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Investimenti 11 Settembre, 2019 @ 2:02

Hong Kong vuole comprarsi la Borsa di Londra (e quindi anche Piazza Affari)

di Forbes.it

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La Borsa Italiana finirà nelle mani di Hong Kong? Lo scenario potrebbe delinearsi se dovesse andare in porto l’acquisto della Borsa di Londra, che detiene il 100% di Piazza Affari, da parte della Borsa di Hong Kong. Hong Kong Exchanges e Clearing Limited proprio questa mattina hanno infatti annunciato, tramite una nota, di aver presentato un’offerta di 32 miliardi di sterline per l’acquisto della London Stock Exchange.

Charles Li, ceo di HKEX,  ha detto che unire le due Borse “ridefinirà i mercati dei capitali globali per i decenni a venire. Tutte e due le aziende hanno grandi marchi, forza finanziaria e comprovata esperienza di crescita. Insieme noi collegheremo est e ovest, saremo più diversificati e saremo in grado di offrire maggiori clienti innovazione, gestione del rischio e opportunità commerciali. Un gruppo combinato sarà fortemente posizionato per beneficiare di un panorama macroeconomico dinamico e in evoluzione, migliorando al contempo la resilienza e la pertinenza a lungo termine di Londra e Hong Kong come centri finanziari globali”.

I termini dell’offerta prevedono che per ogni azione della London Stock Exchange gli investitori ricevano 20,45 sterline e 2495 nuove azioni emesse dall’Hong Kong Exchanges. In sostanza, ogni azione della Borsa di Londra viene valutata 83,61 sterline. L’offerta dovrà essere finalizzata entro il 9 ottobre.

Come condizione necessaria a un esito positivo della trattativa, spiega la nota, la Borsa di Hong Kong chiede che la London Stock Exchange rinunci all’acquisizione di Refinitiv, un provider di dati finanziari di proprietà di Thomson Reuters, con cui era stato raggiunto un accordo nel mese di agosto.

Forbes Italia 30 Agosto, 2019 @ 12:00

Meglio senza Governo? Durante le crisi la Borsa italiana sale in media del 5%

di Salvatore Gaziano

Analista e consulente finanziario.Leggi di più dell'autore
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Che esito avrà la crisi di Governo che si è aperta con la fine del Conte I è ancora difficile da prevedere anche perché in Italia abbiamo avuto Governi che sono durati in carica poco più di una settimana (il Fanfani VI).

Può essere interessante fare un’analisi statistica di Piazza Affari per smontare alcuni luoghi comuni.

L’Italia priva di un Governo per la Borsa rappresenta necessariamente un mercato senza bussola e investitori (italiani e stranieri) in fuga?

Le cose non stanno in realtà come molti sarebbero indotti a pensare e un’analisi statistica condotta da SoldiExpert SCF, società di consulenza finanziaria indipendente, dimostra che in base all’andamento di Piazza Affari dal 1973 (fine del primo governo Andreotti) a oggi le crisi di Governo fanno dal punto di vista statistico bene alla Borsa italiana, poiché mediamente dalla caduta o fine dell’esecutivo all’insediamento del nuovo, l’indice Comit tende a salire mediamente del +5,28% (l’indice Comit ha il vantaggio di essere una delle serie storiche più lunghe del nostro listino e tiene conto anche dei dividendi staccati, fornendo quindi un rendimento “total return”).

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

Gli investitori probabilmente sperano sempre che l’esecutivo futuro sia migliore del precedente ed è significativo che su 38 Governi che si sono succeduti in 46 anni (mediamente uno ogni 14 mesi) nell’86,5% delle volte Piazza Affari sia salita durante il periodo di transizione dal vecchio al nuovo.

Naturalmente ogni crisi di governo è figlia del suo tempo e delle condizioni economiche e finanziarie specifiche dell’epoca, sia a livello nazionale che internazionale, e sono esistite anche crisi o cambi di Governo che hanno lasciato il segno meno sul listino italiano. Fra le peggiori, la caduta del Governo Forlani nel maggio 1981 (a seguito dello scandalo della loggia P2) a cui succedette dopo un mese il primo Governo Spadolini (e la Borsa italiana perse il -14,5%).

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

Il periodo più positivo senza un Governo pieno è stato nel 1994 precedentemente all’ascesa del primo Governo Berlusconi: le attese nei 118 giorni dopo le dimissioni del governo Ciampi erano evidentemente altissime e la Borsa salì del 34,2%. In realtà poi il governo Berlusconi I, in sella dal maggio 1994 al dicembre 1994 (quando cadde in seguito alla decisione dell’allora segretario della Lega Umberto Bossi di revocare l’appoggio all’esecutivo), non fu particolarmente fortunato per Piazza Affari che perse il -21,4%.

Al Berlusconi IV (dal maggio 2008 al novembre 2011) va il palmares del Governo in carica con la peggiore performance: Piazza Affari registrò un pesantissimo -40,5% dopo lo scoppio della Grande Crisi che dagli Stati Uniti si è propagata in tutto il mondo ma con un effetto più pesante per l’Italia che da allora borsisticamente non si è più ripresa, restando ben lontana dai massimi mentre tutte le altre borse mondiali raggiungevano nuovi record.

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

La medaglia d’oro, con un anno da incorniciare per la Borsa italiana campione del mondo (il 1985), va senza dubbio al Governo Craxi I dall’agosto 1983 al giugno 1986 con un rialzo da Borsa emergente: +274,5%.

Di rilievo, quando fu in carica, anche la performance di Piazza Affari durante il Governo Prodi I dal maggio 1996 all’ottobre 1998 con un +70% che arrivò prima della caduta perfino al +160% e che fu sfiduciato dal passaggio all’opposizione di Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti.

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

Il fenomeno che in assenza di Governo i mercati azionari non crollano ma addirittura si rafforzano, come spesso paventato invece da alcuni esperti o dal senso comune, non è solo stato osservato in questi anni in Italia ma anche in altri Paesi e questo apparente paradosso lo abbiamo visto realizzarsi per esempio in Belgio (con una crisi di governo durata 541 giorni) e Spagna (oltre un anno) che hanno addirittura avuto il periodo più forte di crescita dell’economia senza governi effettivi in carica ma solo “provvisori”.

Alcuni economisti spiegano che questo fenomeno da una parte è dovuto anche al fatto che la maggior parte delle politiche di governo oramai viene deciso fuori dai paesi sovrani ovvero da Bruxelles e Francoforte e lo spazio di manovra non è poi così largo come i politici in campagna elettorale vogliono far credere. E l’assenza di un governo c’è chi provocatoriamente ritiene che per un Paese come l’Italia sia quasi un toccasana visto che decenni di provvedimenti economici “salvifici” hanno solo provocato fino a oggi un innalzamento del rapporto debito pubblico/Pil ai massimi livelli mondiali e una delle performance dell’economia fra le più deboli di tutti i Paesi occidentali.

(Fonte: SoldiExpert SCF)
(Fonte: SoldiExpert SCF)

 

Investimenti 4 Luglio, 2019 @ 1:47

Pietro Giuliani e il segreto per crescere del 50% all’anno, per 15 anni – Video

di Marco Barlassina

Direttore, Forbes.it

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ritratto di pietro giuliani
Pietro Giuliani, presidente di Azimut (Imagoeconomica)

Ricordate il 2008, il crack Lehman Brothers e la grave crisi che ne è seguita? Da allora il più importante indice della Borsa Italiana, il FTSE Mib, che contiene le 40 azioni a maggiore capitalizzazione del nostro mercato finanziario, non si è più risollevato. Resta ancora abbondantemente al di sotto dei valori precedenti lo scoppio della crisi iniziata con i subprime. Sono passati quasi 11 anni, ma anche estendendo lo sguardo su un orizzonte di 15 anni il bilancio resta negativo, per ben 23 punti percentuali.

E proprio 15 anni fa, il 7 luglio 2004, fa sbarcava a Piazza Affari Azimut, società indipendente che si occupa di consulenza e gestione del risparmio. Ebbene, dal giorno della quotazione il gruppo, che ha oggi oltre 55 miliardi di euro di masse gestite, ha premiato i suoi azionisti con un total return, ossia con una performance che tiene conto anche dei dividendi distribuiti, del 751% (circa un +50% all’anno), classificandosi 1° nel periodo per rendimento totale tra i titoli finanziari italiani e 4° tra i componenti del FTSE Mib.  Anche gli altri titoli del settore dell’asset management hanno offerto rendimenti di tutto rispetto. Si va da un total return del 455% di Banca Generali, al 191% di Fineco, fino al 148% di Mediolanum. Più contenuti invece i valori riferiti al mondo bancario/assicurativo, dove tra i principali titoli gli unici casi positivi sono quelli di Mediobanca (57%), Generali (36%) e Intesa Sanpaolo (32%).

Azimut, il segreto di una crescita costante

Forbes.it ha chiesto al presidente di Azimut, Pietro Giuliani, il segreto di questi risultati e quali potrebbero essere gli scenari di aggregazione nel settore che dovessero riguardare anche Azimut.

Dal 2004 la struttura della società è cresciuta in Italia di circa 1.100 consulenti finanziari e private banker, portando così il numero complessivo da 700 professionisti a quasi 1.800 di oggi (2.200 includendo la rete all’estero). Nei 15 anni Azimut ha inoltre raccolto circa 44 miliardi di euro di nuove masse e ha generato 2 miliardi di euro di utile netto, di cui 1,3 miliardi di euro pagati agli azionisti come dividendo.

 

Investimenti 24 Giugno, 2019 @ 9:18

5 azioni ad alto dividendo scelte da Warren Buffett

di Forbes.it

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La stagione dei dividendi di Piazza Affari toccherà il suo picco questa settimana, con oltre 2 miliardi di cedole che verranno staccate da alcune tra le blue chip dell’indice FtseMIB, tra cui: Poste Italiane, Snam, Terna, Exor, Prysmian.

Ma conviene investire in dividendi? Uno dei più famosi investitori in azioni ad alto dividendo è il miliardario americano Warren Buffett, le cui scelte si orientano in particolare su titoli in grado di garantire continuità nell’erogazione di un flusso di cedole, possibilmente con un trend di crescita nell’entità del dividendo distribuito.

Secondo l’ultima comunicazione alla Securities and Exchange Commission (la Consob americana), la Berkshire Hathaway,  holding d’investimento di Buffett a fine marzo deteneva posizioni in 47 titoli quotati. 32 di questi hanno pagato regolarmente un dividendo.

Partendo dai dati della Sec è possibile individuare almeno 5 titoli con un dividend yield, ossia il valore del dividendo rispetto al prezzo di mercato del titolo, prossimo a superiore al 4 per cento.

Il primo titolo di questa particolare classifica è Kraft Heinz, che occupa una quota del 5,3% del portafoglio complessivo di Berkshire Hathaway. Per Kraft Heinz il dividend yield è pari al 4,9%.

Segue General Motors (l’1,3% del portafoglio di Buffett), con un dividend yield del 4,1%.

Al terzo posto c’è un titolo poco conosciuto dal pubblico italiano: Phillips 66. La società, frutto di uno spinoff da ConocoPhillips nel 2012, si occupa di raffinazione di prodotti petroliferi. Phillips 66 offre un dividend yield del 4,1 per cento. Con una striscia di crescita positiva da 6 anni.

Al quarto posto un altro titolo che potrebbe dire poco a un investitore italiano: Store Capital. Si tratta di un gruppo d’investimento immobiliare di cui Berkshire possiede approssimativamente l’8,7% del capitale. Il dividend yield è pari al 3,9 per cento. In crescita da 4 anni.

Wells Fargo è il quinto titolo della classifica con uno yield del 3,9%, in crescita da ormai 8 anni.