
Olegs Cernisevs
Contenuto tratto dal numero di marzo 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
In Europa il fintech sta cambiando pelle. Dopo anni di crescita accelerata, round milionari e interfacce accattivanti, il settore entra in una fase più matura e selettiva. Non basta più lanciare rapidamente un prodotto o promettere un’esperienza utente impeccabile: regolatori, circuiti di pagamento e mercati chiedono oggi infrastrutture robuste, compliance rigorosa e sistemi capaci di reggere una pressione normativa e di sicurezza sempre più stringente.
La trasformazione si riflette anche nei numeri. Nel 2024 il mercato fintech europeo ha superato i 100 miliardi di dollari e potrebbe raggiungere i 461 miliardi entro il 2034, con un tasso di crescita annuo composto vicino al 18%. Una traiettoria che non racconta solo espansione, ma un cambiamento strutturale: da ecosistema sperimentale a componente sempre più integrata nel sistema finanziario tradizionale.
È soprattutto nell’infrastruttura dei pagamenti che questa evoluzione diventa evidente. Nei sistemi europei, la differenza tra utilizzare un’infrastruttura e gestirla direttamente sta diventando decisiva. È qui che il fintech smette di muoversi in superficie e si confronta con un terreno che, fino a pochi anni fa, era quasi esclusivamente presidiato dalle banche.
Il mercato italiano è emblematico. Storicamente sono stati gli istituti di credito a svolgere il ruolo di nodi infrastrutturali: partecipanti diretti all’Area unica dei pagamenti in euro (Sepa), titolari di conti di regolamento nei circuiti paneuropei, responsabili delle funzioni operative e di settlement che sostengono l’intero sistema. Parlare di un passaggio “dalle interfacce alle architetture” significa quindi porsi una domanda: il fintech è pronto ad assumersi responsabilità di regolamento, gestione operativa e presidio dei rischi finora riservate alle banche?

In Europa stanno emergendo modelli che rispondono affermativamente. In questi casi l’innovazione non parte dal prodotto, ma dall’architettura: prima si progetta il sistema nel suo insieme — rischio, resilienza, compliance e interazione con le grandi infrastrutture — e solo dopo si costruisce l’interfaccia.
StarBridge è uno degli esempi più significativi di questo approccio. Si propone come piattaforma infrastrutturale che opera all’incrocio tra ingegneria finanziaria e ricerca scientifica e ha l’obiettivo di progettare soluzioni fintech dotate di un livello di controllo e prevedibilità paragonabile a quello bancario. Per anni un simile grado di autonomia per gli istituti di moneta elettronica (Emi) è rimasto soprattutto teorico: il quadro normativo non consentiva loro di essere partecipanti diretti ai sistemi di pagamento. L’evoluzione delle regole europee ha però aperto nuove possibilità.
È in questo contesto che si inserisce Papaya, istituzione di moneta elettronica costruita secondo principi architetturali orientati all’interazione autonoma con l’infrastruttura dei pagamenti. Con l’accesso diretto a Sepa, Papaya ha assunto funzioni di regolamento e operative che, nella maggior parte dei casi, restano affidate a banche intermediarie. Questo le consente non solo di operare direttamente nel sistema, ma anche di offrire ad altri operatori finanziari accesso a Sepa, svolgendo un ruolo di corrispondente senza il coinvolgimento di una banca tradizionale.
Un’autonomia di questo tipo richiede però modelli avanzati di gestione del rischio e resilienza operativa progettati fin dall’origine.
Alla base di questo impianto vi è l’applicazione di metodi scientifici alla gestione del rischio, trattato come variabile misurabile e modellabile. La capacità di un sistema finanziario di sostenere carichi regolatori e operativi crescenti dipende infatti dalla qualità dei modelli su cui è costruito.
In questo ambito si colloca il lavoro di Olegs Cernisevs, dottore di ricerca, fondatore di StarBridge e direttore tecnico di Blackcat. Autore di pubblicazioni sulla modellazione del rischio e sulla resilienza operativa digitale, Cernisevs incarna un profilo in cui ricerca e pratica convergono: le analisi teoriche si traducono in scelte architetturali e processi concreti. È inoltre tra i fondatori della Latvian Risk Management Association, prima associazione professionale lettone dedicata alla gestione del rischio e parte della federazione europea di settore. Questa impostazione infrastrutturale si riflette nel prodotto finale. L’evoluzione del brand Blackcat — precedentemente Blackcatcard — segna il passaggio da semplice carta a piattaforma fintech integrata.
La nuova app Blackcat è basata su un sistema multi-wallet; l’utente può creare più portafogli, in euro e nelle principali criptovalute, destinandoli a funzioni diverse come spese quotidiane, abbonamenti, pagamenti online o risparmio. A ciascun wallet possono essere assegnati limiti specifici e, per quelli in euro, è possibile emettere carte dedicate. In un’unica interfaccia convivono conto Sepa con Iban personale, trasferimenti card-to-card, servizi crypto e carte di livello credit-grade, utilizzabili per prenotazioni alberghiere, noleggio auto e gestione di rimborsi.
Nel panorama europeo l’Italia resta un mercato relativamente contenuto, con meno del 10% di startup e investimenti complessivi. Competere con Regno Unito o Francia sul piano della scala è complesso. In questo scenario, il modello infrastrutturale rappresenta un’alternativa: non crescere solo attraverso il capitale raccolto, ma attraverso la solidità tecnica e la replicabilità delle soluzioni. In una fase in cui il fintech europeo passa dalle interfacce alle architetture, è qui che si gioca la partita più strategica.




