
In Corea del Sud il tempo scorre a due velocità, quella della K Pop più conosciuta, dell’intelligenza artificiale, ma anche quella di chi indossa un hanbok (il tipico vestito dell’epoca imperiale, dai toni pastello e finemente ricamato) per entrare di sera nel Gyeongbokgung, il palazzo della dinastia Jeoseon, che svetta con la sua architettura antica tra i grattacieli.
E così, si saluta l’amico vestito alla moda, con il cappellino del più famoso brand di fast fashion Matin Kim, copiando gli “idoli” dei Bts (il più importante gruppo musicale della Corea), con l’amico che indossa il Gat, il cappello antico di crine di cavallo diventato famoso per il cartone animato K-Pop Demon Hunters, che esce da palazzo con la fidanzata, dopo una sessione fotografica intensiva che li ritrae come coppia innamorata agli occhi di tutti.
L’anima di Seul (che si pronuncia Soul, e si scrive Seoul in inglese) è inafferrabile. Anche in Italia si assiste al nuovo trend per la cultura coreana, la K Culture, che si costruisce sul passato, ben radicata come tutte le culture asiatiche, anche se sembra lanciata a tutta velocità nel futuro.
E come si incontra il futuro più spinto con la tradizione più orgogliosa del passato? Abbiamo tracciato le esperienze più particolari per raccontare una città che (per noi occidentali) rappresenta il mondo affascinante e distopico della Corea del Sud.
Per immergersi nella cultura coreana fate subito un giro al Museo nazionale della Corea: si possono vedere le ceramiche e le bellezze artistiche dei periodi Goryeo e Joseon, e subito apprezzare come la modernità e la musica K-pop sia connessa alla storia. Un paio di esempi su tutti: la nuova hit song (No.29) dei BTS dedicata al suono roco della campana sacra del Re Seongdeok (anche chiamata Emille Bell), considerata il tesoro nazionale. Una canzone di 1 minuto e 38 secondi costruita interamente sul rintocco della campana.
Conosciuta anche come la Brooklyn di Seul, proprio fuori dal museo, è il distretto hypster con la più grande riqualificazione di un’area industriale, dove vecchi magazzini e fabbriche sono stati trasformati in caffetterie di design, gallerie d’arte, showroom di moda, spazi culturali, pop-up store di marchi coreani e internazionali.
Nel quartiere di Gangnam-Gu la skincare è una cosa seria: parte del turismo internazionale viene qui per trattamenti dove i coreani sono all’avanguardia, a prezzi più che onesti. Un consiglio su tutti: Inko Seoul, una clinica dove regna il colore rosa, dove tutti gli addetti parlano perfettamente inglese e gli operatori sono coreani. E per avere un viso “di vetro”, perfetto come quello delle coreane, prendetevi un’ora e mezza di tempo (al costo circa di 50 euro) per una seduta di microneedling, ultrasuoni e laser freddo al plasma. Se invece siete dei “botox addicted” qui si trovano cliniche specializzate che in meno di mezz’ora fanno tutto, a prezzi ancor più concorrenziali (una zona circa 50 euro, due zone a 100 euro), in consiglio è Xenia Clinic (con ottimo personale che parla in inglese).
La griglia coreana non è semplicemente un modo di cucinare: è un rito sociale, un gesto collettivo che definisce una parte importante della cultura gastronomica contemporanea di Seul. Qui il concetto di “carne alla griglia” si trasforma in un’esperienza immersiva, dove il tavolo diventa cucina e spettacolo insieme.
Nei ristoranti specializzati – come quelli ispirati al modello di Seogam, dove si utilizza una piastra in pietra o ghisa riscaldata alla perfezione ma anche nel quartiere giovane di Hongdae – la carne (solitamente maiale o manzo tagliato in varianti come samgyeopsal o galbi) viene portata cruda e cucinata direttamente al centro del tavolo. Non è lo chef a scandire il ritmo, ma il commensale stesso, che gira, osserva, attende la doratura perfetta.
La particolarità sta nel metodo: la superficie calda sigilla i succhi della carne, creando una crosticina intensa all’esterno e una consistenza morbida e succosa all’interno. Il tutto viene spesso accompagnato da kimchi, salse fermentate, aglio, peperoncino e foglie di lattuga con cui “chiudere” piccoli bocconi da assemblare al momento.
Kumdanje è il Valentino coreano, produce gli abiti tradizionali dal 1993 e oggi potete trovare in negozio due generazioni: la ceo Ill Soon Lee e la figlia Ha Eun Chang. La grande ricerca nel disegnare gli abiti tradizionali attraverso dipinti e ceramiche che rappresentano le cerimonie reali della madre si traduce nel nuovo brand Ouwr (2021) che racconta in modo pop, dalla figlia, la bellezza del patters. E questo stile viene usato anche da vip e giovani: nel 2023 il gruppo K-pop Blackpink si vestì a Coachella con una rivisitazione di hanbok.
Uscire dalla città per andare sulle montagne, verso nord: qui si incontra una persona che sembra appartenere al passato, all’epoca dei tre regni o della dinastia Joseon. Ha un dono: quello di saper decorare a intarsio con argento o oro, oggetti e spade, come in epoca reale. Si chiama Seung Gyeong-ran e da quest’anno è stata riconosciuta con il titolo di “holder of the National Intangible Heritage” per aver riportato alla vita questa tecnica, usata anticamente solo per decorare mobili e utensili di corte. I suoi lavori sono senza prezzo (per un piccolo scrigno ci vuole circa un mese di lavoro, per un prezzo di circa 2600 dollari).
Nel quartiere dello shopping di Myeong-dong il ristorante Myeongdong Kyoja è famoso per i ravioli e gli strepitosi noodles, forse i migliori della città. Non c’è la possibilità di prenotare e all’ora di pranzo aspettatevi una lunga coda: il consiglio è quindi di andare molto presto, per una sorta di brunch. Robottini sfrecciano tra i commensali portando vassoi di piatti bollenti, ma nessuno sembra farci caso, dato che i coreani sono abituati alla cyber technology.
Cheyul è conosciuto a livello internazionale (partecipando a Casa Corea anche nell’ultima Milano Design Week) e a Gangnam-Gu si possono ammirare i mobili senza prezzo nella sua galleria. L’arte dell’intarsio tra il pregiato legno di nespola giapponese e la madreperla e i vasi decorati, meritano il viaggio. Si possono prenotare anche delle classi che durano circa 1 ora e mezza dove si può creare il proprio sottobicchiere o un vassoio o una spilla, avendo un assaggio di questa difficile arte.
Nel cuore del distretto di Jongno-gu, uno dei quartieri più storici e simbolici di Seul, Hanilkwan rappresenta una delle interpretazioni più autorevoli della cucina tradizionale coreana, con una storia che affonda nelle ricette della corte e dell’élite della capitale. Qui il bibimbap non è solo un piatto iconico, ma una costruzione precisa di equilibrio e memoria gastronomica: riso caldo, verdure di stagione condite, carne e salsa gochujang dosata con misura, tutto disposto con un’estetica quasi cerimoniale prima di essere mescolato.
L’esperienza è volutamente essenziale, lontana dalle reinterpretazioni contemporanee, e punta invece alla purezza del gesto culinario originale. Il risultato è un piatto che racconta la Corea più autentica, dove ogni ingrediente mantiene la propria identità fino all’ultimo momento, quando il cucchiaio rompe l’ordine e lo trasforma in armonia.
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