
Il 2026 sarà un anno cruciale per il vino italiano. Non tanto per la crescita — che resterà modesta — quanto per la ridefinizione dei suoi equilibri. Dopo la vendemmia 2024, la più bassa dal 1961 con appena 225,8 milioni di ettolitri a livello mondiale, il 2025 ha segnato un leggero recupero, ma senza riportare la produzione sopra le medie storiche. Il clima estremo è diventato la nuova costante, e la scarsità relativa sarà il tratto distintivo del prossimo biennio.
Sul fronte dei consumi, i dati Iwsr confermano una stagnazione globale: la crescita prevista per le bevande alcoliche nel 2026 è pari a zero, sia in volume sia in valore. Il vino non fa eccezione. In un contesto in cui la “marea” non solleva più tutte le barche, la conquista del mercato dipenderà dalla precisione con cui i produttori sapranno leggere la domanda e costruire proposte coerenti, credibili, leggibili.
Per l’Italia, i segnali sono misti ma strutturalmente positivi. La vendemmia 2025 si è chiusa su circa 47,4 milioni di ettolitri, con buoni livelli qualitativi. Tuttavia, il mercato resta fragile: gli Stati Uniti, primo sbocco, rallentano, mentre Germania e Canada sostengono l’export con maggiore regolarità. L’Italia mantiene il primato di esportatore mondiale in volume e uno dei valori più alti in assoluto, oltre 8 miliardi di euro, ma la crescita non è più garantita: bisogna difendere margini e posizionamento.
Nel mare calmo della stagnazione globale, le bollicine continuano a muoversi con corrente propria. Il Prosecco Doc ha chiuso il 2024 a 660 milioni di bottiglie, per un valore complessivo stimato di 3,6 miliardi di euro. È un risultato che conferma la forza dell’Italia nel premium sparkling, ma che richiede una riflessione: la categoria si polarizza. Da una parte l’offerta promozionale, dall’altra le cuvée identitarie — legate a parcelle, tempi di sosta, gestione agronomica e stili di vinificazione più precisi. Il futuro premia quest’ultima direzione, quella della specificità. Franciacorta e Trentodoc, in questo senso, continuano a crescere in reputazione, trainate dal desiderio di autenticità e trasparenza di processo.
Al di fuori del mondo spumante, l’Italia possiede un vantaggio competitivo nei bianchi “contemporanei”: vini chiari, salini, agili, con gradazioni moderate e trame fini. Verdicchio, Pinot Bianco, Fiano, Falanghina, ma anche i blend altoatesini e friulani rispondono perfettamente alla nuova estetica del bere, dominata dall’equilibrio e dall’usabilità gastronomica. Si consolida anche il rosé di nuova generazione — gastronomico, longevo, con un profilo tecnico sempre più preciso. Chiaretto, Cerasuolo d’Abruzzo e i rosati siciliani incarnano un’Italia capace di interpretare il colore come linguaggio, non come stagionalità.
Sul versante agricolo, i segnali sono più complessi. Il 2025 ha registrato un crollo dei prezzi delle uve in molte denominazioni — fino al 40% per alcune aree di pregio —, con un effetto a catena sul reddito agricolo e sulla percezione del valore. Il rischio è un progressivo divario fra denominazioni capaci di controllare l’offerta, con politiche di valorizzazione e comunicazione, e zone più esposte alla volatilità. La lezione è chiara: il volume senza narrazione non genera valore.
Sul fronte delle innovazioni, il segmento no/low-alcohol non è più una curiosità ma un laboratorio di ricerca reale. Le previsioni indicano una crescita media annua fra il 7 e il 9% fino al 2026, con il vino aromatico e frizzante come terreno più adatto alla sperimentazione. La sfida sarà mantenere integrità sensoriale e texture, difendendo la percezione qualitativa anche in presenza di gradazioni più basse.
Nel fine wine, dopo due anni difficili, si intravedono segnali di stabilizzazione. Gli indici Liv-ex hanno smesso di scendere, e l’Italia — con un Italy 100 pressoché stabile — conferma il suo ruolo di “bene rifugio” all’interno del mercato globale. Tuttavia, la domanda si fa più selettiva: funzionano le etichette “ready to drink”, i back-vintage mirati e le micro-allocazioni distribuite nel tempo. I grandi rossi italiani dovranno riscoprire la virtù della misura, puntando su trasparenza estrattiva e proporzione più che su potenza o concentrazione.
Un capitolo decisivo del 2026 sarà quello della regolazione. Il nuovo Ppwr europeo entrerà in applicazione il 12 agosto 2026, con obiettivi stringenti su riciclo e riuso degli imballaggi. In parallelo, in Italia il contributo ambientale Conai per il vetro (EPR) salirà a 40 euro per tonnellata dal 1° gennaio 2026. Il peso della bottiglia diventerà, oltre che una questione ambientale, un fattore economico concreto: alleggerire non è più una scelta etica, ma un vantaggio competitivo. Parlare di sostenibilità senza toccare il vetro sarà ormai una contraddizione.
Se guardiamo alla geografia dei mercati, gli Stati Uniti restano prudenti, con importatori sempre più selettivi e avversi a tenere stock. Germania e Canada, al contrario, mostrano una domanda più stabile, sostenuta da una fascia media solida e da una cultura del consumo consapevole. Il Regno Unito continua a rappresentare un bacino interessante per le bollicine, mentre in Asia e Sud America emergono segnali ancora timidi ma potenzialmente promettenti.
La mappa dei canali cambia: l’importatore torna protagonista. Oggi il 78% delle esportazioni italiane passa attraverso questo filtro professionale, mentre arretrano gdo e vendita diretta all’estero. Questo significa che il rapporto B2B tornerà a essere il cuore strategico delle cantine esportatrici. Non basterà più “esserci”: servirà costruire materiali chiari, linguaggi unificati e portafogli coerenti, capaci di raccontare con semplicità una gamma ordinata. Parallelamente, l’enoturismo e il Dtc restano leve difensive di margine e di cash flow, ma non sostitutive.
La strategia per l’Italia, nel 2026, sarà una sola: semplificare per valorizzare. Ridurre il numero di etichette, definire meglio le identità stilistiche, nominare con chiarezza le differenze tecniche (lieviti, tempo sui lieviti, parcella, gestione del legno) e restituire leggibilità a portafogli troppo stratificati. Allo stesso tempo, serve una gestione più disciplinata dei prezzi: evitare le promozioni eccessive, proteggere la percezione di valore, concentrarsi su bundle intelligenti per canale, programmare le uscite in modo più razionale.
Il vino italiano arriva al 2026 con gli asset giusti: bollicine forti, bianchi contemporanei, rossi di profondità e una rete produttiva capillare. Ma la differenza non la farà la quantità: la farà la capacità di comunicare chiarezza, coerenza e identità verificabile. È la transizione da un modello di abbondanza indistinta a uno di qualità leggibile, dove il consumatore capisce cosa sta comprando, perché vale e da dove viene.
In questo scenario, l’Italia ha l’occasione di trasformare la fragilità in vantaggio: meno vino, ma più riconoscibile. Meno rumore, più voce. E un orizzonte che, pur incerto, premia chi sa tenere la rotta con disciplina, visione e autenticità.
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