Da non perdere |Lifestyle
12 agosto 2026

Il ritorno ai vampiri e la scelta di reinventarsi nel cinema indipendente: a tu per tu con Kristen Stewart

L’attrice torna ai vampiri con Flesh of the Gods, ma racconta perché oggi sceglie soprattutto film indipendenti e il debutto alla regia.
Il ritorno ai vampiri e la scelta di reinventarsi nel cinema indipendente: a tu per tu con Kristen Stewart

Kristen Stewart. (Photo by Andreas Rentz/Getty Images)

Alessandra Mattanza
Scritto da:
Alessandra Mattanza

È stato da poco annunciato che Kristen Stewart tornerà a recitare in un film sui vampiri. In Flesh Of The Gods insieme a Wagner Moura, la star del thriller politico brasiliano The Secret Agent, che è stato candidato a un Oscar come attore protagonista e ha vinto sia a Cannes che ai Golden Globes.

Ma, Kristen, da tempo, recita anche molto nei film indipendenti, dove trova ci sia più spazio per ruoli femminili forti. Ha un nuovo film in uscita, il 14 agosto 2026, negli Stati Uniti: The Wrong Girls, distribuito da Neon. Diretto da Dylan Meyer, sua moglie, e con nel cast Cate Blanchett, in un cameo, e Seth Rogen, che oltre a essere un produttore del film doppia un simpatico gatto, racconta di due amiche che vivono alla giornata. Un giorno assumono una droga sperimentale che dona loro poteri telepatici e finiscono coinvolte in un caotico scambio di persone. Kristen ha, inoltre, presentato al Cannes Film Festival Full Phil, una commedia-dramma, scritta e diretta da Quentin Dupieux, con Woody Harrelson.

Come può descrivere The Wrong Girls, dato che è un film alquanto originale?
È una commedia sul genere demenziale con protagoniste due donne. Credo che piacerà, perché la storia si dipana su vari livelli. Ho co-scritto e prodotto il film insieme alla mia compagna, che è sceneggiatrice e lo ha anche diretto. Collaboriamo molto insieme, le chiedo consigli anche per altri film, come The Chronology of Water. Dylan è autrice prima di tutto, scrive sceneggiature da quando ha nove anni, ha molta esperienza. E, io, recito da quando ho nove anni. Abbiamo molto in comune.

Lei è cresciuta nel mondo del cinema. È nata a Los Angeles. Suo padre, John Stewart, era stage manager e produttore televisivo. Sua madre, Jules Mann-Stewart, era un supervisore di sceneggiature e una regista, che veniva, originariamente, dall’Australia, prima di immigrare, a sedici anni, con la sua famiglia negli Stati Uniti. Scegliere il cinema è stata una scelta naturale…
Fui notata da un agente durante una recita scolastica per il periodo natalizio. Cominciai con piccoli ruoli in film della Disney, e mi notarono presto, in Panic Room, al fianco di Jodie Foster, dove recitavo sua figlia diabetica, ma mi piaceva che il mio personaggio fosse tosto e determinato, che non si lasciasse spaventare facilmente. Jodie fu una grandissima fonte di ispirazione e un mentore.

Cosa l’appassionava della recitazione?
Cominciai spontaneamente, essendo nel settore, ma la vera ragione era che mi piaceva rispondere alla vocazione che avevo, trovare la dualità e la connessione umana in personaggi complessi ed esplorare l’intrinseca vulnerabilità della performance. A volte, questo processo mi pareva spaventoso e quasi come mi dovessi sottomettere al mio personaggio o al regista, ma, col tempo, ho imparato a non avere più paura a mostrarmi per come sono veramente e a osare in sfide più difficili.

Per questo ha deciso di diventare anche regista?
Amo la regia perché mi offre controllo creativo e rispetto. Spesso le attrici e gli attori vengono messi in secondo piano sui set rispetto ai registi, che prendono le decisioni. Trovo che recitare possa essere più difficile. In tutta onestà, fin dal principio, prima di tutto, volevo essere una scrittrice o una regista. Adoravo letteralmente le penne e scrivere. Fin da allora ho sempre abbozzato anche poesie su bigliettini di carta o su diari. Recitare mi spaventava, perché ero molto timida e introversa e odiavo essere al centro dell’attenzione. In realtà, non mi sono mai veramente abituata a questo. Ma cominciai a lavorare incessantemente e non ebbi molto tempo di pensarci su troppo…

Cosa provò quando ottenne il ruolo di Bella Swan accanto a Robert Pattinson (che Kristen incontrò proprio sul set di questo primo film e con cui ebbe una relazione di quattro anni, n.d.r.) nel film romantico e fantasy sui vampiri Twilight (basato sul libro di Stephenie Meyer, n.d.r.), che divenne poi una saga e che la portò al successo globale?
Ero sul set di Adventureland, con Jessie Eisenberg, adesso un caro amico di lunga data, quando conobbi Catherine Hardwicke, la regista di Twilight. Fu colpita subito da me: disse che aveva notato un’intensità emozionale repressa in me, quando avevo recitato in Into the Wild, diretta da Sean Penn. Allora avevo diciassette anni e, in principio, non ero sicura di voler accettare il ruolo. Ma, poi, lessi la sceneggiatura e mi rapportai profondamente con il personaggio di Bella. Lei aveva molto in comune con me, come il suo spirito complesso e introverso e il suo desiderio di non emergere. Alla fine, ripensando a quel periodo, mi sono resa conto che io e Bella siamo cresciute seguendo percorsi paralleli, trasformandoci da adolescenti riservate e insicure in persone sicure di sé.
Lo dimostra con The Chronology of Water (dal libro di memorie di Lidia Yuknavitch, n.d.r.), presentato al Cannes Film Festival dello scorso anno, che per lei è stato davvero importante, essendo il suo primo debutto alla regia di un film. Prima aveva fatto qualche cortometraggio?
È la storia del riscatto di una donna, che cresce presso l’Oceano Pacifico nord-occidentale, da un padre violento e abusivo e una madre alcolista e incline al suicidio. Trova presto rifugio e identità nel nuoto, divenendo una giovane promessa in questo sport. L’acqua è un elemento ricorrente nella sua esistenza, simbolo di sopravvivenza, memorie e fuga. Per questo ruolo ho scelto Imogen Poots, perché volevo un’attrice estremamente coraggiosa, dalla fisicità intensa e dallo spirito impavido, capace di incarnare il trauma crudo, la resilienza e l’intensità emotiva, trattandosi della storia vera della scrittrice e insegnante Lidia Yuknavitch.
Al Festival del Cinema di Cannes di quest’anno ha invece presentato Full Phil, un dramma commedia dallo spirito assurdo.
Interpreto Madeleine, la figlia di un ricco industriale americano. Lui e lei cercano di riavvicinarsi in una lussuosa suite parigina. Ma questo loro tentativo si trasforma in un evento grottesco, a causa dei problemi con il cibo francese, i bagni dell’hotel, l’ossessione di un vecchio film horror degli anni ’50, l’invadenza di un’impiegata dell’hotel e tante altre inaspettate avventure…

Ha una forte connessione con la Francia ed è stata musa e Brand Ambassador di Chanel dal 2013, quando cominciò la sua collaborazione con Karl Lagerfeld e poi, successivamente, con la stilista creativa Virginie Viard, la prima donna a dirigere questa casa di moda da Coco Chanel.
Lavorare con Chanel è stata un’esperienza autentica e capace di infondermi sicurezza. Né Karl o Virginie mi hanno mai costretta a fingere di essere qualcun altro. Ho sottolineato, più volte, come gli abiti di Chanel per me prendano vita e siano pensati per farci diventare qualcuno, per darci una personalità, e non solo per farci restare sedute ad apparire belle. Karl operava come un bravo regista, capace di far emergere qualità nascoste nelle persone anziché trasformarle in qualcun altro. E, poi, le creazioni di Chanel fanno sentire sempre le donne libere, leggere e capaci di muoversi senza alcuna sensazione di costrizione.

Questo articolo è stato notarizzato in blockchain da Notarify.

QR Code certificazione Notarify

CERTIFIED BY NOTARIFY