giuliani, il segreto di questi risultati e quali potrebbero essere gli scenari di aggregazione nel settore che dovessero riguardare anche Azimut.

Dal 2004 la struttura della società è cresciuta in Italia di circa 1.100 consulenti finanziari e private banker, portando così il numero complessivo da 700 professionisti a quasi 1.800 di oggi (2.200 includendo la rete all’estero). Nei 15 anni Azimut ha inoltre raccolto circa 44 miliardi di euro di nuove masse e ha generato 2 miliardi di euro di utile netto, di cui 1,3 miliardi di euro pagati agli azionisti come dividendo.