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3 luglio 2026

Come Socialbooth ha trasformato il gioco in una strategia di branding per gli eventi

L'azienda milanese ha costruito un modello unico in Italia: sviluppa videogiochi personalizzati per fiere e brand activation, gestendo l'intera filiera dal concept al totem touch.
Come Socialbooth ha trasformato il gioco in una strategia di branding per gli eventi

Socialbooth

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Socialbooth – BRANDOVOICE | paid program

C’è un momento preciso in cui un evento o uno stand fieristico diventano un luogo da cui le persone non vogliono più andarsene — quando smettono di guardare e iniziano a fare qualcosa. È una differenza piccola, ma è quella che separa un’esperienza che si dimentica da una che si ricorda.

Da questa intuizione prende forma Socialbooth, l’azienda milanese fondata da Umberto Gini, che sviluppa videogiochi brandizzati e interattivi per eventi, utilizzati come strumenti di marketing e di apprendimento.

Non solo un gioco: dentro il metodo Socialbooth

In Socialbooth creativo e tecnico non sono mai separati. Si parte da un brief — cosa vuole ottenere il brand, che meccanica di gioco si adatta al contesto, chi sarà il pubblico allo stand — e si arriva fino alla gestione operativa in fiera, operatori inclusi. Oltre ai giochi già pronti, l’azienda realizza anche progetti su misura, pensati da zero in base alle richieste del cliente. Due strade diverse — una più veloce, l’altra più personalizzata — che permettono all’azienda di lavorare con target molto diversi tra loro.
Infatti, tutto comincia da un’idea di gioco e si conclude con il totem installato in fiera, seguendo ogni progetto dall’inizio alla sua realizzazione e nel tempo questo modello ha trovato spazio in eventi organizzati in tutta Italia.

C’è però un aspetto dell’advergaming di cui si parla poco, ed è il suo potenziale come strumento di raccolta dati. Umberto Gini lo ha capito presto, e lo ha costruito dentro il gioco stesso: prima di iniziare, chi partecipa lascia i propri contatti scansionando un QR code. Da quel momento il gioco diventa anche uno strumento di lead generation, integrato nell’esperienza senza interromperne il flusso, perché lo fa mentre l’attenzione della persona è già rivolta al brand.

Quando il gioco occupa l’intero spazio

C’è un passaggio naturale, nell’evoluzione dell’advergaming, che porta dallo stand allo spazio intero: è il Social Wall. È sufficiente una parete perché si trasformi in un’interfaccia di gioco — le persone lanciano, saltano, si sfidano in partite di calcio o basket digitale, in gare di memoria e di riflessi. È qui che la fusione tra fisico e digitale trova la sua forma più compiuta: il corpo diventa il controller, lo spazio diventa il campo da gioco e il brand rimane al centro dell’esperienza, senza bisogno di essere dichiarato.

Da questa capacità di mescolare fisico e digitale nasce la parte più ambiziosa del lavoro: non è questione di portare uno schermo in fiera, ma di ripensare lo spazio stesso attorno a un’esperienza che coinvolge le persone su più livelli — emotivo, fisico, competitivo — e che lascia dietro di sé contenuti condivisibili, dati di contatto e il ricordo di un brand che si è fatto notare in modo diverso.

La scommessa sull’edutainment

Se l’advergaming attiva un comportamento, l’edutainment aggiunge un secondo scopo: far capire qualcosa, non solo farlo provare. Le persone comprendono meglio un servizio quando lo sperimentano invece di ascoltarne solo la spiegazione — è il principio dietro “Just Tap It”, il gioco che Socialbooth ha sviluppato per TikTok Smart+, dove l’interazione stessa spiegava il funzionamento del servizio. Con Aberdeen il ragionamento si è ripetuto in forma diversa: un memory in cui ogni coppia trovata apriva una domanda sui contenuti del brand, trasformando il gioco in un piccolo percorso di apprendimento.

Al Netcomm Forum, per Trustpilot, quiz e gamification hanno raccontato il valore della reputazione digitale: ogni risposta diventava un’occasione per toccare temi come fiducia e recensioni online. Il gioco, anche qui, non era il fine ma il mezzo per aprire un dialogo con il brand.

Accanto ai numeri tradizionali — visitatori, lead, materiale distribuito — contano sempre di più il tempo di permanenza, la qualità delle interazioni, la partecipazione spontanea.
Non conta più solo quante persone entrano in contatto con un brand, ma quanto in profondità quell’esperienza li ha coinvolti ed è su questa capacità di trasformare il coinvolgimento in un risultato misurabile che Socialbooth ha costruito la propria identità nel mercato degli eventi.