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3 marzo 2026
Lexroom punta sulla nuova frontiera della tecnologia per innovare un settore tradizionalmente considerato conservativo
Innovare nel settore degli studi legali, facendo leva sul potenziale della tecnologia. È l’obiettivo di Lexroom, piattaforma di intelligenza artificiale nata per semplificare il lavoro nello studio. Ne abbiamo parlato con Paolo Fois, co-founder e ceo, e con Martina Domenicali, co-founder e chief revenue officer.
Come nasce l’idea di entrare nel business legale, storicamente poco aperto alle innovazioni e legato alle relazioni personali?
PF: Lexroom nasce dentro Vento, venture builder che ha fatto incontrare me, Martina e Andrea, mettendo a fattor comune competenze complementari: prodotto, AI e diritto. Abbiamo osservato che la genAI stava trasformando molti settori, ma tra tutti quello legale: enorme e ancora poco digitalizzato era forse quello rimasto più indietro. L’intuizione è stata costruire un’infrastruttura data-first che andasse oltre lo sviluppo di un semplice chatbot, per avere un “avvocato AI”, basato su oltre sei milioni di fonti normative certificate, che potesse potenziare il lavoro dei professionisti attraverso il lavoro di un’AI affidabile e verificabile. Abbiamo deciso di entrare in un settore considerato “conservatore” proprio perché era quello con il maggiore gap tecnologico.
Su cosa punterete per farvi strada rispetto alla concorrenza?
MD: Il nostro vantaggio competitivo è triplice: specializzazione, localizzazione e velocità di esecuzione. I player globali sono LLM-first, mentre noi siamo data-first. Abbiamo costruito un database proprietario di milioni di fonti giuridiche italiane e sopra questo abbiamo sviluppato modelli AI che riducono le allucinazioni prossime allo zero. Questo approccio ha attirato capitali dalla Silicon Valley, incluso il round Serie A da 16 milioni guidato da Base10. Possiamo dire che la qualità del dato è la nostra barriera d’ingresso: il vero vantaggio competitivo che abbiamo rispetto ai competitor non è solo il modello di intelligenza artificiale in sé, che oggi è accessibile a molti, ma l’infrastruttura proprietaria di fonti giuridiche certificate su cui il modello lavora. Abbiamo democratizzato l’accesso all’AI legale, rendendola una tecnologia accessibile a tutti e non solo riservata ai grandi studi. Contiamo più di 7.000 clienti attivi, di cui 6.500 sono studi legali da 1 a 10 professionisti. Questo è il nostro “bread and butter”. Qui abbiamo trovato un fortissimo product market fit: l’anno scorso abbiamo avuto un tasso di crescita oltre la media del 16x. La differenza è sia tecnologica che culturale: portiamo una AI affidabile dove prima non era accessibile.
Quali sono i target di crescita?
L’obiettivo è chiudere il 2026 a 40 milioni di euro, di cui 10 milioni generati all’estero. Siamo passati da 800 mila euro a oltre 10 milioni di ricavi ricorrenti in dodici mesi, dimostrando che il modello è scalabile. Ora stiamo replicando la strategia in Spagna e Germania, con team locali e integrazione dei dataset nazionali. Vogliamo aprire una nuova country ogni trimestre nei principali Paesi europei di civil law. La crescita non è solo geografica, ma anche di profondità. Tra Spagna e Germania abbiamo già più di 30 clienti attivi. In generale abbiamo una retention al 93% e una net revenue retention superiore al 120%. Questo significa che i clienti non solo restano, ma aumentano l’utilizzo. Il 65% degli utenti mensili attivi utilizza il servizio giornalmente: significa che quasi 2 utenti su 3 utilizzano la piattaforma tutti i giorni con una frequenza di utilizzo superiore a quella di molte applicazioni di intelligenza artificiale di uso comune (come ChatGPT). Parallelamente stiamo ampliando il team: siamo passati da 10 a 90 persone in meno di 18 mesi, con l’obiettivo di arrivare a 200 entro la fine di quest’anno per rafforzare AI engineering, prodotto e internazionalizzazione.