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Small Giants

Dall’acciaio di Mantova al cioccolato di Perugia: un viaggio nei distretti del “saper fare”

Articolo tratto dall’allegato Small Giants del numero di settembre 2023 di Forbes Italia. Abbonati!

Con un fatturato pari a 60 miliardi di euro, l’Italia è il secondo Paese europeo per produzione siderurgica, dopo la Germania e prima della Francia. Un comparto messo a dura prova dalla crisi del consumo di acciaio che – si stima – in Italia crescerà dell’1%, contro il 3,6% del 2022. Pesano le vicissitudini dei tre settori industriali che, sommati, rappresentano i due terzi del consumo di acciaio in Europa: costruzioni, automotive e meccanica strumentale.

È Brescia la città italiana che esporta più acciaio, seguita da Udine e Mantova nella top10, in settima posizione, troviamo quindi Terni, cittadina umbra che ha dato i natali a un santo: Valentino, patrono degli innamorati.

La siderurgia umbra…

Proprio a Terni l’imprenditore veneto Vincenzo Stefano Breda fondava, nel marzo 1884, la Società Alti Forni Fonderie e Acciaierie di Terni (Saffat), avviando così la prima grande industria siderurgica italiana. Tempo due mesi e Saffat, oggi Ast (Acciai Speciali Terni), iniziava a produrre rotaie: si era infatti dotata di cinque forni Martin-Siemens che fecero dell’azienda la più avanzata tecnologicamente in Italia. Era poi un crescendo. Si va dalle medaglie all’Esposizione Universale di Parigi a una produzione triplicata grazie o a causa (dipende dalla prospettiva) della Grande Guerra; diventato un complesso polisettoriale elettrico-siderurgico-chimico tornava ad operare per un conflitto, questa volta il secondo mondiale, poi cadde quindi risorse negli anni Cinquanta.

Oggi la ThyssenKrupp ha ceduto la Ast al Gruppo Arvedi che con un piano di investimenti da 1 miliardo abbondante darà nuova linfa all’azienda secolare che nel frattempo ha generato un pulviscolo di aziende esteso fino a Perugia.

In tal senso la mente va alla Siderurgica Umbra nata negli anni Sessanta come filiale della Ita Tubi, azienda leader nella produzione e commercializzazione del tubolare e la cui sezione umbra aveva come direttore il ragionier Barbero: l’uomo che rilevò la filiale di Perugia lanciando così la Siderurgica Umbra.

Altro marchio di rilievo perugino è Iron Assisi, un centro servizi lamiere a un soffio dalla cittadina di San Francesco e attivo nella siderurgia dal 1986. Occupa una superficie di 112mila metri quadrati e produce 85mila tonnellate l’anno di materiale spianato, prelavorato e tubi. Altra realtà perugina è la Wilsider, tre decenni di storia avviata con la produzione di tubi e allargatasi a travi, lamiere da coils e da treno, laminati mercantili, tubolari, pannelli coibentati, grigliati, paletti per recinzioni, chiusini in ghisa sferoidale.

… e quella mantovana

La siderurgia mantovana ruota attorno al colosso Marcegaglia, numero uno al mondo nella trasformazione dell’acciaio e produzione di tubi saldati in acciaio inox e leader europeo nella produzione di tubi saldati in acciaio al carbonio. Azienda che si sintetizza nella formula 10.1.0.0.0, nel senso che sta per toccare i 10 miliardi di fatturato, 1 miliardo di ebitda, ha 0 debiti e aspira a 0 emissioni e 0 infortuni. Il quadro si completa con 7500 dipendenti, 37 stabilimenti in quattro continenti e 15mila clienti.

Una storia avviata da Steno Marcegaglia nel 1959, nell’attuale quartier generale di Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova. Scarpe rotte e zero lire in tasca, si legge nella biografia per Marsilio, Steno Marcegaglia bruciava di ambizione, propensione al rischio e su tutto aveva per bussola una chiara visione. La Ur-Marcegaglia prendeva corpo in una terra senza la minima tradizione siderurgica. Fu dunque un pioniere, il primo in assoluto, il fondatore di un impero oggi retto dalla seconda generazione incarnata da Antonio ed Emma Marcegaglia. Nel 2023, per la prima volta in oltre 60 anni di storia, il Gruppo, da leader mondiale nella trasformazione dell’acciaio, è entrato anche nella produzione primaria, acquisendo un’acciaieria a forno elettrico per acciai inossidabili, a Sheffield.

Anche nell’immaginario comune l’imprenditoria mantovana vivrebbe anzitutto di due comparti: acciaio e calza. Per la verità il distretto della calza è in sofferenza: in dieci anni l’occupazione ha subito un taglio del 42% e le imprese registrano un calo del 37% passando dalle oltre dieci mila unità del 2011 alle seimila del 2022. Sforbiciata la quantità, ma è intatta la qualità. I comuni stretti attorno all’epicentro del distretto di Castel Goffredo continuano ad assicurare la leadership italiana del settore.

Dal latte al salame: l’industria alimentare di Mantova

Brilla il settore dell’agroalimentare che certo trae stimolo dalla conformazione del territorio per il 92% costituito da pianura e il resto da colline. Si va dall’industria lattiero-casearia (con picco in Sterilgarda Alimenti, 374 milioni di euro di fatturato) a quella della lavorazione e conservazione delle carni con marchi come Martelli, azienda avviata nel 1959 dall’omonima famiglia nota nell’area per la capacità di macellare i suini e di vedere – si racconta – i migliori tagli di carne nascosti nella materia. Il cuore batte ancora a Dosolo, in provincia di Mantova, ma tramite una serie di acquisizioni il Gruppo si è allargato a Parma (Langhirano e Sala Baganza), Udine (San Daniele), Padova fino agli Usa e Germania.

Così come la Levoni ha una storia ormai secolare con capostipite in Ezechiello Levoni che apriva il suo primo salumificio a Precotto, alle porte di Milano, mettendo a frutto l’arte della norcineria appresa al servizio di Francesco Peck da Praga, a lungo sinonimo di gioielleria gastronomica milanese.

Nel 1923, spostava l’attività a Castellucchio, alle porte di Mantova, dove nel 1976 avrebbe creato il macello Mec Carni; seguiva l’acquisizione di uno storico prosciuttificio a San Daniele del Friuli, così come nel 2014 nasceva la Levoni America per assicurare una presenza capillare negli Usa. Oggi è un’azienda a gestione familiare alla quarta generazione, con oltre 700 collaboratori, 4 siti produttivi, e salumi distribuiti a 10 mila clienti in Italia e in 50 paesi nel mondo.

Tra l’altro il salame mantovano ha una tradizione che arriva dagli Etruschi e venne coltivata dagli stessi Gonzaga signori di Mantova. Si narra che Isabella d’Este fosse ghiotta di questo prodotto e che a corte non mancassero mai i norcini. Così come dagli affreschi della leggendaria Camera degli Sposi di Palazzo Ducale si evince che è antica la coltivazione della pera tipica mantovana IGP.

Altro comparto di rilievo nel mantovano è quello del legno di Casalasco-Viadanese, un sistema di otto comuni della provincia di Cremona e cinque di Mantova e che ha nella coltivazione del pioppo lungo il fiume Oglio il suo punto di forza. In Umbria i distretti industriali coprono il settore della ceramica nell’area di Deruta, dell’abbigliamento e maglieria a Perugia, arredamento e metalmeccanico nel marscianese, ricamo ad Assisi, tipografia e cartotecnica a Città di Castello-San Giustino, quindi siderurgia e chimica tra Terni e Narni, senza dimenticare il cioccolato.

L’arte tessile che ha fatto la storia

L’arte del tessile perugina è leggendaria, con tessuti che già nel Medioevo erano imprescindibili nei corredi delle donne dell’aristocrazia europea. Nel baule di viaggio di Caterina de’ Medici, in sposa al re di Francia Enrico II, c’erano “tovaglie e pannili perugini”. Le Tovaglie Perugine, poi, erano il prodotto di punta, summa di gusto ed eleganza, elemento decorativo per gli altari nelle chiese del centro Italia: con fondo bianco, a occhio di pernice o spina di pesce bassa, fasce colorate in blu, e spesso ornate con la figura del grifo, simbolo della città. In crisi dal Cinquecento, il comparto rinacque sul finire dell’Ottocento, quando nella città di San Francesco venne riscoperta l’antica tradizione del punto Assisi e a Spello si tornò a produrre il tessuto Hispellum. E soprattutto, si passava alla lavorazione dei filati veri e propri, dalla pettinatura dei conigli d’angora introdotta da Luisa Spagnoli, fino alla fiorente produzione di capi in cashmere d’oggi.

La storia di Luisa Spagnoli

La signora Spagnoli, signora del cioccolato e dell’angora, percorse una strada in salita come quelle che disegnano la sua Perugia. Figlia di un pescivendolo, nel 1901 col marito Annibale fondava la confetteria Spagnoli facendo lei stessa i confetti, tempo pochi anni e in collaborazione con la ricca famiglia Buitoni lanciava la Perugina oggi nella costellazione Nestlé. A lei si deve la creazione del Bacio, l’iconico cioccolatino, e il cambio di rotta aziendale durante il primo conflitto, quando sostituì gli uomini chiamati al fronte con le mogli e sorelle rispondendo al divieto di produrre dolci con la creazione di barrette energetiche di cioccolato per i soldati in trincea. La produzione decuplicava. Buitoni rilevava l’azienda con grande rammarico di Annibale, che abbandonava il cda, mentre Luisa procedette continuamente. Anche per questo Perugia ospita il Festival del cioccolato, che si tiene ogni anno dal 1994.

Poi altra scintilla. Grazie a un viaggio a Parigi, intuì che dai conigli d’angora avrebbe potuto ricavare pregiata lana da filato soprattutto se il pelo fosse stato pettinato con spazzole speciali, queste introdotte dal figlio Mario. Nasceva l’azienda “Angora Spagnoli” poi il marchio tuttora sinonimo di eleganza al femminile. Perugia è poi sinonimo di cashmere con zenit in Brunello Cucinelli.

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