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23 febbraio 2026
Mauro Porcini parla del significato profondo del progresso oggi, per tornare a rendere il tech un atto culturale prima che industriale
Se ormai l’innovazione è ridotta a mero sinonimo di accelerazione tecnologica, vale la pena soffermarsi su un interrogativo sempre più urgente: qual è il vero senso dell’innovare? Significa solo produrre dispositivi sempre più performanti, ottimizzare processi e conquistare quote di mercato? Oppure l’innovazione conserva ancora una dimensione originaria, legata alla qualità dell’esperienza umana?
È in questo contesto che si inserisce la riflessione proposta da Mauro Porcini, chief design officer di Samsung, che al recente Ces 2026 ha contribuito a riportare il dibattito tecnologico verso una prospettiva più umana, gentile. Durante il panel “The Human Side of Tech: Designing a Future Worth Living”, moderato da Debbie Millman e affiancato da figure come Karim Rashid e Fabio Novembre, Porcini ha orientato il confronto verso un tema essenziale: quello di tornare a riconoscere nell’innovazione la sua spinta originaria, ovvero l’amore. Una visione radicale che ci ha spiegato durante una chiacchierata presso gli uffici di Samsung a Milano.
Lei sostiene che l’innovazione sia, prima di tutto, un atto d’amore. In un contesto dominato da metriche e performance, sembra un’affermazione quasi controintuitiva.
Lo capisco. Eppure, se guardiamo alla storia dell’innovazione, vediamo che nasce da un impulso profondamente umano, ovvero quello di creare qualcosa che migliori la vita delle persone. Nel design parliamo di oggetti meaningful, significativi. Quando studiavo al Politecnico di Milano mi è stato insegnato che ogni progetto vive nell’intersezione di tre lenti: le persone, la tecnologia e il business. La priorità resta la creazione di valore per l’essere umano, ma quel valore deve essere tecnologicamente possibile e economicamente sostenibile.
Se torniamo simbolicamente all’inizio dei tempi, al primo essere umano che sfrega due pietre per generare uno strumento, quell’atto non era motivato dal profitto, ma dalla sopravvivenza e dalla cura. L’innovazione nasce come risposta ai bisogni fondamentali: fisiologici, identitari, simbolici. È solo più tardi, con la nascita delle strutture economiche complesse, che abbiamo iniziato a confondere il fine con il mezzo.
Quando è avvenuto questo slittamento?
Con la progressiva istituzionalizzazione dell’economia. Baratto, moneta, corporazioni, aziende: strumenti indispensabili, ma che nel tempo hanno spostato il baricentro dall’atto creativo alla sua monetizzazione. Abbiamo iniziato a raccontarci che l’obiettivo fosse generare profitto, potere, fama. In realtà, il profitto dovrebbe essere la conseguenza della capacità di creare valore autentico per le persone. Quando si inverte questo rapporto, nel breve periodo si può anche vincere, nel lungo periodo, però la storia dimostra che si perde capacità innovativa.
Oggi, paradossalmente, il contesto competitivo ci riporta alle origini. Le barriere all’ingresso si stanno abbassando: accesso ai capitali, tecnologie più economiche, distribuzione digitale. Non c’è più protezione per la mediocrità. Se non investi nell’eccellenza a 360 gradi – prodotto, servizio, esperienza, comunicazione – qualcuno lo farà al posto tuo. In questo senso, dunque, l’atto d’amore torna a diventare un vantaggio competitivo.
Che ruolo ha il design in questa trasformazione?
Non può essere una responsabilità esclusiva del design. Marketing, finanza, ricerca e sviluppo: tutte le funzioni devono adottare una cultura human-centered. Il design, però, può essere un catalizzatore. Possiede nel proprio Dna questa attenzione all’essere umano. Per esercitare davvero questo ruolo, però, il designer deve imparare a parlare il linguaggio del business, trasformare valori umanistici in strategia. E servono qualità che nel mondo corporate non sempre sono valorizzate: rispetto, apertura alla diversità, umiltà unita a fiducia in sé. Senza queste dimensioni relazionali, anche il talento più brillante si inaridisce. L’innovazione è sempre un atto collettivo.
In che modo questa visione si traduce nel suo lavoro in Samsung?
Sto lavorando su due pilastri principali. Il primo è la centralità dell’essere umano. Oggi si parla molto di intelligenza artificiale, automazione, efficienza. Meno di ciò che tutto questo significa per le persone. L’AI entusiasma, ma genera anche timori. Per questo ho sintetizzato il nostro approccio in una formula: AI × (EI + HI). L’intelligenza artificiale deve essere guidata dall’Intelligenza Emotiva e dall’Immaginazione Umana. Nei processi di innovazione, l’AI è potenziata dalla sensibilità e dalla creatività delle persone; nei prodotti, deve a sua volta amplificare le capacità umane, liberando tempo e sostenendo l’espressione individuale.
Il secondo pilastro riguarda invece il linguaggio formale. Dopo due decenni di minimalismo, il tech è diventato sorprendentemente uniforme. Io propongo di passare da “form follows function” a “form and function follow meaning”. Forma e funzione devono seguire il significato. Le persone sono diverse, vivono in spazi diversi, hanno identità diverse. Perché dovrebbero circondarsi di oggetti tutti uguali? Parlo di expressive design: non un rifiuto del minimalismo, ma l’apertura a una pluralità di linguaggi, a maggiore personalizzazione, a un’estetica più calda.
L’intelligenza artificiale richiede anche una responsabilità educativa da parte delle aziende?
Credo sia una responsabilità condivisa tra aziende e governi. Servono policy, ma anche educazione culturale. Ogni grande innovazione ha generato paura: dalla scrittura alla rivoluzione industriale. Non dobbiamo temere la tecnologia, ma dotarla di una bussola etica. Senza valori, può amplificare le nostre fragilità; con valori solidi, può amplificare la nostra umanità. Per un’azienda significa costruire una cultura in cui il profitto non sia l’ossessione primaria, ma la conseguenza di una dedizione sincera alla creazione di valore. Significa investire anche quando i risultati economici sono positivi, perché qualcuno, prima o poi, farà meglio.
Il punto centrale è uno: l’amore per ciò che fai, per il tuo team, per le persone che servi. Può sembrare una formula poetica, ma in realtà è una strategia di lungo periodo. Perché, in definitiva, innovare significa prendersi cura del futuro dell’essere umano. E questo, prima ancora che un modello di business, è una scelta culturale.