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Chi sono i miliardari dietro Kkr, il fondo che ha comprato la rete Tim

Li chiamano ‘I barbari’. Tutta colpa di un libro del 1989 che racconta il loro affare più celebre: il leveraged buyout – l’acquisizione con denaro preso in prestito – di Rjr Nabisco, all’epoca il 19esimo conglomerato industriale degli Stati Uniti. Rjr Nabisco, nata pochi anni prima dalla fusione tra un’azienda di tabacco e una di dolci, era guidata da F. Ross Johnson, che nell’autunno del 1988 decise di comprarla e toglierla dalla Borsa. Ne parlò con Henry Kravis, che assieme a George Roberts guidava il fondo Kkr. Poi cambiò idea e scelse di farsi affiancare dalla banca d’affari Shearson Lehman Hutton, progenitrice di Lehman Brothers, e dall’investitore Ted Forstmann. Kravis e Roberts, traditi, scatenarono un’asta. Dopo 40 giorni di intrighi, colpi bassi e trattative notturne, in cui entrarono in scena come consulenti, finanziatori o concorrenti tutti i pesi massimi di Wall Street, la vinsero.

Intanto, però, il prezzo era lievitato. Il 30 novembre Kkr annunciò di avere comprato Rjr Nabisco a 109 dollari per azione. Prima del 20 ottobre, data delle prime notizie sull’acquisizione, il titolo veniva scambiato a 56 dollari. In tutto, Kravis e Roberts pagarono 24,88 miliardi: era il più grande leveraged buyout della storia. Forstmann li accusò di non avere “soldi veri”, ma “merda falsa da junk bond”, cioè da titoli spazzatura. Wall Street, secondo Forstmann, aveva l’obbligo di fermare investitori come Kravis: “Dobbiamo respingere i barbari che sono alle porte della città”. La frase ispirò il titolo del libro di due giornalisti del Wall Street Journal, Bryan Burrough e John Heylar: Barbarians at the Gate.

Chi sono i fondatori di Kkr

L’investimento in Rjr Nabisco fu perdente, a causa del prezzo spropositato e dei debiti contratti per completare l’operazione. Ciò nonostante, Kravis, 79 anni, e Roberts, 80, non sono sono stati cacciati dalla città. Oggi sono due delle 100 persone più ricche d’America, con patrimoni di 8,9 e 9,7 miliardi di dollari. Kkr è cresciuta fino a gestire asset per 500 miliardi e ad assemblare un portafoglio con centinaia di società. La sua ultima operazione è l’acquisto della rete di Tim per 22 miliardi di euro.

Kravis, originario di Tulsa, in Oklahoma, e Roberts, nato a Houston, in Texas, sono cugini di primo grado e amici d’infanzia. Secondo la storia ufficiale di famiglia, il loro ultimo litigio risale al 1951, quando Kravis rimediò 23 punti di sutura. Frequentarono insieme il Claremont McKenna College, in California, e dopo qualche anno si ritrovarono alla Bear Sterns, una grande banca d’affari che sarebbe stata travolta dalla crisi dei mutui subprime e acquisita da JPMorgan.

La nascita di Kkr

In Bear Sterns, i cugini lavorarono sotto Jerome Kohlberg, capo della divisione finanziaria. Con lui formarono un trio specializzato in acquisizioni. Puntavano soprattutto ad aziende con problemi di successione, che erano troppo piccole per quotarsi in Borsa, ma che i fondatori non volevano cedere a un concorrente. Nel 1976 proposero alla banca di creare un fondo apposito. Quando i dirigenti rifiutarono, si misero in proprio. Con 120mila dollari dei loro risparmi, fondarono Kohlberg Kravis Roberts & Co: Kkr.

La nuova società si specializzò in leveraged buyout. Negli anni ’80 divenne sempre più aggressiva e iniziò a comprare aziende sempre più grandi. Kohlberg, contrario al nuovo corso, si dimise nel 1987. Kravis e Roberts sono rimasti co-amministratori delegati fino al 2021, quando hanno nominato come successori Joseph Bae e Scott Nuttall (anche loro miliardari). Oggi sono co-presidenti esecutivi. Nella seconda parte della carriera hanno lavorato separati: Roberts si è stabilito a San Francisco, Kravis a New York, in un ufficio arredato con targhe commemorative delle operazioni più importanti di Kkr. Su una parete, una citazione di Machiavelli. Tradotta e parafrasata, suona così: “Chi introduce [nuovi ordini] ha per nemici tutti coloro che traevano un beneficio dalle vecchie istituzioni e ha tiepidi difensori in tutti coloro che trarrebbero giovamento dalle nuove”.

La seconda era di Kkr

Nel XXI secolo Kravis e Roberts hanno provato a presentarsi con un nuovo volto da imprenditori illuminati. Quindici anni fa hanno siglato un accordo con la no-profit Environmental Defense Fund in cui si sono impegnati a tracciare i rifiuti prodotti dalle loro società, le emissioni di gas serra, il consumo d’acqua e l’uso di materiali tossici. “Vent’anni fa non ero un grande sostenitore dell’esg”, ha dichiarato Kravis a Forbes. “Per me la cosa più importante era: se la società guadagna bene, tutti gli stakeholder traggono benefici. Poi mi sono convertito”.

Nella stessa intervista, Kravis ha raccontato come il modo di operare di Kkr sia distante da quello dei corporate raider, gli investitori che comprano aziende indebitate per smembrarle. “Non puoi comprare una società e tagliare tutti i costi. Non è un modello di business sostenibile. Se non reinvesti per creare nuovi prodotti, nuovi stabilimenti e nuovi modi di fare affari in nuovi mercati, alla fine morirai”.

Nel 2010 Kkr ha arruolato come direttore della divisione industrial buyout Pete Stavros, un sostenitore della distribuzione di azioni ai dipendenti come strumento per aumentare la produttività. Dopo il suo insediamento, il fondo ha assegnato centinaia di milioni di dollari di titoli ai lavoratori delle imprese acquisite.

Gli affari in Italia e il caso Marelli

L’acquisto della rete di Tim è solo l’ultimo affare italiano di Kkr. Il fondo ha investito per la prima volta nel nostro Paese nel 2005 con Selenia, un’azienda di oli lubrificanti comprata per 835 milioni di euro e rivenduta due anni dopo a Petronas per un miliardo. Poi sono arrivate Sistemia (gestione crediti), Argenta (distributori automatici), Inaer (elicotteri), Sirti (reti di telecomunicazione), FiberCop (rete Tim), Industria chimica emiliana (principi attivi farmaceutici), Cmc (packaging), Fedrigoni (carta).

Di recente si è parlato molto di Kkr anche per il caso Marelli. Il fondo ha acquistato l’azienda nell’ottobre 2018 da Fca per 5,8 miliardi di euro, tramite la giapponese Ck Holdings. La fusione ha dato vita al settimo polo mondiale della componentistica per auto, ma nel 2022 Marelli si è trovata schiacciata da 7,9 miliardi di debiti e ha dovuto varare un piano di ristrutturazione. A settembre Kkr ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Crevalcore, in provincia di Bologna, poi sospesa. In quello di Venaria Reale, nel Torinese, secondo la Fiom sono a rischio 500 posti di lavoro.

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