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6 luglio 2026

Il costo del gender gap: la parità di genere è una questione di competitività aziendale

Nonostante i passi avanti degli ultimi anni, il divario occupazionale resta significativo: in Italia lavora solo il 58% delle donne
Il costo del gender gap: la parità di genere è una questione di competitività aziendale

(Immagine Getty)

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Di Giulia Bonan, coordinatrice progetti europei della Fondazione l’Albero della Vita

In Europa si parla sempre più di inclusione, diversity e welfare aziendale. Ma il punto oggi non è solo etico. È anche economico. Chi non riesce a trattenere, valorizzare e sostenere il lavoro femminile sta progressivamente perdendo competitività, competenze e capacità di adattarsi a un mercato del lavoro sempre più fragile.

In Italia il tema è particolarmente evidente. Se in Europa il tasso di occupazione femminile ha raggiunto il 71,3%, nel nostro Paese si ferma al 58%. Di fatto, lavora poco più di una donna su due, a fronte di due su tre in Spagna e otto su dieci in Lituania.

Lavoro insostenibile

A pesare non è solo l’accesso al lavoro, ma la sua sostenibilità nel tempo. La maternità continua a rappresentare uno dei principali fattori di uscita o rallentamento professionale per le donne. I dati Eurostat evidenziano come il part-time continui a rappresentare, per molte italiane, una scelta obbligata più che volontaria.

Anche il carico di cura domestica resta ancora fortemente squilibrato e si attesta su quattro ore e 40 minuti al giorno per le donne contro appena un’ora e 50 minuti per gli uomini. Non sorprende, quindi, che il 62,2% delle madri inattive dichiari di non cercare un’occupazione perché impegnata nell’accudimento dei figli.

A questo si aggiungono la limitata presenza femminile nei ruoli apicali e la minore rappresentanza nei settori e nelle professioni meglio retribuite, fenomeni che continuano ad alimentare il divario nel mercato del lavoro.

Un problema (anche) di ambiente

Esiste poi un elemento spesso invisibile, ma sempre più determinante: la qualità degli ambienti di lavoro. Il 40% di chi cambia lavoro lo fa a causa di ambienti tossici, mentre l’81,6% delle persone che subiscono molestie sul lavoro sono ancora donne, che spesso non sanno a chi rivolgersi.

In generale, sempre più persone, e sempre più donne, lasciano aziende e organizzazioni non solo per ragioni economiche, ma per burnout, eccesso di pressione, culture organizzative rigide, mancanza di flessibilità e difficoltà di conciliazione. Questa progressiva perdita di lavoro femminile, in un’Europa che invecchia e fatica ad attrarre e trattenere competenze, non è più sostenibile.

È dentro questo scenario che nasce CHECk – Challenge Equality in Employment and Care, progetto europeo sostenuto dal Programma Cerv dell’Unione Europea, coordinato da Fondazione l’Albero della Vita, che da quasi 30 anni collabora con aziende e istituzioni, nel contrasto a marginalità e disuguaglianze sociali in Italia e nel Mondo.

Il progetto, implementato contemporaneamente anche in Spagna e Lituania, si rivolge in particolare a piccole e medie imprese e pubbliche amministrazioni, coinvolgendo realtà come Fondazione Sodalitas, Comune di Milano, Regione Lombardia e Ats Milano. L’obiettivo è contribuire a ridurre il divario di genere nell’occupazione attraverso politiche di work-life balance e il contrasto agli stereotipi di genere. 

Con il supporto scientifico di Percorsi di Secondo Welfare, sono stati sviluppati due percorsi paralleli: uno dedicato ai dipendenti e uno rivolto a manager, dirigenti e funzionari. Perché il cambiamento organizzativo non si produce soltanto attraverso nuove policy, ma anche attraverso una trasformazione culturale interna.

I contenuti spaziano dalla conciliazione vita-lavoro alle questioni di genere, dalla certificazione Uni/PdR 125:2022 al welfare aziendale, al fenomeno dei cosiddetti ‘greedy jobs’: quei lavori che premiano disponibilità continua e reperibilità costante, generando squilibri strutturali soprattutto per le donne.

Il lavoro che cambia

Grazie al progetto, alcune aziende coinvolte hanno introdotto maggiore flessibilità oraria, estensione dei congedi di paternità, supporto psicologico, canali anonimi di segnalazione per molestie, oltre a servizi di welfare innovativi come screening medici, consulenza finanziaria, maggiordomi aziendali in collaborazione con cooperative territoriali.

Dopo il primo anno, il progetto ha mappato oltre tremila pmi, coinvolto 99 organizzazioni, formato più di 200 manager e oltre 1.000 dipendenti. Sono stati sviluppati 67 piani d’azione per trasformare la formazione in interventi misurabili. La sfida sarà ora costruire linee guida condivise da portare a livello europeo, in dialogo con le istituzioni di Bruxelles.

I cambiamenti emersi sino ad oggi mostrano come il tema non riguardi più soltanto la compliance o la reputazione aziendale. Sempre più imprese stanno comprendendo che benessere organizzativo, flessibilità e inclusione incidono direttamente su retention dei collaboratori, attrattività e produttività. Perché la competitività futura delle organizzazioni europee passerà sempre di più dalla loro capacità di costruire ambienti di lavoro sostenibili, inclusivi e capaci di trattenere talento. E questo non riguarda soltanto le donne. Riguarda il futuro del lavoro stesso.