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4 agosto 2026

Dustin Hoffman torna al cinema e racconta perché i veri eroi sono sempre persone comuni

L’attore racconta la passione per il tennis, il nuovo thriller con Leo Woodall e il metodo che ha segnato la sua carriera
Dustin Hoffman torna al cinema e racconta perché i veri eroi sono sempre persone comuni

Dustin and Lisa Hoffman in the Royal Box on day fourteen of The Championships Wimbledon 2026 at All England Lawn Tennis and Croquet Club on July 12, 2026 in London, England. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Alessandra Mattanza
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Alessandra Mattanza

Dustin Hoffman, uno dei più grandi attori di tutti i tempi, è anche un grande appassionato di tennis. Il 12 luglio 2026 era tra gli spettatori del Campo Centrale dell’All England Club di Londra, dove ha assistito alla finale maschile di Wimbledon, vinta da Jannik Sinner contro il tedesco Alexander Zverev.

Dustin, con sua moglie Lisa Hoffmann – l’imprenditrice fondatrice di Lisa Hoffmann beauty – ha dimostrato di essere un grande tifoso di Sinner e di questo sport fin da quando era ragazzo. “Ho sempre preferito il tennis perché, non essendo alto, avvertivo che si addiceva di più alla mia statura e mi appassionava maggiormente di altri sport come il calcio”, racconta. “Quando vidi giocare Chris Evert, che continuava a cercare di battere palle perfette, mi ricordò, nella sua determinazione, professionalità e dedizione, Meryl Streep quando recitammo insieme in Kramer contro Kramer (che gli è valso l’Oscar come migliore attore, oltre che per Rain Man, n.d.r.)”.

Chris Evert e Dustin Hoffmann si incontrarono svariate volte a eventi di beneficenza negli anni ’70, ’80 e ’90, come gli Rfk Pro-Celebrity Tournaments, tornei di tennis tra campioni sportivi e celebrities organizzati da Ethel Kennedy, e il Volvo Celebrity Tennis Tournament di Los Angeles del 1993.

Dal successo di Hollywood al nuovo progetto “Tuner”

Nato l’8 agosto 1937 a Los Angeles da una famiglia ebrea Ashkenazi di immigrati da Kiev e da Iasi, in Romania, Dustin in principio si iscrisse alla facoltà di medicina, ma la sua passione per la recitazione era tale che decise di lasciare l’università per studiare alla Pasadena Playhouse e all’Actors Studio a New York con Lee Strasberg.

A Pasadena Dustin conobbe Gene Hackman e si trasferì a New York con lui e Robert Duvall negli anni ’60 per trovare lavoro. Dustin accettò molte parti a teatro e fu lì che, durante un’audizione per un musical nel 1966, conobbe il regista Mike Nichols, che rimase talmente impressionato dal suo talento da sceglierlo per il ruolo principale in Il Laureato, film che lo ha portato al successo. Da allora si distinse per altri capolavori come Un uomo da marciapiede, Il piccolo grande uomo, Il maratoneta, Tutti gli uomini del presidente e Tootsie.

L’ultimo film di Dustin è un indie di grande carattere e originalità, “Tuner”, che ha presentato al Toronto Film Festival, con l’attore emergente Leo Woodall.

“Tuner” racconta la storia di Niki, un ex bambino prodigio del pianoforte con un udito straordinario e ipersensibilità ai suoni, al punto che deve indossare sempre delle cuffie.

Costretto ad abbandonare la carriera pianistica, per questa sua dote straordinaria, impara l’arte di accordare i pianoforti, ma il suo talento straordinario lo farà mettere nei guai quando un gruppo di criminali lo scoprirà e lui, che ha bisogno di soldi per aiutare un amico malato, viene coinvolto in un giro di rapinatori che lo usano per scassinare casseforti.

Qual è il suo ruolo?

Sono Harry Horowitz, un veterano del settore, un accordatore di pianoforte che diventa suo mentore e una figura paterna. Il rapporto tra noi due si sviluppa in una profonda amicizia e in un rapporto familiare. A seguito di un mio problema, lui sarà disposto a qualsiasi cosa per salvarmi. Mi piace quando le storie esaminano le relazioni personali e i sentimenti che ne scaturiscono. Ho sempre amato scendere in profondità ed esplorare cosa guida l’umanità a compiere certe azioni. I gesti più eroici sono sempre guidati dall’amore.

In Tuner pare essere davvero un ottimo accordatore di pianoforti. Come si è preparato al ruolo?

All’inizio volevo fare il pianista classico, la musica era la mia passione e avevo preso lezioni di pianoforte fin da bambino al Los Angeles Conservatory of Music e al Santa Monica College, dove cominciai anche a studiare recitazione. Quindi so bene cosa vuol dire avere “orecchio” musicale: io decisamente non ce l’avevo, mentre per me recitare era spontaneo e istintivo. Ero chiaramente dotato. Non è stato facile: facevo lavoretti di ogni tipo mentre ero disoccupato tra un’audizione e l’altra. Da questo periodo ho tratto ispirazione per il mio personaggio di Tootsie. Resto comunque sempre un appassionato di musica, per questo la sceneggiatura di Tuner mi ha affascinato.

Come si è trovato a lavorare con Leo Woodall?

Mi sono trovato benissimo con lui: abbiamo avuto spontaneamente una grande chimica ed entrambi abbiamo ammirato la dedizione del regista Daniel Roher (che ha vinto un Oscar per il documentario “Navalny”, n.d.r.). Mi ha contattato dicendo: “Ho scritto questo ruolo per te”. Sapeva che suonavo il pianoforte e questo mi ha impressionato da subito perché anche io mi dedico alla ricerca ogni volta che scelgo un progetto. In oltre 50 anni di carriera era la prima volta che qualcuno dimostrava di conoscere a tal punto la mia formazione. Mi inviò la sceneggiatura e poi volò a Londra a sue spese per incontrarmi di persona e convincermi ad accettare. Inoltre, mi disse subito che era aperto a lasciarmi improvvisare, cosa che amo e ho sempre fatto in tutti i miei film.

Il regista ha trascorso molto tempo con altri accordatori di pianoforte per rendere il film ancora più autentico. Anche lei li ha incontrati?

Certo, è la prima cosa che ho chiesto. Quando ero nel settore avevo notato quanto fosse difficile per chi faceva questa professione riuscire a sbarcare il lunario ed ero curioso di scoprire come se la passassero. Questi professionisti amano il loro lavoro come gli artisti, perché in fondo lo sono anche loro. Uno di loro mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai più: “Ogni pianoforte è diverso, ogni pianoforte ha un’anima”.

Si capisce come lei ami la musica, qual è la sua preferita?

Ho una mia colonna sonora che include La Bamba di Ritchie Valens, “(Sittin’ On) The Dock of the Bay” di Otis Redding, Cement Mixer di Slim Gaillard, Frim Fram Sauce di Diana Krall. E adoro il jazz, oltre che la musica classica. Ho espresso questa mia passione, oltre che in “Tuner”, in film come L’ottava nota e Quartet.

Che cosa significa, oggi, per lei recitare?

È prima di tutto affinare i propri strumenti personali, secondo la lente di Stanislavski, tramite il richiamo sensoriale, la capacità di recuperare esperienze passate e impressioni mentali usando specifici dettagli come immagini, suoni, odori, sapori e sensazioni tattili. Bisogna sapersi connettere con la reale vulnerabilità umana e usare la propria immaginazione per entrare nel personaggio, invece di fingere soltanto.

Quali ruoli l’hanno segnata particolarmente?

Ho sempre avuto più connessione con gli antieroi e con le persone ordinarie che lottano per farcela, perché sento profonda empatia per le persone reali che sono a rischio in questo mondo. Laurence Olivier mi ha insegnato che i migliori risultati possono venire semplicemente dal provare a recitare. Da parte mia ho portato questo approccio fino ai limiti del possibile, nel tentativo di raggiungere la massima autenticità. Mi è capitato perfino di restare sveglio per giorni, per arrivare sul set con il livello di stanchezza richiesto da un ruolo, o di adottare altri metodi insoliti che, alla fine, si sono rivelati preziosi.