
Articolo tratto dal numero di ottobre 2025 di Forbes Small Giants. Abbonati!
A cura di Luca Brambilla, direttore dell’Accademia di Comunicazione Strategica
Disciplina, contaminazione di saperi e rispetto per le persone: ecco alcuni degli ingredienti che hanno reso San Marco Group un’azienda leader nella produzione e commercializzazione di pitture e vernici per l’edilizia professionale. Le parole del presidente e amministratore delegato Pietro Geremia offrono spunti preziosi per tutte le imprese che vogliono crescere con visione e consapevolezza.
Pietro, quali sono i passaggi essenziali dei vostri 88 anni di storia?
Tutto nacque dallo spirito imprenditoriale del mio bisnonno, Pietro Tamburini. Di umili origini, si formò lavorando in una drogheria nel centro di Venezia dove si vendevano le terre colorate con cui i maestri artigiani dipingevano gli stucchi delle case nobiliari. Con la decisione di mettersi in proprio si allontanò dal settore del colore, dedicandosi alla commercializzazione del ghiaccio e del latte. Tornò alle origini nel 1937, quando aprì a Treviso un magazzino per la vendita di materie prime per la verniciatura. L’impresa si chiamava Pietro Tamburini e A, dove la ‘A’ stava per Alessandrina, sua figlia, rappresentante della seconda generazione. Un’imprenditrice strutturata, che portò processi, rigore e disciplina trasformando la piccola bottega in un’azienda chimica industrializzata. Sebbene ci abbia lasciati tre anni fa, alla veneranda età di 102 anni, ancora oggi si respira la cultura che ha lasciato grazie anche alla sua presenza costante in azienda. Fu mio padre Federico ad aprire San Marco al mercato estero. Una strategia inconsueta, in un’Italia segnata dal boom economico degli anni ’80 che spingeva le imprese a investire prevalentemente entro i confini nazionali. È datata 1997 la sua intuizione di fare la prima delle otto acquisizioni realizzate negli anni a seguire. Siamo io e le mie sorelle Mariluce e Marta ad avere recentemente completato l’ultimo passaggio di testimone.
Non è scontato che tutti i figli vogliano entrare in azienda. Come avete affrontato il passaggio?
Credo che i fattori chiave siano stati tre: fiducia, struttura e contaminazione. Se mio padre ci ha sempre dato autonomia, concedendoci di sperimentare e sbagliare, il passaggio è stato tutt’altro che dettato dall’istinto: per circa cinque anni siamo stati affiancati da un consulente esterno con cui abbiamo stipulato un patto di famiglia. Questo processo, forse ereditato dal rigore di nonna Alessandrina, ha permesso una transizione graduale. Abbiamo scelto di managerializzare l’azienda creando un piano industriale e inserendo un direttore generale esterno. Il Cda è composto da quattro membri della famiglia e da quattro esterni: una soluzione che garantisce equilibrio, imparzialità e una contaminazione di punti di vista. La governance nel 2024 ha contribuito a raggiungere fatturato di oltre 122,800 milioni di euro e un Ebitda margin del 21,1%, quasi il doppio rispetto ai competitor.
Cosa spinge le persone a lavorare in San Marco Group?
Già ai tempi di nonna Alessandrina l’attenzione al benessere delle persone era una colonna portante dell’azienda. È emblematico in questo senso il percorso di Renzo Cillotto: assunto con un diploma di terza media, l’azienda ne ha favorito la formazione serale permettendogli una crescita professionale che gli ha spalancato le porte del Cda. Le iniziative di welfare che oggi proponiamo sono numerose. Ad esempio, promuoviamo la genitorialità: alla nascita di un figlio offriamo 6.000 euro a ogni mamma o papà, raddoppiamo i giorni del congedo di paternità e integriamo la retribuzione della maternità facoltativa. L’insieme di queste e altre iniziative contribuisce a creare un ambiente in cui le persone sono motivate e felici di lavorare. Per sostenerne i costi stiamo implementando un piano di efficientamento basato sulla digitalizzazione.
Con quali parole vorresti che i vostri futuri eredi ricordassero la vostra generazione?
La prima è ‘creazione di valore’. L’azienda ha sempre generato un impatto positivo e vorrei che continuasse a farlo. La seconda parola è ‘apertura’, intesa come accoglienza di visioni nuove, competenze diverse e sperimentazione di frontiere inedite. Infine, ‘globalità’. Il mio sogno è che si evolva il processo di internazionalizzazione. A pensarci bene, sono tre sfumature di un unico grande principio: crescita.



